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Dal praedium
al casale.
Indagine sull'insediamento laurignanese dalle origini all’Evo
Moderno
In un saggio
storico-critico sul nome e culto di S. Laverio Martire patrono di
Laurignano è scritto che le origini di questo piccolo casale a
sud-ovest di Cosenza affondano le radici nell’alto Medioevo, con un
«agglomerato urbano risalente ad età remotissime» e un primo
gruppetto di case sviluppatosi forse nel tenimentum laverianum o
sancti Laverii, attorno alla chiesa dedicata al santo,
attestata nelle fonti della Cancelleria Vaticana sin dagli inizi del
Quattrocento.
Se si eccettuano le annotazioni qui riportate, le ipotesi sulla
nascita del primo nucleo abitativo laurignanese sono sedimentate in
quella
tradizione
di studi eruditi
inaugurata dal
Barrio sul finire del XVI secolo
e
ripresa in seguito da altri storici.
Secondo questa tradizione, l’origine della maggior parte dei centri
collinari limitrofi alla città rimonterebbe ai decenni intorno al
Mille,
quando i cosentini si riversarono sulle alture intorno al
capoluogo bruzio
per sottrarsi al
flagello saraceno,
ripopolando
villaggi preesistenti e
fondandone
altri. Di qui la nascita dei Casali di Cosenza, detti
del manco e del destro.
Nel dibattito storiografico degli ultimi decenni,
però, quella delle origini dei Casali è apparsa come una
vexata quaestio
ancora irrisolta, connotata da interrogativi senza
risposta o aspetti addirittura inesplorati.
È
pertanto lecito domandarsi quale valore probativo possiamo
attribuire a fonti letterarie e narrative che attingono nella
trasmissione orale e quindi nelle inevitabili distorsioni di cui
essa è portatrice. Alcuni storici
contemporanei
– dal De Leo
al Guillou al Placanica – confutano
le
tesi che attribuiscono la nascita dei
Casali alle incursioni saracene.
Altri
ancora propendono
per il ripopolamento di sparuti
insediamenti
preesistenti. Givigliano
scrive in proposito:
«è
più probabile che il loro nucleo si vada costituendo gradualmente
già molto prima intorno a degli insediamenti romani»,
mentre il Russo fa osservare
che
la loro origine
«è
molto più antica, potendo risalire all’epoca romana, come lo
attestano i nomi da essi assunti».
Per quanto
riguarda i primordi dell’insediamento laurignanese, i dati a nostra
disposizione non ci consentono di fissare una datazione precisa.
Diversi indizi fanno pensare ad una sua collocazione nel periodo di
espansione romana nel Bruzio, dopo le timide forme di vita
comunitaria sul territorio documentate sin dall’Eneolitico dal
corpus di reperti archeologici (frammenti di vasellame, crani e
corpi inumati, resti ossei di sepolture plurime e reperti fittili)
rinvenuto in un anfratto roccioso della località Criti, zona
Profenna, adibito per scopi funerari.
La gestione
politico-amministrativa e il controllo strategico-militare del
territorio adottati dal governo imperiale – concretizzatisi con la
centuriazione augustea operata nell’ager Consentinus e, prim'ancora,
attraverso la costruzione della via Popilia, la
consolare romana che attraversava il territorio di Laurignano
costeggiando il fiume Jassa per poi snodarsi in altri territori fino
a Reggio Calabria – favorirono la nascita di minuscoli villaggi
arroccati sulle alture lungo il tracciato del cursus publicus.
L’apertura al traffico (II secolo a.C.) dell’importante arteria
contribuì in maniera decisiva alla trasformazione del paesaggio
agrario dell’intera vallata dello Jassa, favorendo il raggruppamento
in chiave urbanistica delle piccole cellule abitative rurali sparse
sulle falde del crinale e sui rilievi collinari a ridosso del fiume.
Nei secoli successivi all'avvento di Roma, il tessuto urbano del
gruppetto originario di casupole si è andato via via modellando
secondo gli schemi topografici e le tipologie costruttive imposti
dai conquistatori avvicendatisi nel dominio del territorio.
Non
disponendo di una silloge documentaria o archivistica esauriente –
tanto meno di un’indagine archeologica mirata o sistematicamente
perseguita – in questa sede cercheremo di ripercorrere le tappe
salienti che hanno scandito le dinamiche antropiche e di popolamento
dell’insediamento laurignanese, focalizzando la nostra attenzione
sulle tracce ancora oggi presenti o rinvenibili in loco
(strutture e istituzioni rurali civili e religiose, repertori
toponomastici, labili emergenze archeologiche, ecc.) e
privilegiando, sia pure con limiti d’impostazione e lacune, quell’indirizzo
metodologico "a tutto campo" che la storiografia del Mezzogiorno,
sulla scia del modello euristico propugnato dalle Annales, ha
adottato negli ultimi decenni.
Che il
primo nucleo abitativo di Laurignano sia potuto sorgere in epoca
romana, come opinato dal Russo e dal Givigliano a proposito dei
Casali di Cosenza, cercheremo di dimostrarlo facendo ricorso ad una
serie di elementi a nostro avviso significativi e degni di nota.
Analizziamoli nel dettaglio.
Il
contesto storico di riferimento - Nel periodo compreso tra il
III secolo a.C. e la tarda antichità, la Calabria subì una sorta di
“romanizzazione” che cambiò radicalmente la geografia del territorio
e che si concretizzò «lungo un processo lento e difficile, con tappe
importanti come la realizzazione della strata ab Regio ad Capuam».
Il contado limitrofo alla città di Cosenza, costituito da terre in
minima parte abitate e incolte, non rimase estraneo ai processi
socio-economici ed ai mutamenti negli assetti politici che
interessarono il capoluogo bruzio a seguito dell’occupazione
imperiale.
Aperta al
traffico verso la metà del II secolo a. C. dal pretore T. Annius
Rufus e rinnovata nel 132 a. C. sotto il consolato di P. Popillius
Laenas,
essa ha incardinato molteplici esigenze, svolgendo la funzione di
cerniera tra il nord e il sud della regione. Nota anche come “iter
Calabriae”, Annia o “ab Regio ad Capuam”,
rappresentò lo strumento
basilare
per il controllo militare del Bruzio, occupato da
popolazioni che continuavano ad essere ostili o estranee alla
politica romana, dopo la seconda guerra Punica.
Per quanto riguarda Laurignano, vi è da dire che essa
evitò al territorio un secolare isolamento, stimolando complesse
dinamiche cultuali e religiose e favorendo il contatto tra diverse
culture, la circolazione di idee, merci, uomini.
Il sito
– Il nucleo
più antico dell’abitato laurignanese dista da Cosenza 4 km circa.
Sorge sul versante del crinale che domina la vallata dello Jassa, un
tempo attraversata dalla via Popilia, quindi in posizione
strategica e certamente non casuale. Il fondovalle pianeggiante, la
consolare romana e la fitta trama di tratturi, diverticoli e
stradine di adduzione che solcavano il fianco de crinale
innestandosi su di essa, costituivano passaggi obbligati per i
conquistatori che giungevano dal nord, costringendo le genti
autoctone a ritirarsi sulle alture, in zone più facilmente
difendibili. La fisionomia di questa parte del paese è quella
dell'insediamento arroccato su un pendio collinare impervio, ubicato
in posizione naturalmente favorevole in funzione difensiva. Aperto e
ben soleggiato, caratterizzato
da
condizioni climatiche e geomorfologiche favorevoli, dalla salubrità
dell’aria e dalla presenza di una quantità di acqua sufficiente per
soddisfare il fabbisogno della
comunità locale,
situato ad un’altezza media di circa 400/450 metri s.l.m., con un
clima temperato,
il fianco
del crinale dovette
risultare
ideale
anche
per l’adattamento degli uomini e per le attività agro-pastorali.
Il
vecchio agglomerato urbano è delimitato lungo l’attuale via
Chiatri da un muro di contenimento che si dirama dall'inizio
della contrada Profenna fino a via Albidona (i
Petruni), località documentate già nelle carte del XVI secolo.
La mancanza di indagini stratigrafiche mirate impongono cautela e
non autorizzano affermazioni perentorie; tuttavia, i rifacimenti
posteriori pare abbiano coperto quella che in epoche remote dovette
essere una barriera muraria non molto estesa, eretta a protezione
dell’abitato e dei suoi occupanti. Il fianco scosceso e ripido di
questa parte del crinale, ai piedi del quale si snodava la via
Popilia, costituiva già di per sé un ostacolo naturale a difesa
dell’abitato.
Il sistema viario che emerge dalla documentazione
notarile del Cinquecento, strutturato come una rete di vie parallele
e perpendicolari alle abitazioni e ai poderi limitrofi, sembra
altresì corrispondere ad un modello urbanistico e topografico
perpetuatosi dall'antichità. La stessa via
Chiatri,
presente nella toponomastica laurignanese,
compare
nelle fonti documentarie del ‘600
come località "le Chiatre" o "li Chiatri".
La chjatra, nel dialetto corrente, indica una lastra
di
pietra
utilizzata per pavimentare strade di transito.
È un'ipotesi che andrebbe suffragata da prove archeologiche, ma per
la sua ubicazione
il toponimo
potrebbe suggerire la persistenza di resti risalenti al periodo
romano.
Ad
oggi,
purtroppo,
la conquista e la colonizzazione romana in tutta l’area dello Jassa
e nell’intera vallata attraversata dalla via Popilia non sono
conosciute con la dovuta ampiezza.
Le
testimonianze archeologiche sono
sporadiche
e di utilità
limitata, e le tracce del popolamento nell'immediata area collinare
sono rilevabili per lo più
in base a dati toponimici.
Laurignano e la sua storia plurisecolare non sono esenti da questo
deficit, che accomuna la quasi totalità dei piccoli centri
rurali del Mezzogiorno.
La terminologia
–
A partire dalla tarda antichità, con sempre maggiore frequenza
cominciarono a comparire nelle fonti termini come castrum o
castellum,
in latino, kastron
o kastellion (epoca bizantina) in greco, utilizzati per
designare centri fortificati. In origine il castrum indicava
una sorta di postazione militare, mentre il castellum
designava un accampamento per formazioni minori o distaccamenti.
Questa terminologia, tipicamente militare, con il passare del tempo
e con le mutate condizioni politiche dell’Impero passò a designare
anche insediamenti civili, ovviamente fortificati. Non abbiamo a
disposizione prove sufficienti per dire che anche Laurignano svolse
anticamente la funzione di presidio fortificato, castrum o
kastron che dir si voglia. Ciò che sappiamo con certezza è che
nel centro storico, in prossimità della via Giudecca ('a Judeca),
la parte prospiciente di uno sperone che domina a guisa di balcone
la vallata dello Jassa, nella tradizione orale si è tramandata come
'u casteddruzzu (castelluccio = da kastellion?), un
toponimo popolare attestante la presenza di una torre di
avvistamento o di un manufatto che ospitava qualche potentes
locale.
Questa parte dell'abitato
ha mantenuto l’antico assetto urbanistico, come si evince
chiaramente dalla morfologia degli edifici, arroccati secondo lo
schema tipico di un nucleo sorto con esigenze difensive. All’interno
dello spazio abitativo, probabilmente fortificato, le case erano
disposte seguendo un disegno urbanistico prestabilito e non in
maniera eterogenea e spontanea, attorno a un nucleo centrale
costituito dalla «rocca», domus maior o palatium, cioè
una dimora signorile costruita con materiali più resistenti. La
struttura principale di questa zona del paese, nel ricordo degli
anziani, si presentava in forma all’incirca esagonale, con una
stanza sopraelevata e altri vani più piccoli caratterizzati da
piccole aperture affacciate sulla valle. Un documento del notaio
Plantedi del 1583
ci dà notizia di una domus palatiatam di proprietà del nobile
De Ruggero sita nella Mannarina, una località attestata
frequentemente nelle carte del XVI secolo e ubicata tra il lato sud
del centro storico e la Profenna, probabilmente nell’area
dove sorgeva ‘u casteddruzzu.
I recenti riadattamenti
hanno cancellato i resti del fabbricato e ogni traccia utile per
indagini archeologiche volte a individuarne l’epoca, lo stile, le
tecniche costruttive, i materiali. È pertanto impossibile, in
mancanza di studi scientifici adeguati, avanzare ipotesi riguardo
alle fasi costruttive ed ai relativi aspetti strutturali e
cronologici. Tornando per un attimo sul castrum, esso
indicherebbe quello che gli antichi un tempo chiamavano oppidum,
cioè un sito fortificato d’altura. Nei Registri parrocchiali di S.
Oliverio riferiti al Seicento, Laurignano viene indicata come
casale e, più frequentemente, con il termine «oppido»,
da «oppidum».
Dopo il 1680, nel Liber emortualium e nel Liber
baptizatorum in particolare, risultano frequentemente annotati «oppidi
Auriniani» e «oppidi Laurignani». «Oppidum»
è un antico latinismo, utilizzato in particolare in epoca
romana per designare un «luogo fortificato», una «fortezza». Isidoro
di Siviglia negli Etymologiarum parla di «castrum
antiqui dicebant oppidum in loco altissimo situm (…)
diminutivum castellum».
Per quanto riguarda l’area
bruzia il sostantivo «oppidum», riferito a Cosenza, è
riportato in Plinio e Strabone, autori che narrano le vicende del
Molosso e dell’antica Pandosia.
L’oppidum o castrum è dunque un termine assai antico,
da distinguere sia dal castellum che dal vicus e dal
pagus, per l’ampiezza del suo apparato fortificatorio e per
le sue maggiori dimensioni. Nel caso di Laurignano, in assenza di
indagini archeologiche serie, non possiamo affermare con certezza
che il termine oppidum venisse utilizzato dai parroci per
designare un luogo fortificato.
Prima che giungessero i
Normanni, la costellazione dei centri abitati calabresi era
caratterizzata essenzialmente da villaggi rurali, pagi e
vici, in cui era prevalente la categoria sociale dei
rustici e dei villani.
Il pagus indicava uno dei distretti rurali in cui in età
romana era suddiviso il territorio, dipendente dal punto di vista
amministrativo da un centro abitato, per quanto ci riguarda da
vicino un probabile oppidum. Il territorio di Laurignano in
tempi antichi dovette essere ripartito in più pagi. Il
termine «pago», da «pagus» si è tramandato fino
all’Età Moderna. A titolo esemplificativo citiamo
un
documento del 3 aprile 1590,
rogato dal notaio Plantedi di Cosenza,
in cui è attestato un
pago
«in
loco ditto la valle di S.to Joane».
Nel 1734 Teresa Costa morì «in pago dicto li
Granci»,
mentre nel
1722 il parroco di S. Oliverio, Nicola Valentino, registrò la morte
di una certa Magdalena «in domo et Pago Nicolai Castiglion
Morelli ubi dicitur sotto la torre dell’Acqua delle Calci».
Nei Registri parrocchiali risulta frequentemente attestato anche un
«pago Carmelitanorum», nella zona di Granci, i pagi
di proprietà del Capitolo di Cosenza e delle famiglie del
patriziato cosentino (Castiglion Morelli, Sambiasi, Pascale). Nel
Lexicon del Forcellini il pagus viene indicato come un
insieme di più vici.
Intorno all’anno Mille, nel
Mezzogiorno, sorsero numerosissimi gruppi di casolari non murati
detti «casalia», un termine derivato dal latino medievale
casale. Lo studioso Franco Mosino ci fa notare che «la voce
casale ha avuto una lunga vita in Calabria, dal Medioevo ad
oggi, soprattutto come nome geografico».
Dalla fine del XV secolo in poi, nei documenti della Cancelleria
Vaticana e nella miriade di atti notarili relativi al XVI e XVII
secolo, Laurignano è attestato generalmente come casalis
Lauriniani, sottoposto alla giurisdizione amministrativa della
baiulationis Tessani.
Laurini(ano/anum),
un toponimo prediale
–
Giovanni Flechia è stato tra i primi ad associare ai toponimi con
suffisso in –ano la proprietà di beni congiunti
originariamente con fundus, campus, ager, hortus, saltus,
praedium, ecc..
Già nell’Ottocento scriveva: «si può sicuramente affermare che
almeno ben nove decimi di tanti nomi locali in –ano si
derivano da antichi nomi gentilizi la più parte romani».
Il
Flechia fa derivare il toponimo
Laurignano
da Laurinianum, gentilizio
Laurinius.
Dopo
di lui «tutti
i toponomasti hanno dato generalmente largo spazio alla
interpretazione antroponimica fondata su creazioni asuffissali
(fossili di antichi antroponimi) e più spesso a formazioni con
suffisso di appartenenza, soprattutto –anum
e –acum».
I più affermati studiosi di toponomastica calabrese seguono più o
meno il percorso tracciato dal Flechia. Giovanni Alessio propende
per l’origine da un cognome latino, l’antroponimo
Laurinus,
mentre il Barillaro
ha
ipotizzato
la derivazione dal latino Laurinianum, più precisamente «da
un personale Laurinius o Laurinus o Laurus?».
Anche per il Rohlfs il toponimo Laurignano deriverebbe da
laurinianum, che significa “possesso di un laurinius”.
La
diffusione dei praedia divenne quasi capillare grazie alla
pax romana,
pertanto, i toponimi prediali in Calabria,
collocati generalmente sotto la isoipsa dei 600 m. di quota,
«(...) risultano dall’abitudine di indicare i fondi
col nome dei proprietari romani, o romanizzati, al quale viene
aggiunto il suffisso – (i)anus/m con le sue varie desinenze,
che indica appunto l’appartenenza».
I toponimi prediali o fondiari, come è noto, sono legati al sistema
romano della centuriazione,
e cioè alla divisione del
terreno in appezzamenti distribuiti ai veterani. Ciascuno di questi
poderi finiva quasi sempre per chiamarsi con il nome del
proprietario attraverso il suffisso aggettivale –ano o
–anum. Nella zona pedemontana che circonda la città di Cosenza
sono abbastanza diffusi: Tess–ano, Dipign–ano, Muss–ano,
Turz–ano,
Roglia–ano,
ecc. ne sono un esempio. Ciò testimonia una marcata romanizzazione
del territorio, suffragata dalla lingua, che nell’area cosentina
conserva una forte impronta latina, come si evince dalla quantità
notevole di latinismi ancora in voga nella parlata corrente.
Gli specialisti
della materia
sembrano ormai concordi sul fatto che i toponimi in –ano,
indicanti in latino relazione o appartenenza, derivino generalmente
da nomi e cognomi romani in –ius,
che in origine erano accompagnati da sostantivi
come
fundus,
ager, domus, villa, saltus, vinea,
praedium, ecc..
Giovan Battista Pellegrini, a proposito della toponomastica
prediale,
scrive
che «essa si rivela quasi sempre sicura».
In una recente indagine condotta dall’Università della Calabria sui
toponimi prediali romani della provincia di Cosenza, Laurignano risulta inserito tra questi, a conferma dell’alta
densità di prediali concentrata proprio nell’area cosentina,
certamente tra le più alte in Italia e nella stessa Calabria.
A
sostegno delle ipotesi che fanno derivare il nome Laurignano
da un prediale romano c’è da dire
inoltre
che, nei manoscritti delle cancellerie governative a
noi pervenuti, relativi al periodo compreso tra la metà del XII e
gli inizi del XV secolo, è attestato generalmente come Lauriniano
o Laurianum, cioè con il suffisso aggettivale in
–ano/anum. Una località denominata Laurignano è attestata in una
pergamena dell’abbazia di Montevergine
del
1243. In questo documento è scritto che un certo
giudice Unfrido ricevette a censo dalla Corte Imperiale federiciana
cinque appezzamenti di terreno siti in territorio di Sarno, due dei
quali in un luogo detto Laurignano.
Nella
pianura campana, ancora oggi, è presente un'agglomerazione
toponomastica formata dall’ampia zona contraddistinta da toponimi
derivanti da antiche unità fondiarie romane: Giugli–ano,
Licign–ano, Gricign–ano e simili sono
alcuni
esempi.
Brevi note di toponomastica laurignanese –
I relitti
della
geografia
e
della
topografia
antica
sopravvivono anche nella toponomastica
moderna,
che talvolta ci consente di localizzare antichi insediamenti anche
in
assenza di resti archeologici.
Per quanto riguarda Laurignano, se l’epoca romana
risulta avara di testimonianze, i secoli successivi e fino
all’arrivo dei Normanni sono avvolti in un buio documentario ancora
più impenetrabile. Labili tracce sono rinvenibili nell'idioma locale
e nei nomi assunti da alcune località ancora oggi sparse sul
territorio. In questa sede vogliamo accennare, rapsodicamente e in
semplicità, a toponimi di antica datazione che attestano particolari
attività produttive ed economiche, agricole e del mondo rurale,
senza cedere alla tentazione di avventurarci in dotte spiegazioni
sulla derivazione etimologica e il significato dei repertori
rilevati, ovvero di invadere il campo della linguistica storica
fuori dalla nostra portata e gravido d’insidie persino per i cultori
della materia. Dei toponimi di derivazione agiografica, la maggior
parte dei quali di origine grecanica, parleremo più avanti.
Nella
parte bassa del versante del crinale che degrada verso il fiume
Busento vi sono allineate in rapida successione tre località che
fanno pensare ad una gestione economico-agraria della zona nel corso
dei secoli. Le località sono: Piano della Corte (?) (nella
forma dialettale Chjanu ‘a Curta), Granci, Piano
Maggese (Chjanu Majise). La località Granci,
come noteremo più avanti, mutua il nome da grancia o
grangia, un termine che designava l’«azienda» agricola dei
monaci cistercensi, la cui presenza lungo le sponde del Busento è
documentata sin dal XII secolo. Il toponimo dialettale Chjanu ‘a
Curta è riferito forse alla curtis (corte), un’unità del
sistema agrario protrattosi dal tardo antico fino al feudalesimo (sistema
curtense). La curtes era costituita da un fondo
principale, detto pars dominica, sotto la diretta gestione
del signore che ne deteneva il possesso, e dall’insieme dei mansi,
piccoli appezzamenti di terreno affidati ad affittuari (massari,
pars massaricia) dietro il pagamento di un censo, una decima, o
in enfiteusi.
Piano
Maggese
è un geonimo che designa il nome di uno dei pochi pianori del
territorio destinato ad una particolare pratica agricola
–
il maggese, appunto
–
consistente nel predisporre una serie di lavorazioni su un terreno
tenuto a riposo allo scopo di prepararlo a una successiva
coltivazione, cereali in particolare. Questa tecnica era praticata
già al tempo dei romani sui vasti possedimenti disseminati nelle
colonie del Mediterraneo. Il Varrone, nel suo trattato di
agricoltura, per sottolineare questa capacità del doppio raccolto,
riporta come esempio i meli del territorio Consentino, mentre
Plinio il Vecchio, riprendendo più tardi lo stesso concetto e
citando proprio il passo del Varrone, all’espressione «raccolto
doppio», sostituisce «raccolto triplo».
La
località Specola
('u
Cuozzu)
è
posta sulla parte
alta
del crinale che
sovrasta
la vallata del Busento
e la zona alta della Profenna.
«La voce Specula (...) sopravvive accanto ai derivati del
longobardo skulka (...),
attestato nei casali cosentini e colline contigue con le
denominazioni di
“Scurca”
e
“Scurchinella”
(posto di guardia)».
Il toponimo Vizzante,
attestato
nei Registri parrocchiali del ‘700 anche come Bisanti,
in prossimità della località
Specola,
potrebbe derivare
dalla trasformazione fonetica e grafica di bisante,
la
moneta coniata sotto l'impero bizantino che tra il IX
e il XI secolo si diffuse anche nel Meridione d'Italia occupato da
Bisanzio. Ma è
solo
un'ipotesi.
La località Stozza, posta sul fianco del
crinale che si affaccia sullo Jassa, in prossimità della via
Popilia, attestata la prima volta come Stocta in
documento del 1591 rogato dal notaio
cosentino
Maugeri,
potrebbe risalire ad epoche antiche ed indicare forse un luogo di
stazionamento. Come semplice indizio a supporto di questa ipotesi –
da considerarsi forse una coincidenza ma tuttavia utile per
auspicate indagini successive – segnaliamo che una località
Stozza è tuttora presente anche nei territori di Muss–ano,
Corigli–ano, Castelpag–ano (BN), toponimi connotati
dal suffisso finale in –ano/–anum.
La
località Acqua di
calci,
posta
anch’essa
sul versante dello Jassa,
risulta
attestata nel
Liber emortualium tra il 1722 e il 1725.
L’origine di questo toponimo è legata alla produzione della calce
mediante la combustione di massi calcarei, attività documentata
già nel XVI secolo.
Questo
versante del crinale,
probabilmente sin dall’antichità, ha costituito
un’eccellente
fonte di approvvigionamento della pietra calcarea. Le fornaci, note
con il termine dialettale càrcare, erano diffuse in
particolare nelle aree argillose del bacino idrografico;
esse
sfruttavano i depositi di acqua lasciati dalle piene,
contribuendo anche in tempi recenti
a
tonificare i mercati cittadini e la debole economia del circondario.
La presenza delle càrcare sul versante dello Jassa ci è
confermata da un atto notarile del 1592, nel quale è riportata
l’attestazione «le calci di la carcara», sfruttate per pagare censi
e debiti.
In età romana, lungo il tracciato della via Popilia e in
prossimità del fiume, contestualmente alla centuriazione e
all’assegnazione delle terre, quindi al sorgere delle villae
rustiche, è probabile che vennero costruite fornaci e vasche adibite
alla produzione
di
calce
e di laterizi di argilla.
Anche l’attività
di estrazione del tufo calcareo dalle cave laurignanesi affonda le
radici
in epoche remote.
In un documento notarile rogato il 3 aprile 1590
risulta attestata
«la cava di S. Maria»,
a testimonianza che sul versante dello Jassa,
in Età Moderna,
l’estrazione della pietra
costituiva
un’attività produttiva
ampiamente
consolidata.
Secondo
la tradizione lapicida locale i blocchi di tufo utilizzati per la
costruzione di alcuni contrafforti del castello di Cosenza
– nel
cuore del Medioevo (XII sec.) –
vennero estratti dalle antiche cave di Mendicino e Laurignano.
Il microtoponimo la Minera, ormai scomparso,
annotato
in
un atto del 4 novembre 1574 rogato dal notaio Giustiniano (de)
Aiello,
è riferito forse a questa cava di pietra
o ad un’altra (cava 'e Linardu) di minori dimensioni,
localizzata sullo stesso fianco del crinale.
Non abbiamo prove sicure da mostrare, ma potrebbe non
essere azzardato pensare ad uno sfruttamento delle cave laurignanesi
da parte delle maestranze imperiali per lastricare il tratto del
cursus publicus in costruzione nella valle sottostante.
Il
toponimo Mannarina, tra i più attestati negli atti notarili
del ‘500, è probabile che rimonti al periodo longobardo, forse
derivante dal termine arimannia – un distretto amministrativo
indipendente dalla giurisdizione ordinaria delle autorità locali –
o dal mons arimannorum, uno spazio incolto adibito al
pascolo, diventato mannarina per successive crasi e
adattamenti. Ma è una ipotesi e nulla più.
La persistenza nel tempo di questi repertori
toponomastici costituisce una testimonianza sicura di un processo
insediativo e di antropizzazione del territorio che rimanda ad
epoche remote. Ma è soprattutto nei lasciti linguistici ancora oggi
ricorrenti nell’idioma locale che si possono riscontrare solide
tracce del passato. Il termine
vùtamo,
per esempio,
una graminacea spontanea
che
veniva data come foraggio agli animali oppure usata
per l'impianto delle viti,
è una parola derivante
dal greco boutomon,
un lemma risalente forse al periodo bizantino. Un germanismo
potrebbe essere la voce dialettale banna, che vuol dire
parte, lato, dal tedesco bahn, sinonimo di via.
La banna dei De Florio è documentata a Laurignano in un atto
notarile del 1602.
Anche termini dialettali come catoio (da katô =
inferiore) e timpa – ampiamente documentati nelle carte tra
XVI e XVIII secolo e tuttora in voga nell’idioma locale –
sono etimi di origine greco-latina.
Le rapide annotazioni qui riportate hanno il solo
intento di stimolare ricerche più approfondite e finalizzate a
gettare un fascio di luce
sulle dinamiche insediative e di popolamento
dipanatesi nel corso dei secoli sul territorio laurignanese.
L'apporto concreto di indagini archeologiche mirate e studi
qualificati
sulla origine,
derivazione etimologica
e datazione
dei vari
repertori
toponomastici,
ci consentirebbe di cogliere aspetti inesplorati di un microcosmo
dove
mondi diversi, popoli e culture diversi
si
sono
incontrati, incrociati e spesso amalgamati,
delineando gli orizzonti mentali entro i quali ancora oggi si
muovono e agiscono le generazioni contemporanee.
Il periodo normanno-svevo –
Il passaggio
dai Bizantini ai Normanni fu tutt’altro che indolore per i
calabresi. Roberto il Guiscardo operò saccheggi, incendi e
devastazioni, terrorizzando le popolazioni che vivevano nelle
campagne. A tale riguardo appaiono quanto mai eloquenti le
annotazioni del cronista normanno Goffredo Malaterra, il quale,
riferendosi agli inizi del 1058, ebbe a scrivere: «un triplice
flagello colpì allora la Calabria, in marzo, aprile e maggio; il
primo era la spada dei normanni che non risparmiava quasi nessuno;
il secondo era la fame, che dopo aver esaurito le forze, divorava i
corpi illanguiditi; il terzo era l’assalto della morte, che dovunque
si estendeva orribilmente, non lasciando quasi alcuno sfuggire
indenne, quasi l’infuriare d’un incendio in un campo di steli
disseccati».
A Laurignano, con l’espansione normanna (XI-XII
secolo) il pulviscolo di nuclei abitativi
disseminati qua e là
nelle campagne
assunse
probabilmente
una fisionomia territoriale più omogenea e di più vasta estensione,
con caratteristiche fisiche e antropiche proprie
dell’agglomerato urbano.
Le famiglie di rustici e pastori che vivevano nei pagi
rurali, costituiti da modeste casupole e risalenti forse all'epoca
romana, cominciarono a raggrupparsi attorno alle cellule basilari
dell'organizzazione dello spazio sociale del territorio: in
primis attorno al Casalicchio
e alla signoria fondiaria, rappresentata in età normanno-sveva dalle
famiglie Orso,
Arnone
e Ugolotta de Lauriniano;
in secondo luogo attorno alla chiesa intitolata a S. Laverio
(diventato in seguito S. Oliverio, dopo adattamenti e trasformazioni
fonetiche e linguistiche),
con annesso il cimitero,
quindi alla parrocchia.
Questo schema, largamente
diffuso a partire dal X secolo, ricalca il modello classico dell'incastellamento
o dell'«encellulement»,
che ha lasciato segni profondi nell'intero Mezzogiorno e nella
stessa Laurignano.
L’aggregazione di una comunità attorno ad una residenza signorile
fortificata rappresentò una sorta di rivoluzione all’alba del
secondo millennio. Nei secoli centrali del Medioevo il
Casalicchio e la chiesa/parrocchia di S. Laverio, con
annesso il cimitero e adibita alle funzioni religiose, cura
animarum in particolare, svolsero la funzione di collante del
saldo legame tra ambiente naturale e attività umana. La chiesa
parrocchiale di S. Oliverio e il Casalicchio, ancora oggi,
costituiscono i punti nodali della zona più antica del paese. Una
prova della concomitanza temporale e funzionale tra queste
strutture, con forti valenze giurisdizionali e ruoli autonomi, ci è
data proprio dalla loro stretta vicinanza, rispondente a un criterio
di sviluppo urbano adottato dai Normanni.
L’insediamento laurignanese
è probabile, dunque, che abbia assunto le dimensioni di piccola
contrada tra l’XI e il XIII secolo, attorno alle strutture qui
accennate. Non a caso, la prima attestazione sicura del nome
Lauriniano compare in epoca normanna, in un documento della
badia argentanese della Matina, datato aprile 1142. Si tratta di una
«charta confirmationis et offertionis pro anima»
dell’archivio Aldobrandini, tradotta e pubblicata dal Pratesi,
attraverso la quale «Ursus de Laurin(iano) in lecto infirmitatis
iacens, sana mente et sincera voluntate» offrì se stesso a Stefano,
abate di S. Maria della Matina.
Altri due documenti, riferiti al periodo svevo, precisamente al 1221
e al 1248,
confermano l’esistenza di una località con questo nome. Da questo
periodo in poi, il nucleo abitativo originario di Laurignano ha
cominciato probabilmente a modellarsi nell'assetto topografico
attuale, seguendo uno sviluppo di impianto urbano imposto dai
Normanni.
Tra il X e il
XIII secolo si assistette nel Mezzogiorno ad una sensibile
espansione demografica, da cui scaturì anche una diffusa
colonizzazione del territorio e la ripartizione della popolazione in
centinaia di centri abitati.
In questo periodo, l'effetto congiunto delle incursioni piratesche
nelle zone costiere e lo stato di abbandono delle pianure
acquitrinose e malariche, comportarono importanti dinamiche
antropiche che videro le popolazioni arretrare verso le zone interne
e sulle alture.
Il
consolidamento della dinastia normanna alla guida del Regnum
accentuò la concentrazione degli abitati sparsi nei borghi dominati
da strutture fortificate, favorendo lo sviluppo del sistema
curtense, dei casalia e dei castra, plasmando
incisivamente la morfologia insediativa del Mezzogiorno.
Laurignano cominciò verosimilmente in questa fase ad acquisire una
sua identità giuridica e amministrativa, con confini geografici
definiti dal Busento e dallo Jassa, i due fiumi che delimitano il
territorio.
Tra il XII e il
XIII secolo, infatti, i corsi d’acqua assunsero particolare
rilevanza «nella divisione politico-amministrativa per il loro
compito naturale di fungere da linea di demarcazione tra territori
sovrani e tra ambiti amministrativi»,
prestandosi «a dare materialità a una linea di confine».
A ciò si aggiungano pregnanti fattori come la massiccia influenza
esercitata dal monachesimo di rito latino (benedettino e
cistercense), il cui insediamento lungo le sponde del Busento e
dello Jassa – dopo l'esperienza monastica bizantina – costituì per
le popolazioni locali un propulsore di sviluppo agricolo, economico
e socio-urbanistico per nulla trascurabile, oltre che un importante
punto di riferimento spirituale; il favorevole trend
demografico e di ripresa economica dopo il Mille sotto i Normanni
(dal censimento dei fuochi disposto dagli Angioini nel 1276,
risultano attribuiti a Laurinianum 400/500 abitanti);
la necessità di dare vita a borghi arroccati e difesi da fortilizi
per fronteggiare la minaccia delle incursioni saracene,
particolarmente virulente nell’area di Cosenza tra l’896 e il 1014;
l’arrivo di signorie di origine transalpina, giunte al seguito dei
nuovi conquistatori, insediatesi in loco sulla base del
principio di diritto germanico che il possesso della terra
equivaleva a detenere il potere.
A Laurignano ciò avvenne con gli Orso, Arnone e Ugolotta.
L'agglomerato urbano originario, ampliatosi attorno alla chiesa di
S. Laverio, si è in seguito esteso seguendo la morfologia del
territorio, verso il Casalicchio e le zone della Profenna,
via Albidona (i Petruni) e in direzione dell’attuale
via Croci, le sole a prestarsi ai fini abitativi. Il
Casalicchio, la dimora del dominus loci, in età medievale
e moderna sovrastava il versante del crinale che guarda verso lo
Jassa e sul quale insistevano lo spazio abitato, tenimenta e
orti coltivati. Posto in posizione elevata rispetto alla chiesa, al
cimitero e al caseggiato circostante, sotto il suo controllo erano
inglobati terre e contadini soggiogati dal dominus locale,
che ne era il padrone incontrastato e dai quali riscuoteva servizi e
censi. Egli esercitava anche il diritto giurisdizionale, il
cosiddetto banno.
Purtroppo, la scarsità e la reticenza delle fonti
documentarie non ci consente di appurare con precisione l'epoca in
cui venne costruito il Casalicchio.
Sebbene il toponimo sia di formazione altomedievale e si trovi
attestato
altrove
già in età normanna, dobbiamo attendere il XVI secolo per trovarlo
frequentemente documentato a Laurignano.
A titolo
esemplificativo citiamo
un
atto del notaio
di Cosenza
Antonio Zazzo del 1572,
con il quale
Bernardino e
Donna Munda De Ruggero, esponenti della più importante famiglia
laurignanese del Cinquecento, cedettero al magnifico Bernardino
Telesio tre case in località Casalicchio.
Nelle fonti notarili del Cinquecento,
come già notato,
la zona del Casalicchio risulta abbastanza popolata. In
particolare le famiglie De Florio, De Ruggero e De Anselmo sono
attestate come proprietarie di case e terreni in detta località.
Per soddisfare
le particolari esigenze di controllo e dominio questo fortilizio
rurale venne eretto in posizione decentrata rispetto all’abitato,
ubicato in una zona impervia, con ampi spazi vuoti nella parte
sottostante: era, questo, il modo per privare gli eventuali
assalitori di qualsiasi forma di riparo ed esporlo al tiro diretto
dei difensori. E’ opportuno precisare che queste fortezze sorte dopo
l’anno Mille non hanno nulla a che vedere con i poderosi castelli
che conosciamo ancora oggi, turriti e merlati, che vennero edificati
in epoche più tarde.
Il
Casalicchio era (ed è tuttora) un semplice torrione, costruito
in pietra e fortificato, circondato forse da una palizzata eretta a
protezione degli occupanti, contadini compresi, quando soldataglie e
razziatori di vario genere costituivano una seria minaccia.
L’architettura militare di età normanna era caratterizzata da
torrioni quadrangolari circondati da un recinto.
Non mancavano al suo interno il granaio e la cantina dove, per far
fronte alle necessità del signore in caso di assedio, si
conservavano i prodotti delle terre che quest’ultimo possedeva nei
dintorni. Tale funzione strategico-militare, con il tracollo
definitivo della dinastia normanno-sveva, si ridusse
progressivamente fino ad assumere, nei secoli a venire, la
connotazione di semplice dimora baronale per le nobili famiglie
locali e del patriziato cosentino, come si evince chiaramente dai
documenti notarili e parrocchiali riferiti al XVI-XVIII secolo.
La
presenza del Casalicchio e della chiesa di S. Laverio
dovette modificare profondamente il paesaggio agrario laurignanese
dei secoli medioevali, incoraggiando quanti vivevano disseminati
nelle campagne a raggrupparsi intorno al luogo di culto e sotto
l'ala protettrice del signore. Di pianta all’incirca rettangolare,
questa struttura si eleva sul fianco nord-ovest del centro storico.
La sua ubicazione in posizione strategica, al pari del più imponente
castello cosentino, lascia supporre anche una qualche funzione se
non di controllo vero e proprio almeno di vedetta o di fortilizio
lungo la via Popilia.
Che in epoca
normanno-sveva la contrada si sia potuta ampliare attorno alla
chiesa e, soprattutto, attorno al Casalicchio, ubicato fuori
dal perimetro dell'antico caseggiato, ci è confermato da diversi
indizi, non ultimo dalla toponomastica. In alcuni documenti notarili
del Cinquecento sono attestati i microtoponimi «In pede lo casale»
e «In capo lo casale», aventi come riferimento la zona
denominata ancora oggi Casalicchio. In un documento del
notaio cosentino Di Macchia del 1536 è attestata la località “ai
piedi del casale”. Nell’atto notarile si fa riferimento ad una casa
«sitam e positam in casale Laurignani loco ditto in pede lo
casale iuxta uno later domus Alfonsis de Modio et alio later
domus Florini di Urlando a parte anteriori viam publicam».
In
capo lo casale
era invece
la parte più
alta e panoramica dell’abitato, e consentiva il controllo visivo
della zona sottostante. La località è attestata in un documento del
1590, a proposito di un appartamento venduto da Blasio De Florio a
Vincenzo De Florio, in prossimità dell’abitazione di Goffredo De
Ruggero e vicino la casa e l’orto di Francesco De Ruggero.
Un
documento notarile del 1582
ci dà
notizia
che Goffredo De
Ruggero e Blasio De Florio permutarono e si scambiarono alcuni loro
beni: «detto Juffrida cambia titulo de cambio e permutatione dona e
assigna a detto Blasio una casa posta nello casale de Laurignano
loco ditto in capo lo casale» vicino l’altra casa dello
stesso Goffredo e sotto la casa di Francesco De Florio. Blasio, «a
titulo de cambio e permutatione dona e assigna a detto Juffrida una
casa posta nel medesimo casale loco ditto lo Casalichio sutta
la casa de Panfilio De Florio e sutta l’orto de Marcantonio De
Anselmo via publica».
La mole
di documenti notarili in cui sono attestati confini, località,
ricchi possidenti, ecc., lascia supporre che la località
Casalicchio, ancora in epoca moderna, fosse discretamente
popolata e che avesse le caratteristiche del piccolo agglomerato.
Questa struttura, esprimente il potere e l'autorità del territorio
urbanizzato, dopo la sua costruzione passò a designare il toponimo
della zona in cui sorgeva e, forse, l’attestazione geografica di
casale conferita all’intero nucleo urbano. Rimane una questione
aperta – da consegnare agli esperti di geografia e linguistica
storica – la diversa terminologia usata da notai e parroci. Negli
atti notarili rogati tra il XVI e XVII secolo compare costantemente
l'attestazione casalis Laurignani, mentre nelle fonti locali
(Registri parrocchiali) riferite alla seconda metà del Seicento e a
tutto il Settecento, Laurignano viene spesso indicata con il termine
oppidum.
Un nuovo assetto
urbanistico
– La
dislocazione di molte fortificazioni lungo le traiettorie delle
principali vie di comunicazione di impianto romano fa pensare ad una
composita rete di strutture di difesa e di controllo politico e
amministrativo del territorio, che si integrava con l’impianto
castellare feudale o parafeudale.
I Normanni, inoltre, consideravano importante il presidio dei ponti
e delle strade maestre per la difesa del regno. Non bisogna
dimenticare che il ponte sul Busento, ampiamente documentato nelle
carte superstiti del XVI e XVII secolo e ubicato nella zona
dell’attuale Molino Irto, collegava la città con Laurignano e con
tutto il vasto territorio che si estendeva in direzione sud-ovest.
La costruzione di numerosi castra e castella lungo
questi assi viari celebrava la potenza e il dominio dei
conquistatori, simboleggiato dal possesso di imponenti edifici cui
era legata la capacità di difesa e di controllo del territorio.
Lo sforzo
operato dai conquistatori normanni di riorganizzare il territorio –
dopo la disgregazione seguita alla fine dell’impero romano e dopo il
secolare dominio longobardo e bizantino – sembra compendiarsi
appunto nel potenziamento della fortificazione della contrada,
saldando organizzazione delle genti autoctone e sito naturale,
favorendo una sorta di nesso tra il sistema della villa –
sviluppatosi probabilmente in età imperiale (II sec. a.C. – V sec.
d.C.) nella vallata dello Jassa lungo la stessa consolare romana –
la curtis e il castellum.
Ciò è ancora più verosimile se si considera che il fortilizio
laurignanese sorse in un comprensorio che, prim’ancora che con la
villa e la curtis medievale, registrò frequentazioni
antropiche a partire da epoche protostoriche, come testimoniato dai
reperti archeologici della località Profenna, e sperimentato
forme di vita comunitaria profondamente influenzate dall’assiduo
transito lungo la via Popilia di uomini, idee, culti,
pratiche religiose, merci, eserciti e dall’insediamento lungo il
Busento e lo Jassa dei monaci di ascendenza greco-bizantina, in un
primo momento, di rito latino, dopo la conquista normanna.
Il
villaggio fortificato era un’entità urbanistica, sociale ed
economica che, in epoca normanno-sveva, modificò profondamente i
connotati paesaggistici di Laurignano, in funzione di rinnovate
dinamiche antropiche e insediative e di una nuova gestione e
organizzazione del territorio. Il sistema del latifondo, che aveva
caratterizzato il tardo impero, venne progressivamente cancellato a
beneficio di forme di sfruttamento delle risorse naturali più
sistematiche e puntuali. Dalle carte superstiti riferite al XVI
secolo possiamo rilevare che i terreni estesi oltre il perimetro del
borgo erano suddivisi in funzione della loro utilizzazione: a
ridosso delle abitazioni si coltivavano orti e frutteti, al di là di
questi le vigne e gli uliveti, nella fascia più ampia e distante le
colture cerealicole.
Al periodo di
dominazione normanna è dunque databile l’espansione della contrada
laurignanese, la quale, unitamente a quelle di Serra e Pulsano,
venne inserita sotto la giurisdizione della più vasta universitas
e poi baiulationis Tessani,
a sua volta sotto la giurisdizione della più ampia Universitas
Casalium cosentina. Superata la contrazione demografica del XIV
secolo e dopo una lenta ma costante crescita della popolazione nei
secc. XV e XVI, agli inizi del Seicento il paese giunse sull’orlo
del tracollo definitivo, causato da pressione tributaria, carestie e
crisi epidemiche, calamità naturali che decimarono la popolazione
fino a ridurla alla miseria di 61 “fuochi” (nuclei familiari)
registrati.
In conclusione
– Sulla base
di quanto fin qui asserito, fatta salva la cautela che s'impone in
questi casi, riteniamo di poter affermare quanto segue:
a)
il primo nucleo urbano di Laurignano risale verosimilmente al
periodo di espansione romana nel Bruzio, quando la costruzione della
Popilia – e la sopraggiunta necessità di doversi
difendere da predoni e saccheggiatori di ogni risma – spinse
rustici e villani dei casolari sparsi nelle campagne a raggrupparsi
in piccoli villaggi arroccati. Anche la localizzazione del sito, ben
aerato ed esposto al sole, in posizione elevata rispetto al
fondovalle malarico e paludoso, risultava idoneo per le attività
agricole e pastorali. Il toponimo Laurignano, con il suffisso finale
in –ano/-anum, è probabile che si tratti di un prediale
risalente al periodo romano;
b)
l'assenza di fonti probative solide non ci consente di affermare con
certezza se e in quale epoca sia stato un centro fortificato,
castrum latino, kastron o kastellion bizantino.
Né possiamo affermare con certezza se il termine oppidum,
largamente utilizzato in Età Moderna, stesse a indicare un piccolo
centro fortificato d'altura, come dimostrerebbero le frequenti
attestazioni documentarie, alcune labili emergenze archeologiche, la
localizzazione del sito e la tipologia dell'abitato e l'assetto
topografico del territorio;
c)
il silenzio delle fonti documentarie e la mancanza di altre
testimonianze credibili (per esempio il typicòn
del cenobio bizantino intitolato forse a S. Basilio,
nell'attuale zona di Granci, su cui ci soffermeremo tra
poco), non ci consentono purtroppo di indagare sull'intreccio di
rapporti tra monaci, autorità locali e plebi contadine operanti nel
contado durante i secoli centrali del Medievo;
d)
i repertori toponomastici ancora oggi presenti sul territorio e
documentati sin dal Cinquecento rappresentano la testimonianza
sicura di un processo antropico e di popolamento assai remoto;
e)
a partire dal
secolo XI, «la grande maggioranza degli abitati del Mezzogiorno
[...] – scrive Salvatore Tramontana –, ad eccezione dei centri
cittadini più importanti, sorgeva già [...] sulla sommità dei colli
e sui crinali delle alture dove, da tempo, ma specie in coincidenza
del modificarsi delle forme socio-economiche e di potere che avevano
caratterizzato l'impero romano, erano stati respinti. Dove cioè,
venuto meno un sistema produttivo e le relative opere di sostegno –
strade, ponti, appoderamenti, argini di fiumi, canali di scolo, ecc.
– le popolazioni avevano trovato riparo per sfuggire alle razzie
straniere e alla malaria che infestavano pianure e fondovalli».
Con l'arrivo dei
Normanni e la conseguente costruzione del Casalicchio, della
chiesa parrocchiale di S. Laverio con annesso il cimitero, la
piccola borgata cominciò ad espandersi attorno a queste cellule
fondamentali dello spazio urbano, connotandosi come centro rurale
arroccato sotto l'ala protettrice del dominus locale. Da
questo periodo in avanti, secondo il Guillou, si avvertì la
necessità di fortificare i villaggi o di creare nuove strutture
fortificate, idonee ad accogliere e proteggere i contadini locali.
Il Casalicchio svolse probabilmente questa funzione, e le
caratteristiche generali dell’habitat della Calabria normanna
sono ancora oggi rintracciabili nel territorio di Laurignano;
f)
nei secoli
successivi, malgrado una crescente urbanizzazione verso altre zone
del territorio, Laurignano rimase connotata come comunità di un
minuscolo borgo, costantemente soggiogata dal potere baronale
locale, detentore delle terre dominicali, dall’universitas,
con le terre demaniali per gli usi civici e dalla ecclesia,
la chiesa locale, attraverso i fondi della massa comune.
Queste
“istituzioni”, conniventi o trasversali al potere locale o esterno,
spesso tra loro in conflitto, molto più spesso si mostravano
reciprocamente solidali nella difesa di interessi e privilegi di
casta. Le ripercussioni più negative del loro agire comune, cioè «il
perseguimento di una volontà immobilistica»,
gravavano soprattutto sui ceti sociali meno abbienti, quella pletora
di contadini perennemente sospesa tra precarietà esistenziale e
dramma diuturno della sopravvivenza.
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