Tracce di monachesimo
italo-greco a Laurignano
Nei
decenni successivi all'editto di Leone III l’Isaurico (726 d.C.),
che propugnava l’iconoclastia, cioè la distruzione delle immagini
sacre, una moltitudine di asceti d'ispirazione basiliana
abbandonò le regioni siriache e della Palestina, l'Illirico, la
Cappadocia, il Peloponneso, le pendici del Monte Athos, per riparare
nelle regioni del Mezzogiorno d’Italia, in zone aspre e inospitali,
con l’intento di estraniarsi dal mondo e vivere la pienezza del
contatto con Dio. Nel sud della Calabria, il circondario delle
Saline, Stilo, Bivongi, Gerace, Pentidattilo e lo stesso Aspromonte
divennero centri di spiritualità di prim'ordine, mentre a nord della
regione, tra il Mercure e il Lao, e nei territori di Laino, Rossano,
Orsomarso, Lungro, questi monaci iconoduli dettero vita a quella che
venne definita l'Eparchia del Mercurion.
San Nilo da Rossano, il cui bíos costituisce una fonte
preziosa per cercare di penetrare nella temperie storica e religiosa
della società coeva, fu indubbiamente la figura più rappresentativa
di quel vasto movimento monacale italo-greco sviluppatosi in
Calabria tra il IX e l’XI secolo.
In questo stesso periodo, nell'alto
Tirreno cosentino e nell’area del Pollino, al confine calabro-lucano,
l'espansione monastica bizantina raggiunse il suo massimo fulgore.
Negli scriptoria e officine
mercuriensi, e nei cenobi disseminati in tutta la regione, i monaci
amanuensi vergavano miniature, salteri, evangelarî, eucologî, codici
liturgici, preziose opere di innografia, di arte calligrafica, ecc.,
custoditi in gran parte fuori dalla regione, negli scrigni di
biblioteche e musei di mezzo mondo. Qualche sporadico lascito
di quella straordinaria stagione culturale persiste
ancora oggi nell'intera area (valga l'esempio del famoso
Codex Purpureus Rossanensis,
custodito a Rossano ma vergato forse lontano dalla Calabria).
Cosenza e il suo circondario,
all'inizio del X secolo (901-02), secondo il catalogo delle sedi
ecclesiastiche contenute nel cosiddetto «Diatyposis
di Leone VI», rientravano
nella geografia ecclesiastica del tema di Calabria.
Al tentativo di "ellenizzazione" e consolidamento della Chiesa greca
nel catepanato d'Italia la Santa Sede reagì energicamente. Nel 983,
infatti, papa Benedetto VII elevò il vescovado longobardo di Salerno
al rango di metropoli, assegnandogli come suffraganeo il vescovado
di Cosenza, che dipendeva dalla metropolia di Reggio.
La Chiesa greca, dal canto suo, continuò la politica d’inquadramento
religioso della popolazione dei tre temi: Cosenza venne elevata ad
arcivescovado, dunque divenne autocefala.
Allo scoccare dell'anno Mille era questo, per grandi linee, lo
scenario ecclesiastico della provincia cosentina.
Con la conquista normanna della
Calabria, nella seconda metà dell'XI secolo, e la conseguente
“latinizzazione” del Mezzogiorno, il monachesimo greco fu avviato
verso un lento e inesorabile declino, culminato con la sua scomparsa
definitiva nella seconda metà del XV secolo. La testimonianza più
eloquente e incisiva di questa parabola discendente è costituita dal
Liber Visitationis di
Atanasio Calceopulo,
archimandrita del Patirion,
il quale, il 1° ottobre 1457, su incarico di papa Callisto III,
iniziò la ricognizione dei monasteri italo-greci sparsi nella
regione riscontrandone il degrado morale, lo sfacelo economico e
patrimoniale, la sistematica inosservanza dei dettami disciplinari
cui i monaci superstiti si erano ormai abbandonati.
Nel
comprensorio prossimo alla città bruzia, diversamente dai poli
estremi della regione, il
monachesimo
bizantino
non vi ha attecchito con altrettanto vigore.
«Si
direbbe che – scrive il Russo – malgrado la sua importante posizione
sulla via Popilia e quindi passaggio obbligato per i monaci
itineranti procedenti dal sud verso nord, nondimeno essa [Cosenza]
è[ra] volutamente scansata. Centri monastici importanti si afferma[ro]no
in tutta la Calabria (…) ma non Cosenza. (…) i monaci se ne tenevano
lontano per il suo carattere di città eminentemente latina».
La
forte impronta latina dell’intera zona,
aggiunge padre De Monte,
«sconsigliava o impediva a quei cenobiti grecofoni di stabilirvi la
loro fissa dimora. Per l’identico motivo fu poi agevole per i
Normanni impiantare qui il monachesimo occidentale sul modello
cluniacense prima, nella famosa badia della Matina, su quello
cistercense più tardi, alla Sambucina».
Per
quanto riguarda Laurignano, al presente, non sappiamo se e in che
misura il
monachesimo
bizantino
abbia esercitato il suo influsso culturale sul nucleo demico di
stanza sul territorio. Le fonti documentarie tacciono
incredibilmente, e la dispersione o frammentarietà delle altre
testimonianze, causata da incuria, spoliazioni, incendi, terremoti,
fa il paio con
quella damnatio memoriae a cui la cultura di matrice
greco-orientale, in particolar modo quella religiosa, fu sottoposta
all’indomani dello scisma con la Chiesa di Roma.
Ma
la ricerca storica prevede una pluralità di metodi d'indagine.
Nella
toponomastica
di
derivazione agiografica, per esempio, che
si occupa della denominazione dei luoghi
mutuati da
santi, chiese o icone,
che nel territorio di Laurignano
è
ben rappresentata, è
possibile scorgere i segni di
pratiche
cultuali e presenze monastiche
plurisecolari.
Non a caso, ancora oggi, il contado è disseminato di toponimi
derivati da santi di origine greca e venerati dalla Chiesa
universale.
Qui di
seguito
accenneremo a
questi
nomi di località,
alle
caratteristiche
del
territorio,
alle scarne
emergenze archeologiche
ancora
oggi rinvenibili in loco,
nell'intento di fornire un supporto
probativo
ai numerosi
indizi che
fanno
pensare ad un
insediamento
monastico
di matrice grecanica nel contado laurignanese,
in particolare
nell'attuale
zona
di
Piano Maggese,
a ridosso del Busento.
Prima di
procedere con l’analisi degli indizi è forse utile ricordare che,
probabilmente, la maggior parte di questi piccoli insediamenti
monastici sparsi un po’ ovunque in Calabria sorsero sul finire del
secolo X, in un clima politico e religioso propizio, auspicato da
Niceforo II Foca con il nuovo assetto amministrativo ed
ecclesiastico della provincia bizantina dell’Italia meridionale.
Vediamo ora questi indizi.
La
località S. Basilio
–
Il primo
segno concreto che ci rinvia senza esitazioni al passaggio di monaci
italo-greci sul territorio laurignanese (forse tra il IX e l’XI
secolo) è la località denominata S. Basilio,
ubicata nella vallata del Busento e attestata
in un documento del 1592,
rogato a
Cosenza dal notaio De Luca. Nel manoscritto è documentata la
donazione
di un
terreno in «loco ditto S.to Basilii»,
che
il nobile
Francesco De Ruggero,
spinto da zelo e carità, fece a favore dei
Conventuali di Castrovillari,
per fondarvi
ed
erigervi, con l’aiuto di Dio,
un monasterium dedicato a Santa Maria della Sanità.
La scarsità e la reticenza delle testimonianze disponibili non ci
consentono di stabilire la sicura appartenenza del cenobio all'Ordo
sancti Basilii. È probabile che il toponimo abbia assunto questa
denominazione per la presenza in loco del culto e di un
piccolo monastero eremitico fondato da monaci basiliani e intitolato
al grande riformatore del monachesimo orientale. Del resto, chi
altri e con quali diverse finalità può aver introdotto il nome e il
culto di questa eminente figura della Chiesa greco-bizantina a
Laurignano?
Che la
presenza di un cenobio italo-greco nell’attuale zona di Piano
Maggese non sia soltanto un'ipotesi vogliamo provarlo citando un
secondo documento del 1592, rogato dal notaio cosentino Plantedi, il
quale ci informa che il dominus laurignanese dell'epoca,
Goffredo De Ruggero, cedette al monastero di S. Maria della
Sanità un casalino scoperto in Laurignano, nella località
detta Casa sottana
Se
il toponimo S. Basilio designava l’intera zona, è probabile
che Casa sottana indicasse il fazzoletto di terra dove
insisteva l’antico e all’epoca abbandonato cenobio eremitico. Vi è
da aggiungere inoltre che: a) l’ubicazione dei due edifici
posti a poca distanza l'uno dall'altro, con il monastero francescano
in posizione elevata e l'altro più in basso, in direzione del fiume;
b) la presenza di labili tracce iconografiche ancora oggi
visibili sui muri perimetrali e sulle pareti interne; c) la
facciata principale del cenobio rivolta verso Oriente (il monaco
bizantino celebrava sempre rivolto a Oriente);
d) l'inaccessibilità e la solitudine dei luoghi; e) i
toponimi popolari «Turra e Santi» e «Turra e Monaci»,
pervenutici oralmente e utilizzati dai Laurignanesi per designare
l'intera zona, sono tutti indizi che fanno pensare a due edifici
religiosi adibiti al culto, fondati in epoche diverse e abitati da
monaci cenobiti e frati conventuali. Nel mostrare la loro
munificenza a favore dei francescani è probabile, altresì, che i De
Ruggero abbiano volutamente prescelto un luogo e un immobile
appartenuti in precedenza a religiosi.
Se del monastero francescano conosciamo come, da chi venne fondato
e in quale epoca, del cenobio di probabile ascendenza bizantina non
sappiamo nulla. In mancanza del typikòn, cioè del libro che
conteneva l’atto di fondazione, l’elenco dei suoi beni, le regole
liturgiche e disciplinari per ogni giorno; senza uno studio organico
delle testimonianze iconografiche e archeologiche, non è possibile
sapere nulla riguardo a queste e ad altre notizie. Non ci è dato
sapere neppure quando la struttura fu abbandonata dai monaci
italo-greci e se venne in seguito rilevata da altri monaci di rito
latino. Ciò che possiamo affermare con sicurezza è che l'arrivo dei
Normanni (XI sec.) favorì l'espansione dei possedimenti delle
abbazie benedettine e cistercensi della Val di Crati, le quali, come
vedremo, esercitarono la loro influenza anche nelle nostre contrade,
attraverso l’acquisizione di proprietà terriere, la gestione dei
mulini ad acqua lungo il Busento e favorendo il popolamento in
quelle zone (es. l’attuale zona di Granci) un tempo dominate
dal bosco e dall’incolto. Sul finire del Cinquecento, con
l'insediamento dei Conventuali francescani e poi dei Riformati, del
nome S. Basilio si è persa ogni traccia. L'antico cenobio
basiliano, all'epoca dei francescani fatiscente e ormai abbandonato,
venne riadattato nei secoli successivi e utilizzato come civile
abitazione. Ancora oggi, infatti, vi dimora una famiglia di
contadini.
La valle
del Busento
–
La vallata
del Busento, che separa i territori di Laurignano e Carolei, assai
più impervia e inaccessibile rispetto a quella opposta dello Jassa
–
precocemente antropizzata e attraversata dalla via Popilia
–,
consentiva la segregazione dal secolo e il pieno esercizio della
contemplazione mistica. Inoltre, si prestava benissimo ad accogliere
piccole comunità monastiche che erano sì alla ricerca di silenzio e
solitudine, smaniose di vivere al riparo dalle seduzioni del mondo,
ma nondimeno mostravano attenzione verso il lavoro manuale: i monaci
piantavano viti, curavano orti, costruivano magazzini per il
raccolto stagionale, coltivavano il gelso e allevavano il filugello
per la produzione serica. Non abbiamo prove che attestino la
coltivazione del gelso e l’allevamento del baco da seta già in epoca
bizantina. Diverso è il discorso per il periodo successivo, in
particolare dal XVI secolo in poi, quando nelle fonti notarili
riferite a Laurignano i richiami alle proprietà alberate con gelsi
sono frequentissimi.
È probabile che questa attività, rimasta in vita fino agli anni
'50-'60 del XX secolo, si sia protratta nelle nostre contrade sin
dai primi secoli del secondo millennio. La località S. Basilio,
lambita dal fiume e sepolta sul fondo dell'angusta valle, agli occhi
di questi santi uomini dovette risultare ideale per menarvi vita
eremitica. La zona denominata con il toponimo popolare Turra ‘e
Santi si presenta ancora oggi come una landa desolata e
inospitale, immersa nella natura selvaggia. Le attuali località di
Granci, Piano Maggese, Piano della Corte,
localizzate tutte in prossimità del Busento, come abbiamo visto in
precedenza, erano coltivate dai monaci con l'ausilio dei contadini (rustici)
del posto.
Gli stati
monacali
– Il crinale degradante verso il Busento presenta alcune escavazioni
nella rupe (aggrottamenti), le quali, se non ad un insediamento
rupestre vero e proprio, fanno pensare ad un loro utilizzo in ambito
rurale. La povertà dello spazio architettonico interno, privo di
giacitoi o di rialzi di terreno con la funzione di sedile o di
tavola; la mancanza di qualsivoglia testimonianza documentaria, di
corredo pittorico o di decorazioni parietali, di elementi di
identificazione cultuale, confermerebbero questa ipotesi. Tuttavia,
non possiamo escludere una destinazione d’uso diversa, considerato
che la zona era frequentata da monaci anacoreti desiderosi di
appartarsi e condurre vita solitaria. La compresenza nella zona di
un cenobio, chiesa, oratorio o che dir si voglia – intitolato forse
a S. Basilio – e di alcuni impianti grottali disseminati su
tutto il fianco del crinale, potrebbe costituire un indizio
significativo riguardo a pratiche monacali diffuse in Calabria, in
particolare nei monasteri bizantini del Mercurion,
riconducibili alla tripartizione classica – eremitico-anacoretico;
eremitico-esicastico, cenobitico-lavriotico – desunta dagli antichi
moduli monastici orientali e tramandatici dagli agiografi.
La
toponomastica ci offre anche in questo caso qualche utile
ragguaglio. Una località denominata Grotte, tramandatasi per
secoli, figura ancora oggi nella toponomastica laurignanese. Il
geonimo
dialettale Grutta (o
anche Grotta), infatti,
risulta frequentemente attestato
già
nei Registri parrocchiali del ‘700. Nel 1724 Francesca Rizzo morì
«in pago Hippolito Castilion Morello civitatis Consentia ubi dicitur
la Grutta».
Lo
stesso anno
il parroco Valentino registrò la morte di Francesca Rizzo in pago
Filippo Castiglion Morelli «ubi dicitur la Grutta».
Nel 1756 il parroco Oliveti annotò la morte del quarantenne Nicola
Massaro e, l’anno dopo, quella di Serafino Dodaro e di Anna Ferraro,
presso la Grotta.
Il monaco
viveva godendo la solitudine della grotta senz’altro interlocutore
all’infuori di Dio;
viveva esercitando le virtù nel ritiro e nella solitudine e
dipendeva dall’autorità di un capo (igumeno); incontrava i
confratelli eremiti nella chiesetta comune, al centro della laura
per celebrarvi gli uffici divini.
I monaci che abitavano nelle laure praticavano l’hesychia
(la pace contemplativa). Altri vivevano nel cenobio, praticando la
lotta della totale obbedienza (hypotage) all’igumeno.
Il monaco
di un monastero cenobitico – ci fa notare André Guillou – poteva
uscire dal convento e condurre non lontano di lì la vita ritirata
dell’asceta, per poi rientrare nell’ambito cenobitico; quello che si
aggregava ad un centro monastico poteva stabilirsi in una grotta o
in una caverna, la quale era in genere situata nella prossimità d’un
monastero, da cui l’anacoreta dipendeva.
Se questo schema trovasse o meno rispondenza anche a Laurignano non
possiamo dirlo con certezza; ciò che invece possiamo affermare senza
esitazione è che gli indizi a nostra disposizione (toponomastica,
habitat, vestigia, culti) e il ricorso alle fonti tradizionali
del X-XII secolo (typikà, bíoi e altre annotazioni
agiografiche) suggeriscono un modello stereotipato di organizzazione
monastica italo-greca adattabile per analogia al territorio
laurignanese.
La penuria di solide fonti documentarie, archeologiche e
iconografiche, tuttavia, impone su questo tema la massima cautela.
L’auspicio – accompagnato da un’intima speranza – è che nuove prove
e studi più qualificati giungano a illuminare questo aspetto
fondamentale dell’esperienza monastica bizantina nelle nostre
contrade.
Vediamo
ora quali altri toponimi e culti ci offrono ulteriori indizi sulla
più che probabile frequentazione di monaci bizantini nel territorio
laurignanese. Prima di procedere con le località derivate da nomi,
culti e devozioni di santi di origine grecanica, dobbiamo purtroppo
registrare che, della chiesa parrocchiale intitolata al martire
S. Nicola, attestata agli inizi del XV secolo, non è rimasta
traccia. È pertanto difficile individuarne la localizzazione sul
territorio. Anche il toponimo S. Basilio, come già osservato,
non esiste più oppure ha cambiato denominazione. I toponimi
S. Janni,
S. Maria,
Santa
Sofia
sono tuttora presenti nella toponomastica laurignanese. La loro
caratteristica principale è quella di essersi perpetuati nella lunga
durata, tramandandoci
quelle informazioni che la storia ufficiale in genere non attesta.
S. Nicola - Un
santo di sicura origine greca attestato nel territorio di Laurignano
è S. Nicola. La presenza di una «ecclesiae parochiali S.ti
Nicolai de Lauriniano» è riportata in un documento della
Cancelleria Vaticana del 1413.
Il documento citato non ci offre altre indicazioni. Un altro
riferimento alla chiesa parrocchiale intitolata a S. Nicola
risale agli inizi del secolo XVI (1504), quando papa Giulio II
concesse a Iohanni Petro Sistar «de parochiali ecclesiae S.
Nicolai, casalis Laurignano».
Altra testimonianza sicura ci è data da un atto rogato dal notaio
cosentino Maugeri, nel 1610. Nel documento è attestato «uno pecto de
terra posto in detto territorio di Laurignano loco ditto S.
Nicolai».
Santa
Sofia
- È
un altro agiotoponimo di origine greca,
localizzato sullo stesso versante del crinale che guarda al Busento,
in
prossimità della
contrada Specola, al confine tra Tessano e Laurignano.
La
località risulta attestata nei Libri parrocchiali del '700.
Il parroco Oliveti, nel 1759, registrò il decesso di Francesco
Pugliese avvenuto in località S. Sofia, mentre nel 1777,
don
Antonio Plastina,
parroco,
annotò
la morte di Pietro Federico e Caterina Miniaci avvenuta presso «la
torre di S. Sofia».
Anche questa santa ha origini grecaniche,
ed è assai venerata in Oriente.
La località figura ancora oggi nella toponomastica laurignanese.
S. Janni
-
Il toponimo
S. Janni
è attestato la prima volta in un documento notarile del 3 aprile
1590,
rogato dal notaio Plantedi di Cosenza. Nel documento si
fa
riferimento ad un
«pago di Petro in loco ditto la valle di S.to Joane».
Il nome del santo designa l’omonimo quartiere ed è di derivazione
greca.
La
località
risulta attestata
anche nel 1626, quando Fabrizio Doni di Tessano fece
la
donazione irrevocabile ai
propri
figli di una proprietà posta nel luogo S. Janni,
con torre e vigna.
Anche nel
Libro dei morti della parrocchia di S. Oliverio
il
toponimo
risulta
frequentemente attestato.
Nel 1757 vi morì Giuseppe Ajello, nel 1766 Cinzia Borrelli e, nel
1775, una certa Clara Ajello.
S. Biase
–
Il microtoponimo si trova a poca distanza dall’antica località S.
Basilio, nella zona di Piano Maggese. S. Biase è
la versione dialettale di S. Biagio, martire e vescovo di
Sebaste, in Armenia. Alla protezione di S. Biagio erano
affidati gli agricoltori, il bestiame, i cardatori.
Il culto
dei santi di origine greca, passati a designare il nome di
altrettante località del territorio laurignanese, è ragionevole
pensare che siano
da ascrivere al periodo bizantino,
come anche
le chiese consacrate ai
santi
del Menologio.
Generalmente, tali
dedicazioni
rimontano
a prima del
1054,
anno
in cui fu
decretato
lo scisma fra
cattolici
e greco-ortodossi.
Sarebbe
altrimenti impensabile, ammettendo una cronologia posteriore a
questa data, che si intitolassero
luoghi
di culto a santi della Chiesa
greca,
ormai autocefala e scomunicata, anziché ai canonizzati della Chiesa
romana.
Ciò appare ancora più vero se si considera che proprio in questo
periodo cominciò la “latinizzazione” della Calabria e della Val di
Crati ad opera dei Normanni. Cosenza, infatti, dopo il 1056, rientrò
nel mondo normanno e nella giurisdizione ecclesiastica romana.
Una svolta
radicale e scismatica, inoltre, presupponeva la
cancellazione
di
tutto ciò che direttamente
o
indirettamente si richiamasse al
passato.
Con la
conquista del Mezzogiorno da parte del Guiscardo (1059) il rito
greco fu spinto verso la lenta consunzione per lasciare spazio a
quello latino, di obbedienza pontificia e romana. L’intitolazione
di una
nuova
chiesa,
cappella, icona, ecc., acquistava
pertanto
il significato simbolico del predominio di una confessione
sull’altra.
Per questa ragione
le chiese
e i culti
consacrati
nel territorio di Laurignano
a S.
Nicola,
S. Basilio, S. Janni, S. Sofia, tutti santi di
origine bizantina, è probabile che risalgano al
periodo pre-scismatico.
Intensificare le ricerche per
conoscere e riconoscere
il
contributo che la spiritualità bizantina, con i suoi culti ed i suoi
riti ha apportato alla formazione della cultura tradizionale
del nostro
territorio, ci consentirebbe forse di comprendere il
divenire storico della
comunità
e l’identità collettiva della
popolazione laurignanese.
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