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Comunità monastiche di rito latino: benedettini e cistercensi
Intorno
alla metà dell'XI secolo,
dopo la
conquista di
Cosenza e
dei
centri limitrofi
(1055),
e dopo l’unificazione politica della regione (1060), «Roberto
il Guiscardo
– scrive Filippo Burgarella –
poté
liberare
il Mezzogiorno dai
Bizantini
per
sostituirsi a essi e per sostituire la Chiesa greca d’obbedienza
costantinopolitana e il monachesimo greco con la chiesa latina
d’obbedienza pontificia e romana e il monachesimo latino e
benedettino».
Il vescovado di Cosenza – cui facevano capo i territori limitrofi
alla città, inclusa verosimilmente Laurignano – che fino al 989 i
papi attribuirono agli arcivescovi di Salerno come sedi loro
suffraganee, tra la fine dell'XI e l'inizio del XII secolo se ne
staccò rientrando nella nuova distrettuazione diocesana messa a
punto dai nuovi conquistatori nordici.
Consolidatisi saldamente
alla guida del Regnum Siciliae, i sovrani normanni
«ridisegnarono la geografia ecclesiastica del Mezzogiorno d'Italia»
e, con la benedizione della Sede Apostolica, attuarono una politica
ecclesiastica improntata alla cautela, senza traumatici
sconvolgimenti e con studiata parsimonia, che erose lentamente spazi
vitali ai monaci di rito greco e che trovò piena realizzazione nella
concessione di ampie forme di giurisdizione ai potenti monasteri
benedettini della valle del Crati, cui venne delegato localmente il
dominio e lo sfruttamento delle risorse del territorio.
Le imponenti strutture religiose che costruirono in Val di Crati e
lungo la via Popilia divennero gli avamposti del nuovo
"processo di latinizzazione", veri e propri «instrumenta regni»
capaci di imporre il potere feudale ma anche di irradiare una
nuova spiritualità e messaggi di fede di grande richiamo, sotto
l'insegna della Chiesa di Roma.
Il contado di Laurignano,
che
proprio sotto la monarchia normanna assunse una precisa confinazione
territoriale ed una sua identità giuridica,
delimitato dai
fiumi
Busento e Jassa, a ridosso della città e attraversato dall'antica
consolare romana,
non rimase estraneo a questo cambiamento radicale nella
riorganizzazione diocesana dei territori conquistati, ma attirò gli
interessi
delle
badie benedettine e cistercensi della Val di Crati, le quali dettero
vita sul territorio a complesse dinamiche monastiche.
Lo stanziamento dei Benedettini, i «monaci neri», nelle
zone depresse e disabitate, dominate dalla selva e dall’incolto,
favorì il progressivo
ripopolamento e
la
ricostruzione del tessuto
connettivo del territorio.
La
Sambucina
di Luzzi,
tra la fine del XII e gli inizi del secolo successivo, durante l'abbaziato
di Luca Campano, per esplicare
compiutamente il
labor manuum riconosciuto
e tutelato
dai privilegi pontifici e sovrani,
si
adoperò costantemente per
acquisire terreni lungo il corso del Crati e dei suoi affluenti,
compresi il Busento e lo Jassa. Nel contempo tese ad utilizzare al
meglio le risorse mediante l’incanalamento delle acque per
alimentare i mulini.
Nel
1208, con un diploma emanato da Palermo, l’imperatore Federico II
concesse
«a Bernardo abate di S. Maria della Sambucina e ai suoi successori
un feudo in Cosenza, già di Palagano da Venosa, rimasto del
regio
demanio, consistente
nelle popolazioni rurali e in alcune terre incamerate dal fisco, in
un molino sul fiume Busento e in un terreno da coltura nell’agro di
Cosenza».
Il terreno offerto al venerabile abate era confinante con la «viam
puplicam» e con la proprietà di Guglielmo, «filii iudicis Arnoni»
di Laurignano. Lo stesso feudo è riportato in un altro documento
rogato a Cosenza nel gennaio del 1209.
Le fonti documentarie attestano che sin dal XIII secolo
anche il
cenobio matinese di S. Marco Argentano
esercitò
la
sua
giurisdizione su numerosi «molendina aquarum» dislocati lungo
il corso del
Busento.
Una pergamena del 1202 pubblicata dal Pratesi ci dà notizia di due
mulini «in domo una in flumine Basentii».
I monasteri Cistercensi, forti della protezione imperiale e di
quella apostolica, godettero di ampia autonomia che consentì loro di
elevarsi a modello spirituale e culturale delle comunità rurali.
Re e grandi signori puntavano
sui monasteri come centri religiosi di preghiera, aziende agricole,
sedi di espansione e di rafforzamento politico sul territorio.
Sotto la guida illuminata
di Bernardo di Clairvaux (1112), la congregazione cistercense
ricevette un notevole impulso, diffondendosi entro i confini del
mondo cristiano attraverso il caratteristico sistema delle
filiazioni. Dediti più all'agricoltura e all'allevamento del
bestiame che non allo studio, i «monaci bianchi» limitarono
l'ufficio liturgico e si specializzarono in particolare nel
disboscamento e nella bonifica di terre paludose, perfezionando i
sistemi per imbrigliare le acque. Tuttavia, non trascurarono mai
l'esplicito e consapevole desiderio di un ritorno alla stretta
osservanza della Regola benedettina, alla sua rectitudo e ad
un profondo anelito verso la penitenza e la santità.
Terre e uomini
costituivano gli elementi indispensabili per l'esistenza di un
qualsiasi monastero.
L'Ordine cistercense
istituì
la figura del
converso,
la quale
designava
i laici illetterati,
una
categoria di religiosi che attendeva al disbrigo degli affari
economici delle fondazioni e che, vincolati da tutti gli obblighi
fondamentali della vita religiosa eccetto l’Ufficio Divino,
svolgevano
i servizi più umili
insieme ad assai più ridotte prestazioni cultuali.
Le
esigenze
materiali
e la
diffusa indigenza
collegavano
vasti strati della società al chiostro,
determinando un riassetto della
stessa famiglia monastica.
Intorno ai monasteri titolari di aziende agricole regolate dalle
consuetudini feudali, gravitava un notevole numero di villani,
di rustici, di angararii, di censiles, di
mercenari, di servi e ancillae, legati al
duplice vincolo della fede e della terra.
Non abbiamo a disposizione testimonianze al riguardo, ma è
verosimile che queste laboriose categorie di laboratores
agissero anche nel territorio di Laurignano, in particolare nelle
fertili
aree a ridosso del
Busento e dello Jassa, al servizio dei mulini e delle
piccole gràngie
obbedienti ai monasteri
della Val di Crati di rango più elevato.
La
località Granci, posta lungo le sponde del Busento, sul
versante del crinale che guarda verso Carolei, attestata nelle fonti
documentarie del '700, è un toponimo mutuato per l'appunto dal
termine grància o gràngia (latino popolare granìca,
derivazione di granum "grano")
che, come è noto,
designava «l'azienda agricola cistercense».
La persistenza nel tempo di una località con questo nome costituisce
una conferma sicura al fatto che l'intera zona fosse un possedimento
controllato da qualche monastero della Val di Crati. Nelle
gràngie si conservavano il raccolto e gli attrezzi agricoli, ed
erano governate dal cellelario o monaco "granciere", in
rappresentanza dell'abate. Augusto Placanica ha scritto che la
gràngia «indicava un complesso di edifici rurali in zona
pertinente ad un'abbazia, destinato ad essere centro della raccolta,
poi anche dell'amministrazione, delle derrate alimentari prodotte
nel territorio dipendente».
Secondo le norme cistercensi, le gràngie, per essere
facilmente controllate, dovevano distare dall’abbazia non più
di una giornata di cammino, sicché i fratelli conversi potevano
rientrare la domenica al monastero per gli uffici religiosi.
Oltre ai
cenobi della Sambucina e della Matina anche il
monastero
di S.
Maria di Corazzo
– in diocesi di Martirano –
possedeva
mulini
lungo il Busento.
Lo sviluppo di
queste
strutture economiche
lungo
i due
corsi d'acqua che delimitano il territorio di Laurignano si
colloca tra il XII e il XIV secolo,
favorito
dall'attività dei monaci, dalla tracciatura di una rete viaria
funzionale al territorio e
dalle opere di dissodamento e di bonifica dei terreni incolti:
interventi strettamente connessi fra di loro, che concorreranno
nei secoli
alla graduale definizione del territorio e del paesaggio agrario
laurignanese. Alla diffusione dei mulini era legata la messa a
coltura, il popolamento e la conseguente valorizzazione fondiaria
dei terreni.
Le fonti
documentarie qui appena richiamate, la
solitudine dei luoghi
–
adatti alla
pratica
ascetica,
all'abbandono
e al
disprezzo
del mondo (fuga mundi,
contemptus mundi)
–
le acque dei due
fiumi –
utilizzate
sia
per
l’irrigazione
degli
orti
sia
per
l’attivazione
delle macine –
la toponomastica delle zone, sono tutti tasselli significativi
a
conferma dell'intensa attività monastica dispiegatasi sul territorio
laurignanese nei secoli centrali del Medioevo.
Con l'avvento normanno
è probabile che il cenobio bizantino di S. Basilio, cui
abbiamo fatto cenno nelle pagine precedenti, sia passato ai monaci
di rito latino insediatisi nelle badie della Val di Crati. Ciò è
ancora più verosimile se si considera che i monaci provenienti dalla
Francia «iniziarono la loro attività in Calabria alla metà del sec.
XII, senza fondare nessun nuovo monastero, ma riformando quelli
benedettini e basiliani preesistenti». Gli stessi Florensi, attivi
sul territorio laurignanese, alla morte di Gioacchino (1202)
acquisirono diversi monasteri basiliani e benedettini.
Attorno a questi
elementi si è realizzata nel tempo la crescita civile e demografica
della comunità locale, stimolata dall'ordo novus per
eccellenza, quello di Cîteaux,
che funse da referente principale delle masse contadine del
circondario. Fattori come l'estrema debolezza delle strutture di
inquadramento civile, accanto alla latitanza delle autorità centrali
e al profondo svilimento della figura del vescovo, invischiato nelle
lotte dei potentati locali di cui esso stesso faceva parte, tra XI e
XII secolo, contribuirono ad enfatizzare e amplificare il ruolo del
monaco e del monastero.
L'ombra del chiostro, inoltre, esprimeva il fascino di
un'alternativa appagante al disordine sociale dell'epoca, garantendo
una capacità di formazione culturale e di organizzazione economica e
civile del territorio.
Voluta dal Guiscardo
lungo l'iter Calabriae, l'abbazia di S. Maria della Matina
acquisì la dimensione di struttura economica e feudale di primo
piano. Legata intrinsecamente all'abbazia normanna di Saint-Évrioul
d'Ouche, da dove provenivano numerosi monaci, si caratterizzò anche
come preciso punto di riferimento della pietà popolare della Val di
Crati.
Che l'abbazia della Matina facesse sentire il suo peso nel contado
laurignanese già al tempo dei benedettini ci è confermato da
un'altra significativa attestazione: il nome Lauriniano
compare per la prima volta proprio in età normanna, nelle carte
latine della badia argentanese. Il documento, come notato in
precedenza, attesta la donazione di alcuni beni che un certo «Ursus
de Laurin(iano) in lecto infirmitatis iacens, sana mente et sincera
voluntate» offrì a Stefano, abate di S. Maria della Matina,
per la salvezza della propria anima. I congiunti, presenti e
consenzienti, confermarono la donazione e, a loro volta, mossi dalla
medesima istanza salvifica, concessero altre terre al monastero.
Purtroppo, non è dato sapere in quale località venne redatto il
documento della donatio pro anima, se a Laurignano, a S.
Marco Argentano o altrove. L'infermità del donatore lascia supporre
che la concessione fu sottoscritta a Laurignano, forse in presenza
dei rappresentanti della badia matinese che gravitavano in loco.
In epoca sveva il
controllo giurisdizionale dei monasteri di Sant’Angelo de Frigilo,
della Sambucina e della Matina su vaste estensioni territoriali andò
sempre più dilatandosi e rafforzandosi, grazie ai numerosi privilegi
concessi da Federico II e dai suoi funzionari.
La Sambucina con le sue dipendenze, l'abbazia di Corazzo e la Matina
acquisirono «splendore e potenza»
attraverso tutta una politica di possedimenti, di concessioni, di
“obbedienze”, che comportava necessariamente un costante e intenso
movimento tra la badia e queste “dipendenze”.
In particolare la Matina, con la sua studiata posizione lungo la
via Popilia e con la potenza politico-religiosa attribuitale,
permise il frequente spostamento di uomini, di idee, di culti e
forme religiose della zona italo-greca del Mercurion verso
quella latina della Val di Crati.
Che l'abbazia di
Corazzo esercitasse la sua influenza nei dintorni di Cosenza e
nell'intera diocesi ci è confermato da diverse attestazioni
documentarie. Nel novembre del 1230, per esempio, papa Gregorio IX
inviò una lettera all'arcivescovo di Cosenza e ai suoi suffraganei
esortando i religiosi di quella provincia a proteggere e a difendere
il monastero di Corazzo.
I confini di questi importanti monasteri erano scanditi da fiumi e
fiumare che alimentavano la loro economia e caratterizzavano la
idronimia e la toponomastica delle contrade.
Nel contado laurignanese i nomi di alcune località – Molino
Irto, Jassa, S. Pietro, S. Maria, Acqua di Calci – per la loro
persistenza nella lunga durata, ci offrono elementi assai
significativi riguardo alle dinamiche economiche e devozionali
dispiegatesi lungo il Busento e lo Jassa.
Sotto la reggenza
degli Staufen i monasteri Cistercensi e Florensi beneficiarono della
munificenza della Corte nei loro riguardi e di numerosi privilegi.
In questo periodo i Cistercensi furono i principali referenti della
politica ecclesiastica e della munificenza dello «stupor mundi»,
il quale, sin dai primi tempi della sua incoronazione, indirizzò al
Capitolo Generale degli abati Cistercensi la richiesta di essere
accolto nel loro Ordine.
E quando, in nome della fede cristiana, si trattava di coronare con
il successo le imprese militari più ardite, il sovrano svevo non
disdegnava di affidarsi al loro fervoroso zelo e alla loro
intercessione. Nel mese di agosto 1215 Federico esortò gli «athletae
Cristhi» a pregare per il suo progetto di liberazione della
Terra Santa.
Provenienti dalla
Francia e dalla Normandia, i «monaci bianchi»
(l'abito bianco simboleggiava l'umiltà e la purezza) iniziarono la
loro attività riformando i monasteri benedettini e basiliani
preesistenti, senza fondarne ex-novo.
«Nel variegato panorama delle vicende religiose che hanno segnato la
storia della Calabria in età medioevale – ha ben osservato Pietro De
Leo – la presenza diffusa ed attiva dei monaci cisterciensi ha avuto
un ruolo considerevole».
Del resto, la realtà monastica costituiva una presenza troppo
consistente e distribuita capillarmente sul territorio perché non
diventasse anche uno strumento irrinunciabile nelle dispute per
l'accaparramento del potere locale. Non a caso lo stanziamento dei
Cistercensi nel Mezzogiorno d’Italia fu voluto da Ruggero II, il re
normanno che li chiamò più per calcolo politico che per zelo
religioso.
Nel contado di
Lauriniano gli abati dei monasteri citati esercitarono il loro
enorme potere, una sorta di feudalizzazione che poneva queste
strutture ecclesiastiche sullo stesso piano delle signorie
territoriali dell'epoca: Orso e Arnone in età normanno-sveva;
Ugolotta de Lauriniano, funzionario della corte federiciana, in età
sveva; i Firrao sotto gli Angioini.
Le risorse naturali
che offriva il territorio e la generosa munificenza dei possidenti
laurignanesi, a metà del XIII secolo, non erano ignoti al monastero
cistercense di S. Angelo di Frigilo. Uno «scriptum concessionis»
datato dicembre 1248, rogato a Dipignano «in presentia Michaelis de
Gemmitanis imperialis iudicis Dipiniani», ci informa che una certa
Sibilla, vedova di Arnone de Lauratiano [Lauriniano], e
Bruna, figlia del predetto Arnone, cedettero a Gualtiero da Cosenza
i propri diritti su nove giumenti di loro proprietà che Arnone dette
a custodire al monastero frigillese.
Nel 1224 Federico prese sotto la sua protezione il monastero di S.
Angelo di Frigilo, confermandone i possessi e concedendogli il
libero pascolo per gli armenti nelle tenute demaniali di Cosenza e
dintorni.
Nel 1202 l'insediamento cistercense in Sant'Angelo de Frigilo venne
affrancato dalla Sambucina ed elevato alla dignità di monasterium
capitaneum.
Intorno alla metà del
XV secolo il Regesto Vaticano per la Calabria ci ragguaglia sui
contatti tra la badia di S. Maria di Corazzo, in diocesi di
Martirano, e Laurignano, quindi sull'assidua frequentazione delle
nostre zone da parte dei monaci che vi dimoravano. Il 5 febbraio
1440, sotto papa Eugenio IV, «abbati monasterii S. Maria de Curatio
(...) Marturanem dioc., mandat ut Robertino Quatuormano, clerico
cusentin., provideat de canonicatu ecclesiae cusentin. et de
parochiali S. Salvatoris de Laureniano, vac. per promotionem
Waliotti, electi Crotonem, que eas tenebat tempore suae promotionis
ad dictam ecclesiam».
In un altro documento del 28 agosto 1460, pubblicato nel Regesto
Vaticano per la Calabria, oltre all'assegnazione del
canonicato e della prebenda di S. Salvatore di Laurignano, è
riportata in calce l'attestazione «Archiepiscopo Creten. et Episcopo
Cotronem ac. Abbadi monasterii S. Mariae de Curatio, dioc.
Martiranum».
Grazie alle ingenti
donazioni e privilegi ricevuti dai Normanni, l'abbazia di Corazzo
acquisì all'epoca una straordinaria importanza, sia spirituale che
economica, divenendo una delle istituzioni monastiche più ricche e
famose della Calabria medievale, oltre che dimora e luogo di
soggiorno per alcune tra le personalità di maggiore caratura nella
storia regionale. Tra il 1177-1187 vi si trasferì dalla Sambucina
Gioacchino da Fiore, il quale ne assunse l'incarico di abate su
designazione degli stessi monaci.
Qualche secolo più tardi il monastero ospitò anche Bernardino
Telesio, protagonista nella seconda metà del XVI secolo di numerose
transazioni di compravendita di case e proprietà fondiarie site nel
territorio di Laurignano.
La permanenza del celebre
filosofo cosentino nella quiete dei chiostri corazzesi, dove trovò
forse l'ispirazione per scrivere il Contra peripatheticos,
coinvolse di riflesso anche Laurignano, attraverso il parroco
dell'epoca. Un documento del 14 settembre 1583, rogato a Cosenza dal
notaio Plantedi, ci informa che il reverendo Don Ferdinando Miranda,
parroco di S. Oliverio di Laurignano, confermò una dichiarazione da
lui resa e sottoscritta il 17 aprile 1581 circa la sorte dei grani
raccolti dal magnifico Bernardino Telesio nella badia di Corazzo nel
1569, anno in cui ne lasciò l'affitto ed a proposito di altre
questioni riguardanti il filosofo ed i suoi figli contro i signori
Sambiase.
Lo stesso Miranda, il 26 febbraio 1569, era stato nominato dal
Telesio procuratore per l'amministrazione di tutti i suoi beni.
Purtroppo, l'esiguità e la frammentarietà della documentazione
superstite non ci consente di indagare in profondità sui rapporti
tra queste importanti istituzioni monastiche e il potere pubblico
della Laurignano del tempo o con la comunità locale, né ci dà la
possibilità di comprendere esaurientemente come e se chierici e
monaci esplicassero la loro ufficiatura liturgica e il loro
apostolato in seno al piccolo casale. Non sappiamo neppure
dell'esistenza di altre presenze monastiche e conventuali nel
contado laurignanese tra il XII e il XV secolo.
Ciò che possiamo affermare con sicurezza è che nell'arco temporale
qui appena accennato, Benedettini, Cistercensi e, soprattutto,
Florensi – come presto si vedrà – scandirono i ritmi della
quotidianità della popolazione laurignanese e del circondario,
composta in gran parte da pastori e contadini asserviti al potere
del dominus di turno, estranei a qualsiasi anelito culturale
o economico, lontani dal riverbero della grande politica. Un
microcosmo, insomma, che intrecciò saldamente la sua vicenda storica
con gli interessi economici e religiosi di questo monachesimo rurale
di cui seguì la parabola.
Oltre all'attività
manuale, i monaci Cistercensi cercavano il "deserto" inteso non
come «luogo privilegiato per una compiaciuta ascesi individuale, ma
come contesto per impiantare una comunità monastica lontano dal
mondo (...), impegnata a vivere sino in fondo i valori autentici
della Regola di san Benedetto».
La scelta monastica reclamava un rapporto privilegiato con
l’Assoluto. L’insegna era quella della rigorosa osservanza e della
rinuncia al mondo a tutto ciò che è transitorio. Era l’elezione
della «povertà volontaria» come espressione della sequela Christi.
Nelle silenti vallate del Busento e dello Jassa, la natura aspra e
selvaggia richiedeva un dispendio di forze notevole per rendere quei
luoghi abitabili, favorendo l'esercizio della povertà non solo del
singolo monaco, ma di tutta la comunità. Erano angoli del territorio
laurignanese
impervi
e segregati,
che si prestavano
ad
ospitare piccole comunità monastiche, accentuando «la connotazione
eremitica, le pratiche ascetiche e le istanze escatologiche,
individuando nell'inaccessibilità dei luoghi lontani da ogni
consorzio umano, nella ricerca del deserto, nell'anelito alla
solitudine, nell'obbligo del lavoro manuale, nella mortificazione
del corpo, nel numero ristretto dei membri della comunità (...),
nell'ufficiatura semplice e austera, i tramiti per saldare gli
aspetti istituzionali e le attese escatologiche».
I monaci si seppellivano in quelle vallate per riapparire
periodicamente tra gli uomini «ad evocare con le loro figure
selvagge l’incombere della morte e l’urgenza della conversione».
Attraverso il lavoro
manuale il monaco condivideva la condizione dei contadini, i
laboratores, la categoria più umile nella tripartizione
classica della società medievale.
Insomma, «più di un eremita isolato e indipendente – ha osservato
Jacques Le Goff – il monaco vive[va] secondo una regola e
incarna[va] gl’ideali di obbedienza e di disciplina. E[ra] votato
alla ricerca di Dio nella preghiera e nella solitudine, ma e[ra]
anche in cerca di tranquillità e di pace. Prega[va] per la salvezza
degli altri uomini, ma persegui[va] in primo luogo la propria
perfezione e la propria personale salvezza».
Il tutto impregnato dal desiderio di Dio, dal profumo e dalla
pregustazione di cose eterne.
La
dominazione
normanna
nel
Mezzogiorno
coincise con la comparsa
sul
proscenio della storia regionale
di un
personaggio
tra
i più
enigmatici e carismatici:
Gioacchino da Fiore.
L'abate
calabrese «di spirito profetico dotato»,
dette vita ad una rete di monasteri ubbidienti alla sua regola che
ebbe una notevole influenza nella temperie religiosa e spirituale
dell’epoca e che farà sentire i suoi effetti anche nel contado
laurignanese.
Nei secoli successivi diverse fondazioni e presenze conventuali
(Francescani, Domenicani, Carmelitani, Teresiani) furono testimoni
della travagliata vita religiosa e sociale che si viveva nel
territorio laurignanese. Ma questa è storia dei secoli XVI e XVII,
quando fiorì la stagione più feconda dei monasteri Francescani
extramoeniali sul territorio.
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