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Laurignano e la Congregazione florense
Dopo
aver dimorato nei chiostri della Sambucina e di Corazzo, soggiornato
a Casamari e percorso la trafila che da imberbe novicius lo
elevò fino alla dignità di abate, Gioacchino da Fiore (1130ca Celico
– 1202 S. Martino di Canale)
intraprese un cammino spirituale tortuoso, nell'intento di
assecondare una vocazione monastica improntata alla povertà e di
ripristinare la «pia sollecitudine» e quel rigore ascetico
dei primordi che i monaci di Cistercio, soverchiamente mondanizzati
e invischiati nelle vicende temporali del secolo, ai suoi occhi non
erano ormai più in grado di assicurare.
Sfidando le
censure del Capitolo Generale,
determinato a perseguire la perfectio monastica – in sintonia
con i dettami della Regula Benedicti –, l’Esegeta celichese
non esitò ad abbandonare l’abito bigio dei Cistercensi per ritirarsi
nel cuore solitario della Sila, donde erigere il primo «riceptaculo
monachis» idoneo ad alloggiare confratelli e infermi
bisognosi di assistenza. Prima e dopo la sua designazione ad
abbas monasterii condusse un’esistenza raminga e connotata di
severa austerità, conferendo una convinta importanza all’esercizio
dell’ufficio abbaziale. Viaggiò in Italia e fino in Terra Santa,
intrattenne relazioni diplomatiche con pontefici e sovrani, allacciò
solide amicizie con Raniero da Ponza e Luca di Casamari, suo fedele
discepolo e scriba, e futuro arcivescovo di Cosenza.
Ma il Veggente
florense, evocato nella Commedia dantesca,
assurse ad auctoritas della civiltà religiosa del Medioevo
occidentale per il messaggio profetico e per la tensione spirituale
contenuti nei suoi scritti. La dottrina gioachimita, infatti, era
profondamente sovversiva.
La sua concezione trinitaria della storia – l’avvento dell’età dello
Spirito Santo, dopo l’età del Padre e quella del Figlio – confutava
l’unità divina delle tre persone della Trinità, «in aperto contrasto
con la dottrina ufficiale propugnata dal magister Pietro
Lombardo».
Questa sua teologia trinitaria ispirerà più tardi la predicazione
dei Francescani rigoristi, detti Spirituali o Fraticelli, staccatisi
polemicamente dal ceppo originario e osteggiati dalla Chiesa in
quanto considerati eretici.
Dopo
la fondazione della Congregazione florense (1189),
ottenuto l'assenso
pontificio alle Costituzioni dell’Ordine (Celestino
III,
1196),
nella
prima metà del secolo XIII,
grazie
alla
benevola munificenza dei
sovrani
normanno-svevi,
«i Florensi toccarono l'apogeo
dell'espansione e della potenza (...), specialmente durante il
governo dell'abate Matteo Vitari, successore di Gioacchino, che
governò l'Ordine per più di 20 anni sotto la protezione di Innocenzo
III, Onorio III e Gregorio IX».
Durante questo periodo suscitarono
un rinnovato fervore religioso, che pervase le nostre contrade
attraverso
numerose fondazioni,
le quali, come presto si vedrà, incrociarono i loro destini e i loro
interessi con il territorio di Laurignano. Successivamente
la
fortuna
della
Congregazione
si affievolì inesorabilmente «fino a rientrare nell’alveo
cistercense, dal quale si era clamorosamente staccato».
Quando l’abate
Gioacchino concluse la sua esperienza terrena diversi monasteri
basiliani e benedettini passarono nelle mani dei Florensi. Le fonti
documentarie (le «Reliquiae» e i Documenti Florensi
pubblicati da Pietro De Leo, le indagini sulle fondazioni
Florensi del Russo e del Baraut), riferite al periodo compreso tra
il XIII ed il XIV secolo, ci offrono scarni ma puntuali ragguagli
riguardo all’intreccio tra questa Congregazione e il territorio di
Laurignano, oltre che sull'assidua frequentazione dei monaci eredi
di Gioacchino in tutto il circondario, in particolare su quei
territori lambiti dallo Jassa e in prossimità della via Popilia.
Un documento pubblicato
nel Codice diplomatico della Calabria – che è anche la prima
testimonianza sicura del legame tra il protocenobio sangiovannese e
il territorio di Laurignano – ci dà notizia che nell’agosto
del 1221, Luca Campano, arcivescovo di Cosenza, e Riccardo,
camerario imperiale della Val di Crati, informarono Federico II
sull’accertamento della consistenza e dei confini del tenimento di
Berano, presso Mendicino, che lo stesso imperatore aveva
donato al monastero di S. Giovanni in Fiore, nel 1205.
Nel novero dei funzionari regi cui fu affidato il compito
dell’accertamento figura, tra gli altri, un certo Ugolottam de
Lauriniano.
Nel territorio della
vicina Mendicino i Florensi detenevano due loro monasteri, di cui
uno femminile intitolato a S. Maria dei Martiri.
Padre Francesco Russo ha scritto che le vicende di questo monastero
sono legate all'origine del Santuario di Laurignano
e che i Florensi mendicinesi intensificarono la propaganda per il
culto alla Madonna della Catena di Laurignano, da cui distavano soli
nove chilometri.
Purtroppo, le
affermazioni del prestigioso storico castrovillarese, anche se
plausibili e verosimili, non dirimono i dubbi che gravano
sull'argomento.
È sorprendente, anzi, che uno studioso del suo calibro, con quella
stessa disinvoltura chissà volte rimproverata ad altri, abbia
attinto tout court da affermazioni – il Padula
e una pia tradizione locale – che, ad oggi, non sono suffragate da
fonti storicamente solide. Lo stesso Russo, del resto, nella sua
pregnante indagine proprio sulle fondazioni Florensi in Calabria,
non fa alcun cenno ai rapporti tra il monastero di Mendicino e
Laurignano.
Non vi è traccia di questa vicenda neppure nel saggio di don
Cipriano Baraut, Per la storia dei monasteri Florensi,
pubblicato nel 1950 sulla rivista «Benedictina».
Ciò detto, non possiamo escludere
che i monaci Florensi abbiano potuto esercitare nel territorio di
Laurignano la loro influenza, sia sotto forma giurisdizionale sia
come portatori e divulgatori di pratiche cultuali. Alcuni indizi
probativi supportano queste asserzioni, tenuto conto che il
monastero mendicinese raggiunse un notevole sviluppo
proprio durante l'abbaziato di Matteo Vitari (1202-1234), ottenendo
privilegi e concessioni in tutto il circondario. In
concomitanza con l'apogeo dell'Ordine
il contado
laurignanese verosimilmente
pullulava
già
di
culti,
chiese, luoghi pii, pratiche
ascetiche e
devozionali,
santi
uomini consacrati a Dio.
Nel luglio del 1204, a
poca distanza dalla scomparsa di Gioacchino, i Florensi, con un
istrumento di permuta, ottennero dalla Chiesa cosentina, che ne era
proprietaria, il tenimento di Botrano, un’ampia e ubertosa
collina in territorio di Paterno. Pensarono di abbandonare la Sila a
causa dell’insopportabilità del clima e per i frequenti assalti di
ladroni e briganti. Per il loro insediamento scelsero Paterno,
previa costruzione di un monastero da intitolare a S. Maria, ma a
giudicare dalle fonti postume non se ne fece nulla.
Nel documento si fa riferimento ad alcune località poste lungo il
flumen Aiasse,
il quale delimita a est il territorio di Laurignano e nella cui
vallata passava la via Popilia, la consolare romana dalla e
per la Calabria maggiormente transitata durante tutto il Medioevo.
Sulla sponda opposta
oltre lo Jassa, proprio di fronte Laurignano, presso il casale
Deodato, intorno al 1220, il monastero di S. Giovanni in Fiore
possedeva una chiusa alberata,
confermata in un documento emanato dalla corte federiciana.
Qualche decennio più tardi, nel 1253, un instrumentum donationis
in favore dall’abate florense Ioanni ci dà notizia di «quarundam
vinearum ac unius horti subtus viam publicam, in flumine Basentii».
Quattro anni dopo un certo Michele di Amantea, cittadino e abitante
di Cosenza, e sua moglie Mabilia, cedettero al cenobio florense una
casa lignea con orto, «ultra pontem Busensii ubi dicentur li
Revocati»,
al confine con il territorio laurignanese.
Tra i monasteri Florensi
quello di S. Giovanni in Fiore e di Fonte Laurato, ambedue fondati
da Gioacchino, possono considerarsi come le due case madri di tutta
la Congregazione.
In un indice di documenti conservato nella raccolta del fondo
Ughelli, presso la biblioteca Vaticana, pubblicato dal Baraut, vi è
«una serie di interessanti notizie sulle origini, possessioni, sui
privilegi, sulle relazioni e vicende storiche»
relative al monastero di Fonte Laurato, in territorio di Fiumefreddo.
Questo importante cenobio florense, secondo una congettura del
Padula (così definita dallo stesso autore) sarebbe legato in qualche
modo a Laurignano. Il letterato acrese scrive testualmente: «Era in
Fiumefreddo un Romitorio detto di S. Domenica; fu donato al 1201 al
nostro celebre Abate Gioacchino; e questi non solo di spirito
profetico, ma dotato benanche di spirito poetico, battezzò quel
luogo col nome di Fonte laureato. Il Lauro sempre verde, e
creduto a quei tempi come l'unico mezzo di difendere dai fulmini le
abitazioni degli uomini, era simbolo di Maria; e Gioacchino, che ad
onore di Lei chiamava fonte coperto di Allori il suo Ospizio in
Fiumefreddo, è verosimile che fondandone un altro sotto gli auspici
di Maria della Catena, chiamasse anche col nome di Lauro
quel luogo ed il dicesse Laurignano».
Se quanto affermato dal
Padula si iscrive nel solco della tradizione locale sulle origini
del culto della Madonna della Catena di Laurignano, scaturita
proprio dalla narrazione del letterato acrese, pubblicata nel 1890 e
di cui ci occuperemo più avanti, non v'è alcun dubbio, come
puntualmente documentato, che i monaci Florensi intersecarono la
loro vicenda spirituale e temporale con il territorio di Laurignano
e con le zone contermini. Un documento del mese di agosto del 1460,
sotto il pontificato di Pio II (1458-1464) ci offre una ulteriore
conferma dei rapporti tra l'Ordine florense e Laurignano. Nel
manoscritto papale è attestato che un certo Bnobis, chierico
salernitano, «providetur de canonicatu et praebenda S. Salvatoris de
Laurignano nuncupata ecclesaie cusentin., (...) per duos solitae
gubernari rectores, vac. per ingressum Caroli Setarnio (Setario),
canonici cusentin, in monasterium S. Iohannis de Flore, Ord. Floren.,
dictae dioc.».
Carlo Setario (1467-1470) fu un accorto abate dell’Archicenobio di
S. Giovanni in Fiore, eletto vescovo di Isernia il 21 gennaio 1470.
Una sicura attestazione,
per quanto riguarda il cenobio di Fiumefreddo, è riferita alla
vicina Dipignano. L’anno 1407 l’abate Pirro, assieme alla comunità,
nominò suo procuratore Pietro Caruso di Dipignano per recuperare
alcuni beni dell’abbazia.
Nell’atto, rogato nella località della costa tirrenica, figurano
anche il giudice Polito di Tropea e i testi Nicola Vaccari e Andrea
Catalano.
Il periodo a cavallo tra
la fine del XIV e l’inizio del XV secolo segnò uno dei momenti più
nefasti nella storia plurisecolare della Chiesa: lo Scisma
d’Occidente (1378-1417), che vide contemporaneamente due o tre papi
autoproclamarsi legittimamente e scomunicarsi a vicenda, provocando
grande scompiglio e disorientamento in seno alla cristianità.
Nel degrado generale che contrassegnò i decenni centrali del
Quattrocento, dopo Gioacchino da Fiore, un altro gigante fece la sua
comparsa sulla scena della storia calabrese: Francesco di Paola, il
quale, sulla scia del movimento francescano, fondò l’Ordine dei
Minimi. Il taumaturgo paolano cercò di scuotere le coscienze e di
levare severa la sua voce nel deserto della miseria morale e
materiale che attanagliava la regione, richiamando alla fraternità
cristiana sudditi e governanti. Ma le sue appassionate invocazioni
rimasero inascoltate.
Nel 1454, per raggiungere
Paterno, l’eremita paolano avrebbe seguito l’itinerario che
conduceva a Rende, lungo un percorso di dodici miglia attraverso il
passo della Crocetta sino a Cosenza e, da lì, lungo la strada per
Tessano, più interna rispetto alla via delle Calabrie.
Al processo cosentino per la sua canonizzazione, mastro Domenico de
Virgopia ricorda che frate Francesco passava da «Zassano [Tessano]
Casale di Cusenza»,
e quindi, obbligatoriamente, da Laurignano. Ma se Francesco di Paola
non ha lasciato alcun segno tangibile del suo assiduo transito sul
territorio di Laurignano, diverso è il discorso per ciò che riguarda
i suoi eredi. Un documento del notaio tessanese Albisani, datato 17
aprile 1681, segnalato da Brich, ci dà notizia di una proprietà
posta nel luogo detto la Profenda di Laurignano, con un
valore di 70 ducati, messa all’incanto dai Padri del convento di S.
Francesco di Paola di Cosenza.
Con il basso Medioevo per
i centri monastici cominciò un lento ma inesorabile declino. Un
insieme di fattori istituzionali, economici e culturali ne
decretarono praticamente la fine. Il tramonto della dinastia degli
Hohenstaufen ed il recupero del Mezzogiorno all’autorità del papato,
segnarono il decadimento degli ordini latini come i Benedettini, i
Cistercensi, i Florensi fedeli alla Corona, a favore di quegli
ordini mendicanti – Francescani e Domenicani in particolare – assai
più vicini alle aspettative delle masse popolari.
Fra ‘300 e ‘400 le insidie maggiori per l’universo monastico
provenivano dalla mancanza di disciplina, dall’isolamento, dalla
commenda. In particolare quest’ultimo istituto fu esiziale per i
monasteri della regione, in quanto prevedeva l’affidamento dei
monasteri stessi a estranei che ne godevano le rendite e poco si
preoccupavano della vita della comunità.
Sulla grave crisi che
attraversò la Chiesa calabrese in quel periodo, le affermazioni di
Pietro De Leo appaiono quanto mai eloquenti: «molte sedi vescovili
erano vacanti o occupate da prelati abbastanza discutibili (…) La
precarietà della congiuntura economica consigliava il beneficio
ecclesiastico come una sicura fonte di sostentamento, e quindi un
rifugio sociale da perseguire senza tanti scrupoli (…) La
disgregazione istituzionale non favoriva certamente la tenuta del
rigore morale nel clero e nelle popolazioni. Simonia e soprattutto
concubinato erano in Calabria i mali più diffusi».
La dissolutezza degli
abati commendatari e dei monaci, in certi casi, non conosceva limiti
né pudore. Il Liber Visitationis di Atanasio Calceopulo, una
sorta di resoconto sullo stato dei monasteri calabresi, ci
ragguaglia puntualmente su ecclesiastici dagli atteggiamenti
discutibili, pubblici concubinari, litigiosi, ignoranti, i quali si
mostravano assai sensibili verso gli interessi temporali al di fuori
del monastero. Frate Giovanni di Altomonte e frate Jacobo del
monastero di S. Basilio di Castrovillari, per esempio, secondo le
dicerie popolari, vivevano esperienze peccaminose che sfociavano
nella lascivia e nell’indecenza, talvolta persino nella sodomia e
nella perversione.
La Congregazione
Florense, in fase di declino irreversibile già dagli inizi del XIV
secolo, intorno al 1570 si trasfuse nell’Ordine cistercense, a cui
era conforme nella sostanza e da cui si era in precedenza
allontanato. Stesso destino toccò ai monasteri femminili come quello
già citato di S. Maria dei Martiri di Mendicino, il quale, nella
prima metà del XVI secolo, venne accorpato al monastero cistercense
di S. Maria delle Vergini, di stanza a Cosenza.
Ma il monachesimo
femminile in Calabria e in provincia di Cosenza – un capitolo della
storia ecclesiastica del Mezzogiorno tanto importante quanto
incredibilmente trascurato dalla storiografia – è un argomento
spinoso sul quale non intendiamo indugiare più di tanto, anche
perché fuori dalla nostra portata. In questa sede vogliamo
semplicemente accennare, sia pure lacunosamente e con consapevole
modestia, ad alcuni aspetti del fenomeno nella sua complessità,
soffermandoci in particolare su una personalità di spicco nel
panorama delle esperienze monastiche claustrali nella provincia
cosentina: la badessa Margherita Conchi.
F. Russo, Gioacchino da Fiore e le fondazioni Florensi in
Calabria, Napoli 1959
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