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Culti e devozioni |
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Il culto dei santi ha occupato un posto di rilievo nel cristianesimo medievale[1], e gli stessi santi, secondo una felice espressione di Peter Brown, «sono morti molto speciali»[2]. Nel territorio di Laurignano, la persistenza nella lunga durata di numerosi culti[3] e devozioni[4], legati verosimilmente all’apporto monastico e all’iniziativa locale e popolare, rappresenta il segno concreto e inequivocabile di una cultura e di un sentimento religioso profondamente radicati nell’animo della comunità locale. Nell'intero contado, come del resto in tutte le realtà rurali del Mezzogiorno, la devozione popolare ha venerato questi uomini di Dio come la manifestazione più immediata del divino sulla terra, soprattutto a partire dal Medioevo, epoca che ha contribuito in maniera determinante a svilupparne la portata. Uno sguardo attento sulla dedicazione di chiese, cappelle e altari, sulla toponomastica urbana ed extraurbana, sulle labili testimonianze archeologiche, ci rivela, accanto alla tradizionale presenza mariana (Madonna dell'Assunta, della Sanità, delle Grazie, degli Angeli), documentata sin dall’Evo Moderno, un territorio estremamente favorevole al culto dei santi, dove le culture succedutesi nel corso dei secoli – la cristiano-romana, quella bizantina e latina, con le varianti dovute alle diverse dominazioni normanna-sveva-angioina[5] – hanno lasciato i segni «agiografici» del loro passaggio. Accanto a S. Laverio, patrono e protettore, ed alla chiesa parrocchiale intitolata a S. Salvatore, nel tardo medioevo laurignanese risultano venerati altri due santi martiri d'importazione: Lorenzo e Nicola. Vi è da dire che, sul piano religioso-ecclesiale, mancano in Calabria del tutto o quasi santi martiri locali, venerati dal momento della morte nel luogo stesso del martirio (loca sanctorum) o dal momento della loro «inventio» o «translatio»[6]. Tra XII e XIII secolo, accanto ai vecchi santi martiri comparvero nuovi intercessori, vicini nel tempo e nello spazio, dalla tipologia ben più diversificata: eremiti o pellegrini, laici fondatori di opere di beneficienza[7]. I martiri, che per un lungo periodo sono stati i soli santi venerati dai cristiani, conserveranno nella Chiesa un considerevole prestigio, anche dopo l’affermazione di altri modelli[8]. Questo perché nella prospettiva cristiana essi erano morti come essere umani, seguendo Cristo, impegnati nella fedeltà al suo messaggio, guadagnandosi l’accesso alla gloria del paradiso e alla vita eterna[9]. In mancanza di fonti sicure, non possiamo dire con precisione l’epoca in cui questi culti furono introdotti nel territorio di Laurignano e da chi. Ciò che sappiamo per certo è che a partire dal Duecento l’aspirazione ad avere un sanctus proprius si ampliò a dismisura, estendendosi in tutta la cristianità. A partire da questo secolo, ognuno volle avere un patrono e protettore proprio, dalle città ai piccoli borghi di campagna. Nel ristretto ambito del mondo rurale, la popolazione, costantemente minacciata e angosciata dall’idea di perdere l’identità e la libertà, vedeva questi santi come il tramite per stabilire un contatto tra cielo e terra, per acquistare fiducia e prospettive di salvezza, per lenire la precarietà della vita quotidiana. S. Laverio è da sempre il patrono di Laurignano. Tra la fine dell'XI e il XII secolo, il Mezzogiorno d'Italia brulicava di asceti, sia d'ispirazione orientale che occidentale, i quali, favoriti dallo sviluppo della viabilità interna, raggiungevano le zone più impervie e producevano modelli di santità che diventavano referenti delle popolazioni rurali dagli orizzonti mentali fragili e facilmente suggestionabili. Attraverso l'esercizio apostolico e l'exemplum suscitavano venerazione e realizzavano importanti occasioni per costruire santuari e cenobi[10]. A Laurignano e nel resto della regione, durante i secoli medievali la religione era l'unica sorgente di spiritualità, radicata nelle anime, presente in tutti gli atti salienti della vita individuale e collettiva. Non c’era cosa o azione che non fosse messa in relazione con Cristo e con la fede. In quel periodo tormentato, il moltiplicarsi dei fermenti di vita penitenziale e il diffondersi dell'esercizio della carità, il sorgere di numerosi luoghi di culto nel contado, il malessere sociale e l'inquietudine religiosa orientavano gli atteggiamenti delle plebi contadine, le quali conformavano il loro abito mentale all'abitudine dell'attesa miracolistica, all'evento straordinario, a tutto un insieme di situazioni difficili, precarie e sensazionali. E se le speranze di rinascita dei Laurignanesi sembravano dissolversi dinanzi alla becera insipienza dei governanti, in seno al casale il ricorso al soprannaturale assumeva sempre maggiore pregnanza, connotandosi di pratiche pie e devozionali giunte purtroppo sfumate sino ai giorni nostri. La fame e i soprusi, la paura e il bisogno di protezione alimentavano la fioritura sul territorio di tantissimi culti: S. Laverio, S. Lorenzo, S. Salvatore, S. Nicola, attestati nelle fonti documentarie dei secc. XV e XVI, ne sono un esempio. Questi santi erano i referenti privilegiati dei Laurignanesi; con essi si stabiliva un rapporto diretto, appagante; prostrarsi al loro cospetto rinsaldava la fede, e si poteva restare in fiduciosa attesa dell’evento straordinario. Ad essi ci si rivolgeva perché possedevano capacità taumaturgiche, ma anche per la buona riuscita del raccolto, per invocare una grazia[11]. La loro santità evitava anche le pene dell’inferno, nutrendole di insopprimibili speranze escatologiche. La dedicazione delle chiese, cappelle rurali, oratori, a santi di consolidata reputazione taumaturgica e di ampia venerazione, come S. Nicola, S. Lorenzo, S. Pietro, S. Basilio, S. Lucia, ecc., ricordati sia nella documentazione scritta, sia in quella iconografica, rappresenta un chiaro segno del profondo collegamento tra mondo rurale e centro urbano, tra religiosità popolare e cultura religiosa cittadina. Le pratiche devozionali e le aspettative escatologiche segnavano allo stesso modo alcune forme di pellegrinaggio locale di tipo devozionale e rogazionale[12]. La presenza capillare di chiese, culti e pratiche devozionali sul territorio e nell'intera universitas tessanese, conferma tendenze e orientamenti diffusi in Calabria, legati al monachesimo greco-bizantino (S. Basilio, S. Nicola, S. Janni), alla committenza feudale benedettina e cistercense (forse S. Laverio), alle devozioni importate per combattere le epidemie (S. Rocco, S. Sebastiano, a Tessano), santi e devozioni legati agli insediamenti francescani (S. Antonio), la presenza di sante (S. Lucia e S. Sofia). Anche le numerose chiese scomparse (S. Nicola, S. Lorenzo, S. Salvatore, S. Pietro), puntualmente documentate ma delle quali si ignora l’ubicazione, offrono elementi utili per cogliere la profonda religiosità dei Laurignanesi e delineare lo scenario cultuale nel contado tra Medioevo ed Età Moderna. Ma la devozione popolare del tardo Medioevo non sempre si sposava con il dogma. Talvolta era venata di pratiche e forme che inficiavano gravemente la purezza della vita religiosa. Il culto dei santi si era così profondamente integrato alla vita sociale da divenire un elemento essenziale, con il rischio di banalizzarsi[13]. «E quando la Controriforma cercò di dare un carattere più puro al culto dei santi – ci fa notare Johan Huizinga nel suo Autunno del Medioevo – dovette prima operare sugli spiriti con il roncolo, per tagliare la vegetazione troppo lussureggiante dell’immaginario popolare»[14]. Con la Controriforma i santi si "staccarono" dal popolo assumendo una dimensione più trascendente, come voleva la Chiesa. Nel contado di laurignano, accanto a chiese e cappelle vi erano edicole urbane legate a tradizioni rituali come feste patronali, via crucis, ecc., e edicole extraurbane con precisi riferimenti topografici. Oltre a testimoniare la religiosità e l’intento magico-propiziatorio del ceto contadino, designavano il nome di un luogo. È il caso, per esempio, della località S. Maria, dove la presenza di un cona ha dato vita al culto e al monastero/romitorio dell'Assunta. In un territorio segnato nei suoi tratti peculiari da una presenza monastica plurisecolare, l’ideale di santità per la comunità locale era rappresentato da quei personaggi che, attraverso l'exemplum e il forte carisma, esorcizzavano il disagio dei tempi aiutando le anime semplici a superare la paura del diavolo e le inquietudini di un giudizio severo. Queste caratteristiche si compendiavano nella figura dell’eremita, l’uomo di Dio, il «vir Dei» monastico, che rifiutava i valori dominanti del suo tempo (potere, ricchezza, danaro, vita cittadina) per rifugiarsi nella solitudine e menarvi una vita totalmente religiosa, consacrata alla penitenza e alla macerazione[15]. Questi era dotato di carisma profetico e di potere taumaturgico già durante la vita e particolarmente dopo la morte. Tali dovettero essere i monaci cenobiti di Granci, i quali, con la loro presenza, nell’immaginario popolare laurignanese designarono addirittura il nome della microlocalità, Turra ‘e Santi, dove si erano insediati. Tale dovette essere secoli più tardi il frate grimaldese Benedetto Falcone, eremita presso la Stozza, animatore del culto della Madonna della Catena e fondatore dell'omonimo eremitaggio. Alla sua morte, avvenuta il 17 aprile 1866, «accorsero armate le popolazioni da Grimaldi, dov’era nato, e da Dipignano, dov’era morto, per contendersene la salma»[16]. Avendo già rilevato i santi di origine grecanica venerati sul territorio e che hanno designato il nome di numerose località, passiamo ora ad analizzare altri culti e devozioni, i quali, sul piano cultuale hanno segnato indelebilmente la pietà popolare e lo spirito religioso di Laurignano e dei Laurignanesi. S. Laverio – La presenza di una chiesa parrocchiale dedicata a Sancti Laberii, poi Sanctus Laberius, è attestata in due documenti della Cancelleria Vaticana, il primo dei quali datato 25 gennaio 1413[17]. Sin dalle sue origini, il culto di questo santo martire si è perpetuato ininterrottamente fino ai nostri giorni, connotandosi, specialmente nei secoli dell'Evo Moderno, come momento catalizzatore della religiosità popolare laurignanese[18]. Ma chi era questo martire della fede? Chi ha introdotto il suo culto nella nostra contrada? Come vi è arrivato? Rispondere a questi interrogativi è compito arduo; di lui si sa poco o nulla. Alcune fonti agiografiche ne ignorano persino l'esistenza, altre non fanno alcun cenno alla sua vita, ai luoghi del martirio, all'epoca in cui è vissuto. Purtroppo, la biografia del santo è tra le più incerte della martirologia cristiana. L'origine della devotio laurignanese, sul quale P. De Monte ha pubblicato un prezioso saggio storico-critico[19], rimonterebbe ai primi secoli del secondo millennio, quando giunse nella contrada passando forse dalla badia di S. Maria della Matina. Non a caso, nel monastero di S. Marco Argentano, questo culto risulta attestato già nel XII secolo. Anche i rapporti tra Laurignano e l'abate della Matina sono documentati sin dal 1142. I monaci della Matina e della Sambucina si adoperarono per diffondere il rito latino nell'intera Val di Crati e nelle nostre contrade. Il S. Laverio venerato a Laurignano potrebbe essere lo stesso Laverio martirizzato nell'area del Grumentum nei primi secoli del cristianesimo (312 d.C.) o forse il Saint Livier decapitato dagli Unni di Attila nel 451, quando si batté per difendere la città di Metz dagli invasori. Ma sono ipotesi che andrebbero suffragate da basi storiche affidabili. S. Lorenzo – La presenza di una chiesa parrocchiale intitolata a S. Lorenzo è documentata in un manoscritto della Cancelleria Vaticana datato 7 gennaio del 1400, quando il canonico cosentino Salvatore di Arcavacata ricevette il beneficio di due porzioni della chiesa parrocchiale di «S. Laurentii Lauriniano»[20]. Purtroppo, il documento pervenutoci, non ci dà ulteriori notizie riguardo alle origini del culto e alla localizzazione della chiesa sul territorio. S. Salvatore – La chiesa parrocchiale «S. Salvatoris de Laureniano» è attestata in vari documenti emanati dalla Cancelleria Vaticana nel corso del Quattrocento. Il 21 marzo 1419, papa Martino V ordinò al Tesoriere della Chiesa di Cosenza concedere a Bartolomeo Ruggero Quattromani, chierico cosentino, il canonicato e la prebenda di S. Salvatore di Laurignano[21]. Più tardi, il 5 febbraio 1440, papa Eugenio IV confermò allo stesso chierico il canonicato di detta chiesa[22]. Con un provvedimento pontificio del 28 agosto 1460, ad un certo Bnobis, chierico salernitano, tra gli altri benefici, furono concessi la prebenda e il canonicato della chiesa di S. Salvatore di Laurignano[23]. S. Lucia – È un toponimo attestato in un documento del notaio Plantedi, datato aprile 1592[24]. La microlocalità era ubicata probabilmente a ridosso della chiesa di S. Oliverio, dov'era custodita la cappella. Un altro documento del 1617 ci dà notizia che un certo Achille de li Preiti della città di Cosenza «asserisce tenere et possidere giusto titulo et bona fide (...) domus cum casaleno (...) positam in casale Tessani Laurignano loco ubi dicitur le Chiatre (...) la ecclesie Santo Liverii iuxta cappella S.ta Lucia»[25]. S. Pietro – Della chiesa intitolata a «S. Petri de Ayssa [Jassa]) ci dà notizia la prima volta un documento del 3 marzo 1425, sotto il pontificato di Martino V[26]. La stessa chiesa è attestata in altri due documenti della prima metà del Quattrocento, emanati dalla Santa Sede. Nel primo documento, del 16 maggio 1442, sotto papa Eugenio IV, è attestata la chiesa di S. Petri de Ayossa[27]. L’altro documento è del 3 maggio 1445[28]. La località S. Pietro è attestata più volte nei Registri parrocchiali del Settecento. L'anno 1725 Caterina Renzelli chiuse la sua giornata terrena presso la località S. Pietro, in comunione con Santa Madre Chiesa. Nel 1756 vi morì Lucrezia Dodaro, moglie di Salvatore Fera179. Due anni più tardi la trentottenne Diana Morelli si spense in località S. Pietro. Nel 1759 anche il quarantenne Nicola Mirabelli morì presso la sua abitazione ubicata in località S. Pietro. Del toponimo, posto nelle vicinanze del fiume Jassa, non è rimasta traccia. S. Martino – L’agiotoponimo S. Martino si trova nella parte alta dell’attuale Profenna, ed è attestato nel 1776 in relazione alla morte di Anna Maria Gabriele, abitante in «vulgo dicitur la torre di S. Martino»[29]. Nei Libri parrocchiali risulta frequentemente attestato. S. Antonio - Nella tradizione cultuale laurignanese, altra figura di spicco è quella di S. Antonio. Secondo gli anziani del paese questo santo era venerato presso il monastero francescano di Granci, dove ancora oggi persisterebbero labili tracce della sua sacra effige. La fioritura di santità che accompagnò l'apparizione degli Ordini mendicanti sul territorio laurignanese favorì lo sviluppo di nuovi culti destinati ad avere un largo seguito nella devozione popolare. Il culto di S. Antonio rientra in questo novero. Intorno alla metà del XIX secolo, una cappella intitolata a S. Antonio era collocata nel convento di S. Maria della Catena, sorto nelle vicinanze del centro abitato e della via Popilia[30]. È probabile che questo culto sia giunto nella zona della Stozza al seguito dei Conventuali francescani, i quali vi fondarono nel 1591 un monasterium e poi romitorio dedicato all'Assunta. S. Antonio, come è noto, abbracciò l'ideale francescano con fervoroso e sincero slancio. S. Michele Arcangelo – Dopo il 1348, quando ripetute epidemie di peste colpirono gravemente le popolazioni, queste rivolgevano le loro invocazioni ai protettori celesti. L'Arcangelo S. Michele era tra questi. Nei secoli XV e XVI l'antidoto per eccellenza contro gli attacchi della peste fu però S. Rocco, venerato nella vicina Tessano insieme a S. Sebastiano. In tempi più recenti, il culto verso l'Arcangelo Michele ebbe anche a Laurignano una certa risonanza. Del beneficio di una cappella dedicata a S. Michele Arcangelo, concesso da fra Benedetto Falcone a frate Alfonso Bernardi di S. Pietro in Guarano, aggregato all'Istituto della Madonna della Catena, ci informa un documento del notaio cosentino Casini, datato 1861. Si trattava della cappellania annessa all’altare della citata cappella, il cui beneficio consisteva nel reddito di cinquanta ducati all'anno, a fronte della celebrazione di cinque messe la settimana[31]. L'avvicendamento delle varie presenze-dominazioni nel nostro territorio non ha comportato automaticamente la cancellazione dei culti precedenti. Più frequentemente questi hanno convissuto sovrapponendosi come strati archeologici di successivi insediamenti, operando una sorta di osmosi tra le diverse tradizioni. Non a caso, tra XV e XVI secolo, nonostante l'ormai consolidata "latinizzazione" della Val di Crati e l'indiscusso predomino della chiesa di Roma, le carte attestano culti e località dedicati a S. Nicola, S. Basilio, S. Janni, introdotti nel contado, probabilmente, ancora prima dell'avvento normanno. Le località S. Janni, S. Sofia, S. Biase figurano ancora oggi nella toponomastica locale; il loro nome si è tramandato ininterrottamente e tenacemente da tempo immemore. [1] A. Vauchez, Reliquie santi e santuari, spazi sacri e vagabondaggio religioso nel Medioevo, in Storia dell'Italia religiosa. L'Antichità e il Medioevo, (a cura di A. Vauchez), Bari 1993, p. 455 [2] P. Brown, Il culto dei santi: l'origine e la diffusione di una nuova religiosità, Torino 1983. La citazione è presa da J. C. Schmitt, Spiriti e Fantasmi nella società medievale, Bari 1995, p. 5 [3] In riferimento alla Madonna di Polsi, la Mariotti dà del culto la seguente definizione: «Il culto riguarda prevalentemente le manifestazioni esterne, in genere pubbliche, sempre comunitarie e in qualche modo ritualizzate, della venerazione di Maria, costantemente presenti in ambito cristiano-cattolico (nonché ortodosso), e, nella varietà delle forme liturgiche, para-liturgiche, extra-liturgiche, diversamente valutate, controllate, orientate dall’autorità ecclesiastica». (M. Mariottixe "Mariotti", Culto e devozione mariani in alcuni documenti episcopali calabresi (secolo XX), in Atti del convegno S. Maria di Polsixe "S. Maria di Polsi"xe "Polsi". Storia e Pietà Popolare, Polsi 19-21 settembre 1988, Reggioxe "Reggio" Calabriaxe "Reggio Calabria"xe "Calabria" 1990, p. 89) [4] «La devozione interessa soprattutto le motivazioni interiori dell’affettuoso e rispettoso sentimento coltivato nel cuore dei fedeli verso Maria, della fiducia in lei riposta, del rapporto personale con lei intrattenuto, in forme singole o collettive, attraverso invocazioni e impegni, parole e gesti, convinzioni e pratiche che l’autorità ecclesiastica, secondo i casi, condivide e approva o diffida e frena». (M. Mariottixe "Mariotti", Culto e devozione mariani…cit., p. xe "S. Maria di Polsi"xe "Polsi"xe "Reggio"xe "Reggio Calabria"xe "Calabria"89) [5] F. Dal Pino, Santi protettori di mestieri nella Calabria medievale, in Mestieri, lavoro e professioni nella Calabria medievale: tecniche, organizzazioni, linguaggi, Atti dell’VIII Congresso Storico Calabrese, Palmi (RC) 19-22 novembre 1987, Soveria Mannelli 1993, p. 356 [6] Ibidem, p. 355 [7] A. Vauchez, Reliquie santi e santuari...cit., p. 460 [8] A. Vauchez, Il santo, in L’uomo medievale, a cura di J. Le Goff, Bari 2000, p. 355 [9] Ibidem, p. 355 [10] P. Dalena, Ambiti territoriali...cit., pp. 200-201 [11] «[...] Nel Mezzogiorno, tra la seconda metà del XIII e la prima metà del XIV secolo […] l’indigenza, l’oppressione, la sofferenza e i tormenti delle anime semplici aumentano la sete di miracoli, di eventi prodigiosi, di guarigioni, cioè stimolano molteplici aspettative legate non soltanto al conseguimento della salvezza eterna, ma anche al raggiungimento di alcuni obiettivi materiali come la guarigione da una malattia o la protezione dalle calamità naturali. Così crescono insieme superstizione e pietà popolare, si moltiplicano le apparizioni prodigiose e il numero dei mistici dotati di spirito di profezia e di poteri speciali». (Dalena, Ambiti territoriali…, pp. 205-206) [12] P. Dalena, Ambiti territoriali...cit., p. 204 [13] A. Vauchez, Il santo…cit., p. 387 [14] Huizinga, L’Autunno del Medioevo, Roma 1992, p. 202 [15] A. Vauchez, Il santo…cit., p. 357 [16] F. Russo, Storia dell’Arcidiocesi di Cosenza, Napoli 1958, pp. 284-285 [17] RVC, Vol. II, n. 9377 [18] La chiesa parrocchiale di S. Laverio è attestata in una miriade di documenti notarili rogati tra XVI e XVII secolo. [19] A. De Monte, S. Laverio Martire...cit., Mottola 1988 [20] RVC, Vol. II, n. 8773 [21] RVC, Vol. II, n. 9470 [22] RVC, Vol. II, n. 10469 [23] RVC, Vol. II, n. 11610 [24] ASCS, notaio Plantedi, anno 1592, sch. 47v [25] ASCS, notaio Maugeri, anno 1617, sch. 268v [26] RVC, vol. II, n. 9661 [27] Ibidem, n. 10647 [28] Ibidem, n. 10904 [29] Liber Emortualium [30] ASCS, notaio Casini, anno 1861, sch. 364-369 [31] Ibidem, sch. 364-369 |
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