Culti e
devozioni
Il culto dei santi ha occupato un posto di rilievo nel cristianesimo
medievale,
e gli stessi santi, secondo una felice espressione di Peter Brown,
«sono morti molto speciali».
Nel territorio di Laurignano, la persistenza nella lunga durata di
numerosi culti
e devozioni,
legati verosimilmente all’apporto monastico e all’iniziativa locale
e popolare, rappresenta il segno concreto e inequivocabile di una
cultura e di un sentimento religioso profondamente radicati
nell’animo della comunità locale. Nell'intero contado, come
del
resto
in tutte le realtà
rurali del
Mezzogiorno, la
devozione popolare ha venerato
questi
uomini di Dio
come
la
manifestazione
più
immediata
del divino sulla terra,
soprattutto a partire dal Medioevo, epoca che ha contribuito in
maniera determinante a svilupparne la portata.
Uno sguardo attento
sulla dedicazione di chiese,
cappelle
e altari, sulla toponomastica urbana ed extraurbana, sulle
labili
testimonianze
archeologiche, ci
rivela,
accanto alla
tradizionale
presenza
mariana
(Madonna dell'Assunta, della Sanità, delle Grazie,
degli Angeli), documentata sin dall’Evo
Moderno,
un
territorio
estremamente
favorevole
al culto dei
santi,
dove le culture succedutesi nel corso dei secoli
–
la cristiano-romana, quella bizantina e latina, con le varianti
dovute alle diverse dominazioni normanna-sveva-angioina
–
hanno lasciato i segni «agiografici» del loro passaggio.
Accanto a
S. Laverio, patrono e protettore, ed alla chiesa parrocchiale
intitolata a S. Salvatore, nel tardo medioevo laurignanese
risultano venerati altri due santi martiri d'importazione:
Lorenzo e Nicola. Vi è da dire che, sul piano
religioso-ecclesiale, mancano in Calabria del tutto o quasi santi
martiri locali, venerati dal momento della morte nel luogo stesso
del martirio (loca sanctorum) o dal momento della loro «inventio»
o «translatio».
Tra XII e XIII secolo, accanto ai vecchi santi martiri comparvero
nuovi intercessori, vicini nel tempo e nello spazio, dalla tipologia
ben più diversificata: eremiti o pellegrini, laici fondatori di
opere di beneficienza.
I martiri, che per un lungo periodo sono stati i soli santi venerati
dai cristiani, conserveranno nella Chiesa un considerevole
prestigio, anche dopo l’affermazione di altri modelli.
Questo perché nella prospettiva cristiana essi erano morti come
essere umani, seguendo Cristo, impegnati nella fedeltà al suo
messaggio, guadagnandosi l’accesso alla gloria del paradiso e alla
vita eterna.
In mancanza di fonti sicure, non possiamo dire con precisione
l’epoca in cui questi culti furono introdotti nel territorio di
Laurignano e da chi. Ciò che sappiamo per certo è che a partire dal
Duecento l’aspirazione ad avere un sanctus proprius si ampliò
a dismisura, estendendosi in tutta la cristianità. A partire da
questo secolo, ognuno volle avere un patrono e protettore proprio,
dalle città ai piccoli borghi di campagna. Nel ristretto ambito del
mondo rurale, la popolazione, costantemente minacciata e angosciata
dall’idea di perdere l’identità e la libertà, vedeva questi santi
come il tramite per stabilire un contatto tra cielo e terra, per
acquistare fiducia e prospettive di salvezza, per lenire la
precarietà della vita quotidiana. S. Laverio è da sempre il
patrono di Laurignano.
Tra la
fine dell'XI e il XII secolo, il Mezzogiorno d'Italia brulicava di
asceti, sia d'ispirazione orientale che occidentale, i quali,
favoriti dallo sviluppo della viabilità interna, raggiungevano le
zone più impervie e producevano modelli di santità che diventavano
referenti delle popolazioni rurali dagli orizzonti mentali fragili e
facilmente suggestionabili. Attraverso l'esercizio apostolico e l'exemplum
suscitavano venerazione e realizzavano importanti occasioni per
costruire santuari e cenobi.
A
Laurignano
e nel resto della regione,
durante i secoli medievali
la religione era
l'unica
sorgente di spiritualità,
radicata nelle anime,
presente in tutti gli atti salienti della vita individuale e
collettiva.
Non c’era
cosa o azione che non fosse messa in relazione con Cristo e con la
fede.
In quel periodo tormentato,
il
moltiplicarsi dei fermenti di vita penitenziale e il diffondersi
dell'esercizio della carità, il sorgere di numerosi luoghi di culto
nel contado, il malessere sociale e l'inquietudine religiosa
orientavano gli atteggiamenti delle plebi contadine, le quali
conformavano il loro abito mentale all'abitudine dell'attesa
miracolistica, all'evento straordinario, a tutto un insieme di
situazioni difficili, precarie e sensazionali.
E se
le speranze di rinascita dei Laurignanesi sembravano dissolversi
dinanzi alla becera insipienza dei governanti, in seno al casale il
ricorso al soprannaturale assumeva sempre maggiore pregnanza,
connotandosi di pratiche pie e devozionali giunte purtroppo sfumate
sino ai giorni nostri. La fame e i soprusi, la paura e il bisogno di
protezione
alimentavano
la fioritura sul territorio di tantissimi culti: S. Laverio,
S. Lorenzo, S. Salvatore, S. Nicola, attestati
nelle fonti documentarie dei secc. XV e XVI, ne sono un esempio.
Questi
santi
erano i referenti privilegiati dei Laurignanesi;
con essi si
stabiliva
un rapporto diretto, appagante; prostrarsi al loro cospetto
rinsaldava la fede, e si poteva restare in fiduciosa attesa
dell’evento straordinario. Ad essi ci si rivolgeva perché
possedevano capacità taumaturgiche, ma anche per la buona riuscita
del raccolto, per invocare una grazia.
La loro santità evitava anche le pene dell’inferno, nutrendole di
insopprimibili speranze escatologiche.
La dedicazione delle chiese, cappelle rurali, oratori, a santi di
consolidata reputazione taumaturgica e di ampia venerazione, come
S. Nicola, S. Lorenzo, S. Pietro, S. Basilio,
S. Lucia, ecc., ricordati sia nella documentazione scritta,
sia in quella iconografica, rappresenta un chiaro segno del profondo
collegamento tra mondo rurale e centro urbano, tra religiosità
popolare e cultura religiosa cittadina. Le pratiche devozionali e le
aspettative escatologiche segnavano allo stesso modo alcune forme di
pellegrinaggio locale di tipo devozionale e rogazionale.
La presenza capillare di chiese, culti e pratiche devozionali sul
territorio e nell'intera universitas tessanese,
conferma tendenze e orientamenti diffusi
in Calabria,
legati
al monachesimo greco-bizantino (S. Basilio, S. Nicola,
S. Janni),
alla committenza feudale benedettina
e cistercense (forse S. Laverio), alle
devozioni
importate
per combattere le epidemie (S.
Rocco,
S.
Sebastiano,
a Tessano),
santi e devozioni
legati agli insediamenti francescani
(S. Antonio),
la presenza di sante (S.
Lucia
e S.
Sofia).
Anche le numerose chiese scomparse (S.
Nicola,
S. Lorenzo,
S. Salvatore, S. Pietro), puntualmente documentate ma
delle quali
si ignora
l’ubicazione,
offrono elementi utili per
cogliere la profonda religiosità dei Laurignanesi e delineare lo
scenario cultuale nel contado
tra Medioevo ed Età Moderna.
Ma la
devozione popolare del tardo Medioevo non sempre si sposava con il
dogma. Talvolta era venata di pratiche e forme che inficiavano
gravemente la purezza della vita religiosa. Il culto dei
santi si era così profondamente integrato alla vita sociale da
divenire un elemento essenziale, con il rischio di banalizzarsi.
«E
quando la Controriforma cercò di dare un carattere più puro al culto
dei santi – ci fa notare Johan Huizinga nel suo Autunno del
Medioevo – dovette prima operare sugli spiriti con il roncolo,
per tagliare la vegetazione troppo lussureggiante dell’immaginario
popolare».
Con la Controriforma i santi si "staccarono" dal popolo assumendo
una dimensione più trascendente, come voleva la Chiesa.
Nel contado di
laurignano, accanto a chiese e cappelle vi
erano edicole urbane legate a tradizioni rituali
come feste patronali, via crucis,
ecc., e edicole extraurbane con precisi
riferimenti topografici. Oltre a testimoniare
la religiosità e l’intento magico-propiziatorio del ceto contadino,
designavano il nome di un luogo. È il caso,
per esempio, della località S. Maria,
dove la presenza di un cona ha dato vita al culto e al
monastero/romitorio dell'Assunta.
In un territorio segnato nei suoi tratti peculiari da una presenza
monastica plurisecolare, l’ideale di santità per la comunità locale
era rappresentato da quei personaggi che, attraverso l'exemplum
e il forte carisma, esorcizzavano il disagio dei tempi aiutando
le anime semplici a superare la paura del diavolo e le inquietudini
di un giudizio severo. Queste caratteristiche si compendiavano nella
figura dell’eremita, l’uomo di Dio, il «vir Dei» monastico,
che rifiutava i valori dominanti del suo tempo (potere, ricchezza,
danaro, vita cittadina) per rifugiarsi nella solitudine e menarvi
una vita totalmente religiosa, consacrata alla penitenza e alla
macerazione.
Questi era dotato di carisma profetico e di potere taumaturgico già
durante la vita e particolarmente dopo la morte. Tali dovettero
essere i monaci cenobiti di Granci, i quali, con la loro
presenza, nell’immaginario popolare laurignanese designarono
addirittura il nome della microlocalità, Turra ‘e Santi, dove
si erano insediati. Tale dovette essere secoli più tardi il frate
grimaldese Benedetto Falcone, eremita presso la Stozza,
animatore del culto della Madonna della Catena e fondatore
dell'omonimo eremitaggio. Alla sua morte, avvenuta il 17 aprile
1866, «accorsero armate le popolazioni da Grimaldi, dov’era nato, e
da Dipignano, dov’era morto, per contendersene la salma».
Avendo già rilevato i santi di origine grecanica venerati sul
territorio e che hanno designato il nome di numerose località,
passiamo ora ad analizzare altri culti e devozioni, i quali, sul
piano cultuale hanno segnato indelebilmente la pietà popolare e lo
spirito religioso di Laurignano e dei Laurignanesi.
S.
Laverio – La
presenza di una chiesa parrocchiale dedicata a Sancti Laberii,
poi Sanctus Laberius, è attestata in due documenti della
Cancelleria Vaticana, il primo dei quali datato 25 gennaio 1413.
Sin dalle sue origini, il culto di questo santo martire si è
perpetuato ininterrottamente fino ai nostri giorni, connotandosi,
specialmente nei secoli dell'Evo Moderno, come momento catalizzatore
della religiosità popolare laurignanese.
Ma chi era questo martire della fede? Chi ha introdotto il suo culto
nella nostra contrada? Come vi è arrivato? Rispondere a questi
interrogativi è compito arduo; di lui si sa poco o nulla. Alcune
fonti agiografiche ne ignorano persino l'esistenza, altre non fanno
alcun cenno alla sua vita, ai luoghi del martirio, all'epoca in cui
è vissuto. Purtroppo, la biografia del santo è tra le più incerte
della martirologia cristiana. L'origine della devotio
laurignanese, sul quale P. De Monte ha pubblicato un prezioso saggio
storico-critico,
rimonterebbe ai primi secoli del secondo millennio, quando giunse
nella contrada passando forse dalla badia di S. Maria della
Matina. Non a caso, nel monastero di S. Marco Argentano, questo
culto risulta attestato già nel XII secolo. Anche i rapporti tra
Laurignano e l'abate della Matina sono documentati sin dal
1142. I monaci della Matina e della Sambucina si
adoperarono per diffondere il rito latino nell'intera Val di Crati e
nelle nostre contrade. Il S. Laverio venerato a Laurignano
potrebbe essere lo stesso Laverio martirizzato nell'area del
Grumentum nei primi secoli del cristianesimo (312 d.C.) o
forse il Saint Livier decapitato dagli Unni di Attila nel
451, quando si batté per difendere la città di Metz dagli invasori.
Ma sono ipotesi che andrebbero suffragate da basi storiche
affidabili.
S. Lorenzo
–
La presenza di una chiesa parrocchiale intitolata a S. Lorenzo è
documentata in un manoscritto della Cancelleria Vaticana datato 7
gennaio del 1400, quando il canonico cosentino Salvatore di
Arcavacata ricevette il beneficio di due porzioni della chiesa
parrocchiale di «S. Laurentii Lauriniano».
Purtroppo, il documento pervenutoci, non ci dà ulteriori notizie
riguardo alle origini del culto e alla localizzazione della chiesa
sul territorio.
S.
Salvatore
– La chiesa parrocchiale «S. Salvatoris de Laureniano» è
attestata in vari documenti emanati dalla Cancelleria Vaticana nel
corso del Quattrocento. Il 21 marzo 1419, papa Martino V ordinò al
Tesoriere della Chiesa di Cosenza concedere a Bartolomeo Ruggero
Quattromani, chierico cosentino, il canonicato e la prebenda di S.
Salvatore di Laurignano.
Più tardi, il 5 febbraio 1440, papa Eugenio IV confermò allo stesso
chierico il canonicato di detta chiesa.
Con un provvedimento pontificio del 28 agosto 1460, ad un certo
Bnobis, chierico salernitano, tra gli altri benefici, furono
concessi la prebenda e il canonicato della chiesa di S. Salvatore
di Laurignano.
S.
Lucia
– È un toponimo attestato in un documento del notaio Plantedi,
datato aprile 1592.
La microlocalità era ubicata probabilmente a ridosso della chiesa di
S. Oliverio,
dov'era custodita la cappella.
Un altro
documento del
1617
ci dà notizia
che un certo Achille de li
Preiti della città di Cosenza «asserisce tenere et possidere giusto
titulo et bona fide (...) domus cum casaleno (...) positam in casale
Tessani Laurignano loco ubi dicitur le Chiatre (...) la ecclesie
Santo Liverii iuxta cappella S.ta Lucia».
S.
Pietro –
Della
chiesa
intitolata a «S.
Petri
de Ayssa
[Jassa]) ci dà notizia la prima volta un documento del 3 marzo 1425,
sotto il pontificato di Martino V.
La stessa chiesa è attestata in altri due documenti della prima metà
del Quattrocento, emanati dalla Santa Sede. Nel primo documento, del
16 maggio 1442, sotto papa Eugenio IV, è attestata la chiesa di
S. Petri de Ayossa.
L’altro documento è del 3 maggio 1445.
La località S. Pietro è
attestata
più volte nei Registri parrocchiali
del Settecento.
L'anno 1725 Caterina Renzelli chiuse
la sua
giornata terrena
presso la località S. Pietro, in comunione con Santa Madre
Chiesa. Nel 1756 vi morì Lucrezia Dodaro, moglie di Salvatore
Fera179. Due anni più tardi la trentottenne Diana Morelli si spense
in località S. Pietro. Nel 1759 anche il quarantenne Nicola
Mirabelli morì presso la sua abitazione
ubicata
in località
S. Pietro.
Del toponimo, posto nelle vicinanze del fiume Jassa, non è rimasta
traccia.
S.
Martino
– L’agiotoponimo S. Martino si trova nella parte alta
dell’attuale Profenna, ed è attestato nel 1776 in relazione
alla morte di Anna Maria Gabriele, abitante in «vulgo dicitur la
torre di S. Martino».
Nei
Libri parrocchiali risulta frequentemente attestato.
S.
Antonio -
Nella
tradizione cultuale laurignanese, altra figura di spicco è quella di
S. Antonio. Secondo gli anziani del paese questo santo era
venerato presso il monastero francescano di Granci, dove
ancora oggi persisterebbero labili tracce della sua sacra effige. La
fioritura di santità che accompagnò l'apparizione degli Ordini
mendicanti sul territorio laurignanese favorì lo sviluppo di nuovi
culti destinati ad avere un largo seguito nella devozione popolare.
Il culto di S. Antonio rientra in questo novero. Intorno
alla metà del XIX secolo,
una cappella intitolata a S. Antonio era collocata nel
convento di S. Maria della Catena,
sorto nelle vicinanze del centro abitato e della via Popilia.
È probabile che questo culto sia giunto nella zona della Stozza
al seguito dei Conventuali francescani, i quali vi fondarono nel
1591 un monasterium e poi romitorio dedicato all'Assunta.
S. Antonio,
come è noto, abbracciò l'ideale francescano con fervoroso e sincero
slancio.
S.
Michele Arcangelo –
Dopo il
1348, quando ripetute epidemie di peste colpirono gravemente le
popolazioni, queste rivolgevano le loro invocazioni ai protettori
celesti. L'Arcangelo S. Michele era tra questi. Nei secoli XV
e XVI l'antidoto per eccellenza contro gli attacchi della peste fu
però S. Rocco, venerato nella vicina Tessano insieme a S.
Sebastiano. In tempi più recenti, il culto verso l'Arcangelo
Michele ebbe anche a Laurignano una certa risonanza. Del
beneficio di una cappella dedicata a S. Michele Arcangelo,
concesso da fra Benedetto Falcone a frate
Alfonso Bernardi di S. Pietro in Guarano, aggregato
all'Istituto della Madonna della Catena,
ci informa un documento del notaio cosentino Casini, datato 1861.
Si trattava della cappellania annessa all’altare della
citata
cappella,
il cui beneficio consisteva
nel
reddito di cinquanta ducati all'anno, a fronte della
celebrazione di cinque messe la settimana.
L'avvicendamento delle varie presenze-dominazioni nel nostro
territorio non ha comportato automaticamente la cancellazione dei
culti precedenti. Più frequentemente questi hanno convissuto
sovrapponendosi come strati archeologici di successivi insediamenti,
operando una sorta di osmosi tra le diverse tradizioni. Non a caso,
tra XV e XVI secolo, nonostante l'ormai consolidata "latinizzazione"
della Val di Crati e l'indiscusso predomino della chiesa di Roma, le
carte attestano culti e località dedicati a S. Nicola, S.
Basilio, S. Janni, introdotti nel contado, probabilmente,
ancora prima dell'avvento normanno. Le località S. Janni,
S. Sofia, S. Biase figurano ancora oggi nella
toponomastica locale; il loro nome si è tramandato ininterrottamente
e tenacemente da tempo immemore.
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