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Addetti
alla
cura
animarum
La
mancanza di fonti non ci consente purtroppo di delineare, o soltanto
di abbozzare, un'indagine anche sommaria sull'articolazione e il
funzionamento delle parrocchie laurignanesi nei secoli centrali del
Medioevo (XII-XIV sec.), né ci dà la possibilità di affrontare con
sufficiente attendibilità il tema concernente gli addetti alla
cura animarum, i connotati principali del loro apostolato,
l'estrazione sociale, il livello culturale. Per quanto riguarda
questo periodo la documentazione in loco è andata interamente
dispersa o distrutta a causa di spoliazioni, incendi, terremoti,
incuria umana,
mentre
le fonti
relative al periodo compreso tra il 1142 e il 1324 (offerte pro
anima, documenti della corte federiciana, cedole dei Registri
Angioini, Rationes Decimarum)
non
disvelano
alcun
indizio utile ad illuminare l'attività pastorale che le stesse
parrocchie esercitavano.
Diverso è il discorso a
partire dal '400. Da questo periodo in poi le fonti della
Cancelleria Vaticana ci offrono scarne ma precise notizie riguardo
alle parrocchie stesse, e interessanti spunti di riflessione su
taluni ecclesiastici che ne percepivano il beneficium, in
particolare la prebenda. Sul piano generale, in riferimento
all'organizzazione parrocchiale, Pietro De Leo ci fa notare che
nelle Rationes Decimarum e nelle lettere papali anteriori al
sec. XV non vi è traccia del termine plebs e dei suoi
derivati come plebanus e plebanatus.
Un altro dato significativo che possiamo rilevare dalle carte
superstiti è che nel XV secolo, ad
numero di
parrocchie,
chiese,
ecclesiastici
più che
sufficiente rispetto
alla consistenza della popolazione
laurignanese, non sempre corrispondeva un adeguato funzionamento
dell'attività pastorale; anche
la vita spirituale
mostrava
sovente
esempi
poco
edificanti.
In quel periodo, infatti,
la disciplina ecclesiastica subì un vero e proprio tracollo, e la
corsa alle prebende e alle porzioni più consistenti ispirò il
comportamento di tanti uomini di chiesa. La stessa cura delle anime
ne pagò dure conseguenze, subordinata com'era a interessi che con
essa nulla avevano a che fare.
In seno ai benefici
parrocchiali furono costituite prebende estranee al sollievo
dell'anima dei fedeli. Nei secoli XV e XVI si giunse a conferire
benefici parrocchiali a dignitari ecclesiastici e persino a chierici
inferiori, accumulandoli anche sulle medesime persone. Il concilio
di Trento pose un freno a questo andazzo.
Nel piccolo casale di Laurignano la situazione non differiva dal
resto della regione. Le parrocchie
erano amministrate da più sacerdoti o rettori, «rectores»,
che
incameravano
le rendite delle
porzioni,
del
canonicato, dei
singoli altari o delle singole cappelle.
Nel
gennaio del 1400, il
canonico cosentino Salvatore di Arcavacata, pur essendo già parroco
di S. Pietro in Guarano, ricevette da Bonifacio IX il canonicato e
la prebenda della S. Croce nella Cattedrale di Cosenza, due porzioni
delle chiese parrocchiali di S. Cipriano in Mangone e di S. Lorenzo
in Laurignano.
Considerato
che all'epoca gli spostamenti da un luogo all’altro erano tutt’altro
che agevoli, in particolare durante la stagione invernale,
e che su
questo personaggio gravavano dubbi di canonicità, è
lecito dubitare che
egli
amministrasse i
sacramenti in prima persona e che la
sua
azione pastorale fosse esente dall'approssimazione.
Le perplessità aumentano
se pensiamo alla involuzione dell’istituto del beneficium,
che da valore strumentale nei confronti dell’ufficio (una rendita
che permetteva al parroco di dedicarsi senza altre preoccupazioni
alla cura delle anime), divenne con il passare del tempo il fine
(una rendita da acquisire comunque, anche senza svolgere
personalmente il ministero), con grave nocumento per la cura delle
anime, esercitata in condizioni miserevoli da mercenari. Si spiega
in questo modo la situazione paradossale che si creò nella Chiesa
dal periodo feudale fino al concilio di Trento: ecclesiastici in
possesso di un gran numero di benefici, i quali, non volendo o non
potendo risiedere nelle diverse sedi in cui avrebbero dovuto
esercitare il ministero, vivevano nella città e affidavano la cura
della anime al migliore offerente, cioè a chi chiedeva una minore
ricompensa.
I rappresentanti del clero – come noteremo più avanti – godevano
anche dei benefici rivenienti dalla pietà di singoli benefattori,
consistenti nelle oblazioni ordinarie e straordinarie, nelle decime
e primizie ed anche nei proventi del patrimonio proprio, in
particolare nei fondi che in misura diversa erano prescritti per la
fondazione di una tale chiesa battesimale.
Il
clero secolare, suddiviso in sacerdoti e chierici, costituiva nelle
diverse università calabresi una categoria assai numerosa della
compagine sociale. L’aspirazione ad entrare nelle sue fila era
dettata soprattutto dai privilegi di cui essa godeva.
«E' abbastanza verosimile
– scrive ancora il De Leo – che a determinare la compresenza di due
o più rectores nella medesima chiesa parrocchiale abbiano
concorso diversi motivi: centri abitati minuscoli, dove la
popolazione rurale viveva in casolari sparsi, che esigevano un
servizio pastorale di natura capillare; a ciò si aggiunga per il
Medioevo l'esuberanza del beneficio ecclesiastico, che non potendo
essere cumulato quando erano curati avevano determinato la divisione
della cura delle anime in "porzioni", in base all'appartenenza a
famiglie o al territorio a seconda delle abitudini locali».
Nelle
nostre contrade, dalle fonti a disposizione si evince
chiaramente che il ricorso alle porzioni, al canonicato, alle
prebende, alle rendite parrocchiali sotto le forme più svariate era
prassi corrente. Altri esempi, oltre a quello citato del canonico
Salvatore di Arcavacata, ci confortano in questa asserzione. Il 21
marzo 1419, sotto papa Martino V, venne ordinato al Tesoriere della
Chiesa di Cosenza di "provvedere" Bartolomeo Ruggero Quattromani,
chierico cosentino, del canonicato e della prebenda di S. Salvatore
di Laurignano, ottenute in precedenza dal canonico Salvatore di
Serra, deceduto.
Un documento del 3
settembre 1421 ci informa che l'arcidiacono di Cosenza dovette
confermare al canonico Alessandro di Federico la "provvista" della
chiesa di S. Laberio, vacante in seguito alla libera rinunzia del
rettore Salvatore di Arcavacata.
Ma non erano soltanto i chierici cosentini a beneficiare delle
rendite rivenienti dalle parrocchie laurignanesi. In un documento
emanato dalla Cancelleria Vaticana il 28 agosto 1460 è riportata la
notizia della concessione ad un certo Bnobis, chierico salernitano,
della prebenda e del canonicato della chiesa di S. Salvatore di
Laurignano, della chiesa di S. Pietro, ubicata nella zona dello
Jassa, e di alcune porzioni di altre chiese tutte in diocesi di
Cosenza.
Il 19 febbraio 1486, sotto papa Innocenzo VIII, venne ordinato a
Francesco di Maffeis e Francesco de Sinibaldis, canonici della
Basilica del Principe degli apostoli in Roma, e al vicario generale
arcivescovile di Cosenza, di assegnare a Francesco di Antonio Pietro
di Albertoni, chierico romano, la prebenda di S. Salvatore, vacante
per la morte di Carlo Setario, di beata memoria, vescovo di Isernia,
il quale l’aveva posseduta per disposizione e dispensa apostolica.
Anche le rendite di una chiesa intitolata a S. Nicola, in territorio
di Laurignano, furono concesse nel 1504 ad un certo Iohanni Petro
Sistar.
La prassi di dividere la parrocchia in porzioni e di concedere il
canonicato, la prebenda e altri benefici a ecclesiastici, pur se
riferita alla sola parrocchia di S. Oliverio, è rimasta invariata
anche nei secoli successivi, come confermatoci da numerose
attestazioni della Cancelleria Vaticana e atti notarili.
Ma quali
erano i redditi delle parrocchie? e quanto rendevano le parrocchie
laurignanesi? Rispondere con precisione a questo secondo
interrogativo non è ovviamente possibile, vista la mancanza di fonti
documentarie esaustive.
I
redditi destinati al culto erano di norma identici in tutte le
parrocchie: questue, offerte, decime, redditi di immobili (case o
piccoli appezzamenti di terra sparsi nel territorio della
parrocchia), rendite ricevute in eredità da benefattori.
In età angioina, la Guerra del Vespro intervenne a rincarare la dose
di precarietà e di miseria che attanagliava le popolazioni
calabresi. Alle
innumerevoli tasse
governative
si aggiunse
quella di natura sacramentale, la decima, imposta da Clemente
V tra il 1310 e il 1311 e soprattutto da Giovanni XXII nel 1324.
La riscossione delle
decime costituiva abitualmente la principale fonte di reddito di una
parrocchia in generale e del parroco in particolare.
Mal digerita dai
parrocchiani, essa indicava il contributo forzoso
dovuto ai sacerdoti dei luoghi di culto, consistente
nella
decima parte dei frutti della terra. Nelle Rationes Decimarum
relative al 1324, pubblicate dal Vendola, per quanto riguarda il
casale di Laurignano è testualmente riportato: «Item a dompno Luca
de Lauriniano tarì II et grani X».
Purtroppo,
di questo Luca, non sappiamo altro, né la laconicità del
documento originale dell’Archivio Segreto Vaticano
ci offre ulteriori ragguagli o spunti di riflessione sullo
svolgimento della vita religiosa e cultuale in seno alla borgata.
Nei secoli XV e XVI i riformatori si dichiararono nettamente
contrari alle decime, negandone la validità. Dopo il concilio di
Trento, l’istituto della decima, ancora più che in passato, fu
contestata dai fedeli, diventando motivo di forte attrito con i
parroci. Nel Regno di Napoli la definitiva soppressione delle decime
si ottenne nel 1772.
Vennero sostituite con una «libera» offerta dei prodotti della terra
da parte dei fedeli nelle parrocchie rurali.
Riferimenti più precisi
riguardo alle rendite delle parrocchie laurignanesi ci pervengono
dai manoscritti della Cancelleria Vaticana, a partire dalla fine del
‘500. Nel giugno del 1595 Rocco Gatti, chierico diocesano, ricevette
in beneficio la rendita della parochiali ecclesia S. Oliverii,
pari a 23 ducati, vacante per la morte di Laudomedonte Miranda.
Il pontefice era a quell'epoca Clemente VIII.
Mezzo secolo dopo, nel 1646, un certo Francesco Galasso, presbitero
diocesano, approvato in concorso, venne "provvisto" della medesima
chiesa del casale di Laurignano, baiulationis Tessani, i cui
frutti ammontavano a 24 ducati, vacante per la morte di Ottavio
Borrelli, deceduto poco prima. Contestualmente gli venne imposto
l'obbligo di rimettere la porzione della chiesa parrocchiale dei SS.
Pietro e Paolo, in località Paterno.
Sul finire del XVII secolo Giuseppe Valentino, anch'egli presbitero
diocesano, ricevette il beneficio di riscuotere la rendita della
chiesa di S. Oliverio, pari a 10 ducati, vacante per la morte di
Giuseppe Albisani, morto nel mese di ottobre del 1669.
Agli inizi del Settecento (1706), Gennaro Mele, presbitero, venne
"provvisto" della chiesa, la cui rendita, insieme agli incerti,
ammontava a 60 ducati, vacante per la morte di Geronimo Iaccino.
Ma non erano soltanto i
parroci o i rettori alla guida delle parrocchie diocesane a ricevere
il beneficium connesso all’esercizio del loro ufficio e alla
cura animarum. Anche le chiese rurali sine cura e
dipendenti dai monasteri – come presto si vedrà – potevano talvolta
essere fonte di entrate. In Età Moderna, nel
piccolo casale di Laurignano e nelle campagne circostanti,
il
ministero della «cura animarum» veniva espletato in maniera
capillare dal clero locale, rettori o cappellani o parroci preposti
alla custodia dei luoghi di culto. Un enorme contributo alla
crescita spirituale dei fedeli era fornito anche dai monaci presenti
sul territorio.
Allo stato attuale, purtroppo, non disponiamo di documentazione che
ci aiuti a delineare l’estrazione sociale dei parroci laurignanesi,
il rapporto con la sede vescovile, con i
monasteri
presenti sul territorio, con i fedeli e con tutte le altre figure
gravitanti intorno alla parrocchia. Né siamo in grado di fornire
notizie precise in merito alla loro vita, ai tratti
salienti del loro apostolato.
Dalle
annotazioni sui Registri parrocchiali, apposte con mano e
calligrafia sicura, appare chiaro come gli ecclesiastici
laurignanesi avessero
complessivamente una discreta preparazione culturale, forse
stimolata dal benefico influsso esercitato dai frati
mendicanti operanti sul territorio.
Generalmente
con i parroci rurali si
era abbastanza permissivi. «Non brillando per impegno ascetico, per
rigore morale, per livello culturale e per dedizione pastorale,
monaci e curati vivevano quasi laicamente, intenti a sfruttare i
beni che la pietà dei fedeli aveva legato ai centri di meditazione e
di culto».
Legato
com’era alla realtà popolare del suo villaggio, più incline alla
cultura folklorica piuttosto che a quella curiale e cittadina, il
prete contadino ignorava, talvolta, in forma anche clamorosa, quelli
che avrebbero dovuto essere i fondamenti del suo ministero.
Accanto all’ignoranza, anche la trascuratezza e i cattivi costumi
venivano puntualmente stigmatizzati dai visitatori apostolici. Per
non parlare del concubinato, che era diffusissimo. In una bolla del
luglio 1519, Leone X fu costretto a riconoscere che erano state
promosse al sacerdozio «persone ignoranti, incapaci di leggere e
scrivere correttamente, prive di ogni titolo di ordinazione o
dichiarato con falsità».
Nel complesso, comunque,
nonostante i tentativi di alcuni vescovi o pontefici per innalzare
il livello morale del clero secolare, attraverso la proposta di un
ideale di decora honestas, siano risultati vani, l’immagine
del parroco, in via generale, sembra essere stata meno malvagia di
quanto a lungo non si sia creduto e detto.
Abbracciare lo stato clericale significava assicurarsi una fonte di
sostentamento sicura e la possibilità di affrancarsi dalle grinfie
del fisco. E ciò non era poco, soprattutto in momenti di grave
congiuntura socio-economica.
Non a
caso, gli
ecclesiastici regolari e secolari erano completamente esenti dalle
imposte. I primi appartenevano agli ordini monastici, i secondi
erano soggetti al controllo vescovile ed erano normalmente addetti
alle parrocchie. «Nel corso del Cinquecento, la proprietà
immobiliare era intestata, più o meno fittiziamente, a persone
ecclesiastiche (...) Esenti dal pagamento delle imposte non pochi
membri del clero prestavano il proprio nome a vendite fittizie dei
beni, molto spesso di parenti».
Sul
finire del XVI secolo il governo spagnolo si trovò di fronte alle
evasioni fiscali frutto degli escamotages ecclesiastici,
proprio come il precedente governo aragonese nel 1473. Ma a
differenza dei loro predecessori, i governanti spagnoli adottarono
provvedimenti «pieni di riguardi e contemplavano eccezioni varie e
il completo riconoscimento delle esenzioni dei beni acquisiti dagli
ecclesiastici dopo l’assunzione dell’ordine sacro».
Se per
accedere al clero minore non vi erano discriminazioni di natura
economica, per conseguire i voti sacerdotali bisognava possedere,
secondo le disposizioni del concilio
Tridentino, beni immobili per un valore capitale di almeno 600
ducati. Era pertanto impossibile per il ceto inferiore fare diventar
i propri figli sacerdoti, ufficio ecclesiastico che era di fatto
riservato ai membri delle famiglie più abbienti.
Ma chi attendeva
all’amministrazione dei sacramenti? La terminologia che si riscontra
nelle fonti medievali e dell'Età Moderna risulta abbastanza
composita. «L’obbligo imposto ai laici dal concilio Lateranense IV –
scrive il Vauchez – di confessarsi dal loro sacerdos proprius
e di comunicarsi almeno una volta l’anno presso la propria chiesa,
segnò una svolta significativa, testimoniata da un cambiamento nella
terminologia: da semplice clericus o presbiter, come
era stato in precedenza, chi serviva presso na parrocchia fu elevato
allora allo statuto, decisamente più prestigioso, di curatus
o di rector, grazie all’acquisizione di nuove attribuzioni
nel campo della cura animarum».
Nella citata offerta pro-anima del 1142, il primo documento
in cui è menzionata Laurignano,
«è rappresentato il ceto ecclesiastico e il ceto borghese della
società normanna della Calabria»,
come ha ben osservato Franco Mosino. «Orso
–
continua lo studioso
–
fa testamento alla presenza di Giovanni, medico e giudice, Ugo
arcidiacono, Cono, cappellano, Roberto, medico e
canonico, ed altri. Lo scriptor del documento è Hervenus.
Ecclesiastici, medici e giuristi esprimevano le élites culturali del
tempo».
Nelle carte quattrocentesche ricorre frequentemente il termine
canonico.
A partire dalla seconda metà del Seicento, i Registri parrocchiali
di S. Oliverio ci offrono
esigue
ma
significative
indicazioni
riguardo all’articolazione del clero laurignanese. Il primo elemento
di riflessione è che Laurignano aveva come titolare della parrocchia
un «rector», un «economus» o un «parochus». In
alcuni atti di matrimonio del 1653 la firma in calce è di «Paulo
delli Preiti rector».
Nel 1661
a reggere la parrocchia di S. Oliverio era il rector don
Paolo de Presbiteris, così come Giuseppe Albisani, rettore nel 1669.
A partire dal 1670, alla guida della parrocchia si
insediò don
Giuseppe Valentino,
economus. Nel
1680 figura invece come rector.
Nel 1688 anche don Geronimo Iaccino si firmava come economus.
Qualche anno più tardi, però, egli figura come «rector». Agli
inizi del XVIII secolo sono attestati don Domenico Carnevale,
economus,
e don Gennaro Miele,
parochus. Nel 1715 la
parrocchia era retta dal «sacerdos Nicolaus
Valentinus parochus».
Agli
inizi dell'Ottocento, don Manfredi si firmava economus e
curatos.
Tra le varie figure quella istituzionalmente più modesta era il
cappellanus
o
parroco rurale, il quale, non potendo fare affidamento su cospicue
decime, non di rado era costretto a lavorare la terra e a
guadagnarsi da vivere.
Assai più altisonanti
erano i titoli dei visitatori diocesani. Nel 1776, Domenico Mazzei,
in calce al Liber mortuorum, appose la sua firma sotto gli
appellativi visitator, canonico e theologus.
La figura più importante in seno alle parrocchie rurali era
invece il parroco. Nelle fonti documentarie antecedenti al
concilio Tridentino questo appellativo si trova raramente; solo dopo
il concilio divenne comune e diffuso. Egli aveva il compito di
annunziare la parola di Dio al popolo e di amministrare i
sacramenti. La sua missione era un vero e proprio ufficio
ecclesiastico: egli riceveva la parrocchia come in proprietà, ne
diventava il titolare e a nome proprio e in modo stabile esercitava
l’ufficio. Tali prerogative richiedevano, però, da parte sua, il
rispetto rigoroso di alcuni obblighi. In forza dell’ufficio che
occupava era tenuto ad amministrare i sacramenti ed occuparsi del
bene spirituale delle anime, a guidare e stimolare tutta l’attività
religiosa della parrocchia. Le disposizioni conciliari e sinodali
che riguardavano la sua persona – dalla nomina alla determinazione
degli ambiti del suo ministero – ne mettevano in risalto
l’insostituibilità entro la comunità cristiana affidatagli dal
vescovo.
Nelle
campagne il parroco era il referente obbligato della vita religiosa
e gestore universale di ogni aspetto del soprannaturale, anche di
quello magico stregonesco. Non erano rari i casi di parroci che si
impegnavano a liberare i loro fedeli da malefici, o nel proporre
loro ricette taumaturgiche. Ricordiamo a questo proposito il caso di
Ottavio Gallo, un religioso che, secondo la Cronaca
secicentesca del Frugali – che non trova conferma in altre fonti
coeve o postume – fu scomunicato dall’arcivescovo di Cosenza e poi
condannato alla forca purificatrice, nel gennaio 1596. È scritto
testualmente nella Cronaca frugaliana curata dal Galli:
«A 11 luglio 1594
Monzignor Arcivescovo dissacrò Don Ottavio Gallo dell’Aurignano
(...) La dissagrazione si fece, e lo detto Ottavio fu condotto alle
carceri, dopo alcuni giorni fu mandato a Napoli al Nunzio,
finalmente alli 29 gennaio 1596 fu afforcato in Napoli. (...) La
provincia di Cosenza e la stessa città furono abbondantemente
insanguinate da truci sentenze del tribunale ecclesiastico, il quale
perseguitava con lo stesso rigore non solo i ritenuti rei, ma anche
coloro (compresi monaci e sacerdoti) che venivano in sospetto di
intendersela con i Valdesi, o che cercavano onestamente di frenare
tanto accanimento a loro danno. (...) Terminata la funzione Don
Gallo fu condotto prigioniero nelle carceri del Santo Uffizio, le
quali esistevano sotto il palazzo dell’Arcivescovo. Poi il
condannato fu spedito a Napoli alla mercé del Nunzio pontificio, ed
ivi venne finalmente impiccato. La sua agonia durò dall’11 luglio
1594 al 29 gennaio 1596, con l’aggravante del viaggio fattogli
compiere da Cosenza a Napoli».
Una
volta insediatosi in una parrocchia, il parroco poteva contare
sull’assistenza di uno o più preti che a titolo diverso gli
prestavano il loro aiuto. Negli anni Sessanta del XVIII secolo, il
parroco di S. Oliverio don Paolo Cozza faceva affidamento su Antonio
Crescebene, economo e reverendo, il quale, per esempio, nel 1768,
confessò e dette l’unzione e il viatico (la
comunione portata
ai
moribondi, così chiamata perchè apriva la via all’eternità)
alla giovane Angela
Morello, in procinto di rendere l’anima a Dio.
Anche l’economus e curatus don Antonio Plastina, nel
1776, figura come coadiutore del parroco Cozza.
Scelto dallo stesso
parroco, operando alle sue dirette dipendenze, il vicario era per
lui il più prezioso degli ausiliari. In assenza del titolare egli
assumeva totalmente il governo della parrocchia. Oltre al parroco e
al vicario, nell’ambito di una parrocchia risiedevano oppure
operavano i cappellani, i quali dovevano provvedere a precise
funzioni come la celebrazione di messe in una determinata chiesa o
altare. La preoccupazione principale del cappellano era quella di
adempiere al servizio religioso della cappella del cui beneficio era
titolare, sia nella stessa chiesa parrocchiale, sia in qualche altro
luogo di culto presente sul territorio.
Anche se riferito ad un rappresentante del clero regolare,
un
atto del notaio Casini di Cosenza, datato 20 agosto 1861, ci informa
che l’eremita Benedetto Falcone, superiore dell’Istituto Religioso
da lui fondato sotto il titolo di Santa Maria della Catena, si
determinò a provvedere e fornire frate Alfonso Bernardi di S. Pietro
in Guarano, aggregato a detto Istituto, «di Sacro patrimonio onde
ascendere agli ordini sacri, e fare solenne professione
concedendogli il citato beneficio di celebrazione di messe addetto
all’altare della Cappella di San Michele Arcangelo situato dentro la
chiesa di Santa Maria la Catena». Si trattava della cappellania
annessa all’altare della cappella di San Michele Arcangelo, la sola
rimasta libera, il cui beneficio consisteva nella celebrazione di
cinque messe la settimana, «l’elemosina di grana venti per ogni
messa che percepirà Fra Alfonso Bernardi nell’ammontare annuale di
circa docati cinquanta».
Il clero addetto alle parrocchie laurignanesi, nella quasi
generalità, riceveva una qualche formazione nei seminari della
diocesi di Cosenza sorti dopo il concilio di Trento. Se raffrontato
con il clero pre-tridentino, il cui fine principale era quello di
beneficiare di porzioni e prebende e del quale il canonico Salvatore
di Arcavacata può forse considerarsi più che un’eccezione un
prototipo, v’è da dire che esso era complessivamente più dignitoso,
più castigato nei costumi, raramente concubinario, che praticava la
residenza. Si trattava, in definitiva, di un clero che cercava di
assecondare il bisogno di trascendenza di una societas christiana
completamente illetterata e analfabeta, fragile, la cui
precarietà esistenziale traspariva nitidamente da una quotidianità
intrisa di paura e fame, di violenza e inganni, di soprusi e
pratiche superstiziose.
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