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Parrocchie a Laurignano tra Medioevo ed Età Moderna
Nei
decenni a cavallo tra il primo e il secondo millennio un misto di
timori e di speranze, di sogni e di aspettative pervase gli uomini
che si muovevano e agivano entro i confini della cristianità.
All'angosciosa paura
di un’apocalittica fine dei tempi
subentrò un sentimento diffuso di rinnovata fiducia, e la voglia di
rinascere a nuova vita. «L'umanità
– ha scritto
il
monaco cluniacense
Rodolfo il Glabro –
si
riscosse dall’agonia e riprese vivere, a lavorare, a edificare: a
edificare in primo luogo le chiese di Dio»;
un
«bianco mantello» si distese sull’Europa cristiana,
e dappertutto
ci
fu una
fioritura
rigogliosa
di culti, ordini monastici, monasteri, luoghi d’accoglienza, opere
pie.
Le chiese più importanti delle sedi
episcopali e dei monasteri, come le piccole cappelle dei villaggi
più sperduti – consacrate ad ogni sorta di santi – furono abbellite
e rese più decorose. A questa intensa attività materiale si
accompagnò una notevole effervescenza sul piano psicologico e
religioso.
Le popolazioni costruirono la loro identità intorno alla parrocchia,
che
divenne il segno distintivo dell’appartenenza a un determinato
territorio,
oltre che istituzione basilare per la
cura animarum
dei fedeli.
Il contado
dell'attuale
Laurignano
–
prossimo alla città di Cosenza e attraversato dalla via Popilia –
non rimase estraneo
a questo
rinnovamento spirituale «che investì dalle fondamenta tutta la
società europea».
Un reticolo capillare di luoghi pii e parrocchie rurali disseminate
sul territorio, attestate sin dal ‘400 ma sorte verosimilmente in
epoche precedenti, attendeva al sollievo spirituale dei fedeli, un
massa composta in gran parte dalla categoria sociale dei
laboratores, rustici e contadini che vivevano nella più completa
ignoranza e indigenza, legati al proprius sacerdos
dall'obbligo della confessione e della comunione eucaristica,
secondo i dettami sanciti dal Concilio Lateranense IV (1215).
A determinare un radicale cambiamento della cura animarum nel
suo insieme concorsero diversi fattori, a cominciare dall'incremento
demografico, in crescita costante almeno fino al XIV secolo. Dopo il
Mille, uomini e donne cominciarono a muoversi con maggiore
intensità, dando vita a dinamiche insediative e di popolamento che
mutarono profondamente l'habitat delle città e delle
campagne. Conseguentemente aumentò la domanda religiosa dei fedeli,
per rispondere alla quale la Chiesa si adoperò attraverso un
servizio pastorale diffuso capillarmente. Naturale conseguenza di
questo stato di cose fu appunto l'incremento delle parrocchie.
Semplici cappellae acquisirono le funzioni della cura
d'anime, affrancandosi gradualmente dalla soggezione alla
chiesa-madre, fino all'ottenimento della prerogativa
battesimale.
Purtroppo, per
quanto concerne Laurignano, i secoli centrali del Medioevo sono
caratterizzati dalla totale mancanza di tracce documentarie, che
rende impossibile il compito di delineare o soltanto abbozzare
l'organizzazione parrocchiale nella contrada. Sul piano generale
sappiamo che l'istituzione parrocchiale acquisì una consistenza vera
e propria tra la fine del XII e l'inizio del XIII secolo, «allorché
divenne per i fedeli una struttura di inquadramento pastorale»,
attraverso la distribuzione dei sacramenti, il controllo della
pratica religiosa e della moralità dei parrocchiani. Prima di allora
le parrocchie rurali erano pressoché inesistenti.
Nelle nostre contrade la loro nascita va messa forse in relazione
con il consolidamento della monarchia normanna alla guida del
Regnum Siciliae e a seguito della cosiddetta riforma gregoriana,
quando con i favori della Sede Apostolica i Normanni imposero
un’organizzazione della rete parrocchiale funzionale al controllo
delle popolazioni. La gerarchia ecclesiastica, rappresentata da
comunità monastiche e canonicali, venne riconosciuta, così come pure
l'autorità del signore del luogo, patrocinatore delle chiese con
prerogative parrocchiali e delegato alla nomina degli officianti. Il
vescovo, trovandosi spesso nell'impossibilità di contrastare i
potentati locali, rinunciava ai diritti materiali e alla nomina dei
sacerdoti, pur di mantenere la pretesa di una prevalenza a livello
disciplinare. Non era pertanto infrequente vedere parrocchie gestite
in regime di condominium da laici e chierici.
I concili lateranensi stabilirono alcune norme canoniche
riguardo al funzionamento della parrocchia, ma per tutto il
Medioevo si può dire che l'organizzazione parrocchiale fu tutt'altro
che ben delineata. Alla normalizzazione dell'istituzione
parrocchiale contribuì sensibilmente la riforma del concilio
Tridentino (1545-1563), quando la valenza territoriale della
parrocchia venne rimarcata. Il concilio stabilì inoltre la divisione
del territorio ecclesiastico e l'assegnazione d'un proprio pastore
per ogni singola comunità. La definizione del territorio
parrocchiale fissava i limiti entro i quali gli abitanti erano
considerati ufficialmente filii di una chiesa che
amministrava i sacramenti, educava alla fede, controllava i
comportamenti morali e religiosi dei fedeli.
La prima
testimonianza sicura di una chiesa parrocchiale a Laurignano rimonta
al 7 gennaio del 1400, intitolata a S. Lorenzo. Nel documento è
scritto che il canonico cosentino Salvatore di Arcavacata ricevette
il beneficio di due porzioni della chiesa parrocchiale di «S.
Laurentii Lauriniano».
Purtroppo, il documento pervenutoci dalla Cancelleria Vaticana non
ci consente di chiarire le origini della parrocchia né la sua
localizzazione sul territorio. Ciò che possiamo affermare con
certezza è che al pari della maggior parte delle parrocchie
dell'epoca anche questa era divisa in porzioni, secondo una prassi
canonica certamente non avallata dalla normativa del Lateranense IV
e risalente forse all’epoca in cui anche le diocesi del Brutium
furono soggette al patriarcato di Costantinopoli.
La situazione
delle parrocchie laurignanesi nella prima metà del XV secolo
riflette fedelmente il quadro generale della Chiesa calabrese di
quel periodo, invischiata in un marasma istituzionale e un disordine
disciplinare che favoriva atteggiamenti estranei all’ardore
evangelico e quell’anelito spirituale e cultuale con il quale il
monachesimo bizantino aveva impregnato per secoli la regione e forse
anche il nostro territorio. Nella vicina Dipignano, per esempio, nel
1442, un certo Ruggero de Caveoso si macchiò di simonia nella
collazione del beneficio della chiesa di S. Nicola.
Fu poi assolto da papa Eugenio IV. Accanto alla disgregazione morale
del clero secolare si andava diffondendo sempre più massicciamente
il messaggio dei frati Mendicanti, i quali riscuotevano entusiastici
favori sia nelle masse più indigenti che nei ceti sociali più
agiati. Anche a Laurignano, come abbiamo notato nelle pagine
precedenti, i fratres eredi di S. Francesco d'Assisi furono
accolti a braccia aperte dai rappresentanti istituzionali del
casale.
Nel XV secolo, a
Laurignano, la gestione della cura animarum era abbastanza
articolata. La parrocchia di S. Laverio è probabile che avesse la
prerogativa battesimale e di chiesa matrice. Accanto ad essa vi
erano altre chiese cum cura (S. Lorenzo, S. Nicola, S.
Salvatore), presiedute da un cappellano o da un rettore. Il numero
delle parrocchie rurali era legato anche all’aumento dei fedeli e
degli agglomerati abitativi. Alle chiese delle comunità inferiori
sparse nel contado, si conferivano le prerogative del fonte
battesimale, mentre la chiesa principale rimaneva tale di fronte
alle altre chiese derivate, conservando ben altri diritti rispetto
alle chiese filiali, soprattutto di natura patrimoniale.
La
presenza di una chiesa
attestata prima come
Sancti Laberii
e
poi come
Sanctus Laberius
la troviamo
documentata agli inizi del Quattrocento,
nel Regesto Vaticano. Della «parochiali ecclesia S. Laberii de
Lauriniano» ci informa,
infatti,
un manoscritto del 25 gennaio 1413.
Si tratta di una «conferma di provisione» di detta chiesa
parrocchiale
a favore
del vescovo di Siena, di Tommaso di Frontepetra, di Chicco di
Rogliano e Alessandro di Federico, canonici cosentini, cui venne
"provvista" con autorità ordinaria. Detta chiesa risultava vacante a
seguito della rinunzia di Salvatore di Arcavacata
per dubbi di canonicità.
Nello stesso documento è attestata senza ulteriori notizie la «ecclesiae
parochiali S.ti Nicolai de Lauriniano».
La chiesa parrocchiale di S. Laverio (diventato S. Oliverio, dopo
variazioni e adattamenti fonetici e linguistici con l'idioma
locale), sorge nel centro storico di Laurignano, ed è ancora oggi la
chiesa parrocchiale. La nascita della parrocchia è da collocare
probabilmente in epoca normanna, quando attorno ad essa e al
Casalicchio cominciò ad espandersi il nucleo urbano di
Laurignano. Se l'avarizia delle fonti non ci permette di sapere
nulla sui primordi di questa chiesa, i Registri parrocchiali –
disponibili dal 1653 in poi – e diversi documenti notarili rogati
tra XVI e XVII secolo, ci consentono di attingere preziose notizie
riguardo ai beni patrimoniali di cui era dotata e il nome dei
parroci, economi e rettori avvicendatisi alla sua guida con il
precipuo compito di gestirne il patrimonio, la cura animarum
dei fedeli e l'amministrazione sacramentale.
A
seguito della riorganizzazione delle chiese parrocchiali attuata dal
concilio Tridentino, quella di S. Laverio, la chiesa matrice del
territorio, a partire dalla seconda metà del Seicento risulta la
sola parrocchia laurignanese di cui si hanno notizie sicure. Sul
volgere
del
XVI
secolo,
per esempio,
il reverendo Ferdinando
Miranda, in «casali Laurignani», con bullas della
Camera Apostolica, prese possesso del beneficio di S. Oliverio e di
quello di S. Pietro esistente «in hospitale» della città di
Cosenza.
La conferma di tale assegnazione da parte del vicario cosentino ci è
attestata da un atto notarile rogato nello stesso anno.
Prima
della riforma tridentina, un
documento del 3 settembre 1421 ci
ragguaglia sulla
chiesa di S. Laberio in occasione della «riconferma di
provisione» della stessa a favore del canonico Alessandro di
Federico.
Nel documento si ordina all'arcidiacono di Cosenza di confermare al
citato canonico la "provvista" della chiesa di S. Laberio di
Lauriniano, vacante, a seguito della libera rinunzia del rettore
Salvatore di Arcavacata nelle mani di Tyrelli, arcivescovo di
Cosenza.
Di una «ecclesia parochiali S. Salvatoris de Laureniano» ci
informa un documento del 5 febbraio 1440, con il quale papa Eugenio
IV ordinò all'abate del monastero di S. Maria di Corazzo, in diocesi
di Martirano, di assegnare al chierico cosentino Robertino
Quattromani il canonicato di detta chiesa, vacante in seguito alla
promozione di Waliotti alla chiesa di Crotone.
Il canonicato era un titolo che veniva conferito o dalla Santa Sede
o dal vescovo a sacerdoti della diocesi, con o senza riconferma
pontificia.
A Laurignano e
altri centri abitati, come confermatoci dai documenti qui appena
citati, erano presenti varie parrocchie. I presbiteri ad esse
addetti, sia pure a vario titolo, erano di solito più di uno per
parrocchia. Di qui la constatazione – che del resto è una conferma –
della sovrabbondanza degli addetti al culto e ai sacramenti rispetto
alla popolazione dei fedeli.
La presenza di più parroci nella stessa parrocchia, tuttavia, non
significava necessariamente compromettere l’unicità della chiesa
battesimale, cioè una caratteristica pressoché costante nel
Mezzogiorno d’Italia, almeno sino all’applicazione dei decreti del
concilio Tridentino.
Gli stessi Padri che presero parte all'importante assise, per quanto
attiene alla presenza di più ecclesiastici in seno ad una medesima
parrocchia, non si pronunciarono mai con la stessa chiarezza e
perentorietà mostrata su altre questioni.
Nella
prima
metà del XV secolo, oltre a S. Laverio, vi erano a Laurignano
altre due chiese dedicate a santi martiri, Nicola e Lorenzo. Della
parrocchia di S. Lorenzo abbiamo notizia fino al 1519, quando il
chierico cosentino Johanni de Innacaro ricevette da papa Leone X una
porzione della chiesa parrocchiale di «S. Laurentii de Aurignano».
In un documento di papa Giulio II, datato 1504, si fa riferimento a
Iohanni Petro Sistar «providetur de parochiali ecclesiae S.
Nicolai, casalis Laurignano».
Purtroppo, su questa parrocchia, le fonti coeve e postume tacciono
quasi completamente.
Un altro
riferimento sicuro ci è dato da
un documento del notaio
Maugeri del 1610, in cui è attestato «uno
pecto de terra posto in detto territorio di Laurignano loco ditto S.
Nicolai».
Per il resto, nient'altro.
Accanto a queste parrocchie battesimali vi erano chiese rurali che
svolgevano anch’esse un ruolo importante nella vita
pastorale e
associativa della comunità. È il caso di S. Maria Assunta,
annessa al monasterium francescano della località Stozza,
attestata nelle
fonti notarili del Cinquecento,
e di S. Pietro, ubicata nella zona del fiume Jassa.
A Laurignano, la chiesetta di S. Laverio fungeva dunque anche da
parrocchia, monopolizzando le funzioni religiose. Giova ricordare
che ancora oggi S. Oliverio è il patrono di Laurignano e che la
chiesa parrocchiale è a lui intitolata. Accanto alla chiesa vi era
il cimitero, un’altra cellula fondamentale dello spazio sociale del
piccolo casale. Il binomio chiesa/cimitero è rimasto indissolubile
fino agli inizi del secolo scorso, in sintonia con quel legame tra i
vivi e i morti intensificatosi a partire dal Medioevo, in
concomitanza con l’invenzione del terzo luogo dell'aldilà, il
Purgatorio, nel XII secolo.
I morti si dovevano trovare quanto più possibile vicino ai santi o
al santo patrono. Ma l'elemento indispensabile era, ed è rimasto, il
populus dei fedeli, la cui individuazione era dettata
dall’appartenenza territoriale, attraverso il concetto del
domicilio.
«La parrocchia –
scrive André Vauchez – era un'istituzione complessa che si definiva
contemporaneamente come ambito territoriale ben delimitato, come
popolo riunito in una chiesa per compiere gli atti principali della
vita religiosa – e della vita in genere, dal battesimo ai funerali –
infine, come spazio sacro comprendente non solo la chiesa con
l'altare e i fonti battesimali, ma anche il cimitero e una zona
circostante di estensione variabile».
La chiesa non era soltanto un
«focolaio di vita spirituale comune»
o il luogo adibito allo svolgimento delle funzioni religiose, ma era
anche un luogo di assemblea. Nei piccoli centri essa costituiva il
punto di riferimento della comunità. Le campane chiamavano a
raccolta in caso di pericolo, scandivano le ore della giornata e il
tempo dei contadini.
Lo spazio antistante la chiesa di S.
Laverio
era il luogo dove si riunivano i rappresentanti del casale per
decidere sulle questioni più importanti.
Le carte
riferite all'Età Moderna ce ne offrono puntuali conferme. A titolo
di esempio citiamo un
atto del notaio Maugeri datato 9 maggio 1604,
il quale
ci dà notizia di una di queste adunanze per discutere
su
argomenti
connessi
alla giustizia e al Regio Consiglio della Vicaria.
Ogni parrocchia era dotata di un articolato complesso di rendite –
proprietà, censi enfiteutici, ecc. – che non era finalizzato
soltanto alla manutenzione degli edifici di culto e al mantenimento
di coloro che gravitavano nell'ambito della stessa istituzione. Le
fonti documentarie – atti notarili, Registri parrocchiali e Catasto
Onciario – relative al periodo compreso tra il XVI e il XVIII
secolo, sono praticamente zeppe di riferimenti riguardo ai beni
patrimoniali in dotazione alla parrocchia di S. Oliverio. Qui di
seguito ne riportiamo soltanto qualche esempio.
Nel 1584
un certo Panfilio De Florio, per saldare un debito di 263 ducati
precedentemente contratto cedette a Francesco De Ruggero un suo
vigneto.
L’alienazione della vigna
da parte del De Florio sancì anche il decadimento dell’obbligo di
pagare «lo censo debito a S.to Liverio de carlini sette».
In un altro atto notarile del 1592 sono invece attestate una
proprietà alberata con fichi, viti, ulivi e altri alberi «in loco
ditto la Profenda seu Pantanela», confinante con una proprietà della
chiesa di S. Oliverio e un’altra di un certo Vittorio de la Rella,
e
la vigna
di
proprietà
della chiesa di S.
Oliverio.
Più
significative, in riferimento ai beni della parrocchia, risultano le
attestazioni superstiti sui cespiti immobiliari ecclesiastici.
Nel Catasto Onciario della bagliva di Tessano relativo all’anno 1743
sono elencati i beni della «Parocchiale Chiesa di S. Oliverio del
Casale dell’Aurigniano, Bagliva di Tessano».
Questo
documento, la revela, era di norma un documento raro negli
onciari, in quanto riportava con sufficiente precisione i beni e le
rendite della parrocchia. Per questo motivo le revele degli
enti ecclesiastici erano in genere molto reticenti e lacunose.
Nel lungo elenco di beni
appartenenti alla
chiesa figurano,
tra gli altri, case date in fitto,
un «orticello in luogo
detto sotto la Chiesa alborato di celsi neri e poche fichi iuxta li
beni de li PP. Teresiani», con una rendita di 39 carlini,
e una «possessione in luogo detto il Vallone iuxta li beni de li PP.
Teresiani e via publica alborata di fichi, querce e tre aratorie».
Le
fonti locali
del
Settecento
ci informano che
anche
i mulini del Busento e dello Jassa appartenevano alla chiesa di S.
Oliverio, all’ospedale di Cosenza, oppure ai signori del luogo e del
patriziato cosentino.
La parrocchia, nel corso dei secoli, a seconda delle zone, ha mutato
l’organizzazione, il significato della terminologia, ma non è mai
venuta meno alle due funzioni fondamentali che la connotano: essa è
e rimane il luogo per la celebrazione eucaristica per eccellenza.
Questa istituzione, inoltre, soprattutto nel Medioevo, non ha mai
cessato di rappresentare un obiettivo rilevante per il potere, nella
misura in cui essa possedeva beni (la dos ecclesiae) e
rendite (decime e altri proventi).
Per quanto riguarda Laurignano e il mondo rurale in genere, tra
l'«autunno del Medioevo» e gli albori dell'Evo Moderno, la realtà
sociale e la presenza dei mendicanti sul territorio costituiscono
una spia sicura delle difficoltà patite all'epoca dall'istituto
parrocchiale, anche se non ne decretarono la fine. Per rendersene
conto basta leggere i testamenti cinquecenteschi, dai quali emerge
nitidamente la sua importanza per gli uomini e le donne che vivevano
nel contado.
L’indagine sulle parrocchie laurignanesi qui delineata non pretende
ovviamente di essere esaustiva, anche perché meriterebbe una più
qualificata e approfondita messa a punto. Vuole essere semplicemente
il punto di partenza per auspicate ricerche successive. Fatte salve
le implicazioni di carattere economico fugacemente accennate, per
chiarire compiutamente il ruolo, la funzione e l'organizzazione
delle parrocchie laurignanesi nei secoli medievali e fino al
concilio di Trento è soprattutto nell’aspetto religioso e
nell’amministrazione dei sacramenti che bisogna incentrare
l’attenzione. In particolare nei rapporti tra istituzione
parrocchiale e mondo dell’aldilà, che ha coinvolto moltitudini di
fedeli e che ancora oggi è il vero fondamento della
religio.
Il
tutto, nella segreta speranza che affiorino dall'oblio nuovi
documenti e una rinnovata sensibilità verso la storia tanto
affascinante quanto colpevolmente trascurata di questi nostri
luoghi.
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