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Esperienze
monastiche al femminile: la badessa Margherita
Il fenomeno monacale
maschile nel Mezzogiorno d'Italia – sia di origine grecanica che di
matrice latina – ha conosciuto stagioni di fecondi contributi e
approfondite indagini.
Non altrettanto si può dire per quello femminile, la cui storia – ha
ben osservato il Russo – soprattutto per quanto riguarda la
Calabria, «è pochissimo conosciuta».
Questo deficit storiografico, legato alla carenza di tracce
documentarie, è strettamente connesso con la vita stessa delle
monache, la cui vicenda esistenziale, in particolare durante il
Medioevo, si consumava esclusivamente all'ombra del chiostro, senza
contatti con il mondo esterno. Gli ordini femminili, infatti, erano
tutti di clausura, anche quando i corrispondenti ordini maschili non
lo erano.
Questa difficoltà a
cogliere gli aspetti salienti dell'esperienza claustrale all'interno
del conventus monialium ha contribuito non poco alla
fioritura di «pungenti e talora poco edificanti risvolti osés»
intorno all'universo monastico femminile, alimentati anche da un
negativo quanto fortunato cliché letterario e
cinematografico, secondo cui «le monache sarebbero protagoniste di
storielle salaci e piccanti, di vicende torbide e passionali».
Ma in questa sede non
è lo stereotipo della «finta monacella»
peccaminosa il tema su cui vogliamo incentrare l'attenzione, quanto
piuttosto su una serie di attestazioni concernenti la trama di
relazioni tra i monasteri femminili di Cosenza e delle zone
limitrofe con il territorio di Laurignano e con alcuni potentes
laurignanesi del XVI secolo. Ci preme in particolare soffermarci
sulle scarne ma significative notizie riferite ad un personaggio di
spicco nella gerarchia ecclesiastica del tardo Quattrocento
cosentino: la badessa cistercense Margherita Conchi di Laurignano.
In via preliminare
riteniamo utile sottolineare che il monachesimo femminile latino,
introdotto in Calabria dai Normanni, non conobbe mai uno sviluppo
adeguato.
Non a caso, i coenobia puellarum di Cosenza e dintorni cui le
fonti riportano notizie sicure sono pochi. Tra questi il citato
monastero florense di S. Maria dei Martiri (o della Fontanella) di
Mendicino, attestato nelle fonti documentarie agli inizi del XIII
secolo, il quale, secondo le notizie di dubbia veridicità riportate
nelle pagine precedenti, avrebbe segnato profondamente la vicenda
religiosa laurignanese del XIII e dei secoli a venire. Una serie
documenti inoppugnabili ci ragguaglia invece sull'intreccio di
interessi tra i monasteri della Motta e delle Vergini e il
territorio di Laurignano, nel periodo compreso tra la seconda metà
del XV secolo e per tutto il Cinquecento.
Nel 1491 papa
Innocenzo VIII dette incarico all'abate di S. Giovanni in Fiore di
confermare Antonia d’Orlando, badessa di S. Maria della Motta, per
privazione della badessa Margherita Conchi di Laurignano, che ormai
aveva raggiunto gli 80 anni.
Le scarne e frammentarie notizie a disposizione non ci consentono di
delineare il profilo umano di questo personaggio, su come ella
attendesse all'ufficio abbaziale, sui rapporti che intrattenne con
il potere esterno e con le consorelle, il cenobio nel quale prese i
voti solenni del noviziato e, soprattutto, se tra le tappe della
sua scalata al vertice della gerarchia monastica vi sia stata la
permanenza in qualche monastero femminile presente a Laurignano. Gli
anziani del paese raccontano della presenza di un «convento di
monache» nella località denominata Turra ‘e Surici. Al
presente, però, questa notizia, giunta oralmente sino ai nostri
giorni, non è suffragata da prove storicamente attendibili.
Come semplice indizio
a supporto della tradizione possiamo dire che, la designazione della
badessa, in caso di dissidi interni insanabili tra opposte fazioni e
tra il ristretto numero delle aventi diritto, veniva effettuata
ricorrendo «direttamente o per viam compromissi a postulare
l'elezione di una religiosa forestiera. Il che ovviamente è
testimonianza attendibile di rapporti frequenti e di reciproca
conoscenza tra monasteri».
Margherita fu messa a capo del monastero della Motta il 16 giugno
1465, in seguito alla morte di Caterina di Castiglione.
Purtroppo, la mancanza
di tracce documentarie non ci dà la possibilità di chiarire se
l'appellativo toponomastico «di Laurignano» debba essere
ricondotto al fatto che la badessa maturò la sua esperienza in
qualche piccolo cenobio attivo sul territorio laurignanese oppure
alla provenienza dal luogo natio. Nella cospicua mole di documenti
notarili concernenti la compravendita di proprietà terriere e case
concentrate nella zona tra la chiesa di S. Laverio e il Casalicchio
– che tra il XVI e il XVII secolo costituiva il nucleo abitativo del
casale – non si fa alcun riferimento a monache o monasteri
femminili. Le annotazioni di Vera von Falkenhausen, cioè che «le
ragioni di sicurezza e di decenza [...] interdivano alle donne di
ritirarsi in un romitaggio solitario, come invece avveniva per gli
uomini»,
lasciano supporre che sul territorio non vi fossero conventi
femminili, almeno in prossimità del centro abitato e a partire dalla
seconda metà del XVI secolo in poi.
Sul piano generale,
sappiamo per certo che alla badessa regolarmente eletta e consacrata
spettava la piena giurisdizione esterna sul monastero; ella aveva
inoltre un ruolo quasi sacramentale circa la remissione delle colpe
meno gravi e palesi; attendeva alle decisioni se accogliere o meno
le postulanti, se dare parere positivo o negativo per i voti solenni
delle novizie.
La designazione a questo importante ufficio significava per la
prescelta il coronamento delle proprie aspirazioni, l’acquisizione
di un'aura di sacralità, un prestigio e un potere che travalicavano
le mura protette del monastero. Talora, come abbiamo notato, era il
papa stesso ad interferire nella conferma o consacrazione della
figura centrale in seno al monastero. Le badesse, inoltre, erano
normalmente alfabetizzate, a differenza delle monache, le quali si
qualificavano il più delle volte scribere nescientes.
«La scelta dell'abbadessa
– scrive Pietro De Leo – costituì sempre un momento di capitale
importanza nella vita dei monasteri. Ciò del resto si comprende se
si tien conto di quanti e quali interessi gravitassero intorno a
tali istituzioni e degli enormi rischi che si accollavano inoltre le
monache vocali nel designare una loro consorella ad un
ufficio a vita, che spesso si dimostrava fermamente longevo».
La veneranda età di Margherita – inusuale e straordinaria per quei
tempi – ne è una conferma. Infatti, nella bolla di Alessandro VI del
10 ottobre 1500, 35 anni più tardi, si legge che dietro richiesta
della badessa Margherita, «senio confracta et aetate decrepita», le
venne concessa come ausiliatrice Marta Falvari.
La lunga permanenza
alla guida del monastero costituisce un indizio assai significativo
riguardo al fatto che tra Margherita e le alte sfere ecclesiastiche
corresse buon sangue. Del resto, «i rapporti dei monasteri femminili
con la Sede apostolica e con l'autorità sovrana furono di solito
improntati a grande rispetto. Al pontefice ricorrevano i monasteri
esenti per la conferma e per la consacrazione della abbadessa, per
vedere tutelati i propri diritti soprattutto in sede
giurisdizionale, come si rivolgevano al sovrano per la salvaguardia
dei loro interessi temporali, sui quali i potentes locali
tentavano di interferire, ingerendosi talora nella stessa vita
interna delle claustrali».
Se per il periodo
medievale l'avarizia delle fonti non ci consente di indagare
puntualmente sull'organizzazione della vita claustrale e sulle
consuetudini proprie del cenobio, l'Evo Moderno ci offre qualche
riferimento più preciso. Intorno al 1515, a Cosenza, fu fondato il
monastero cistercense femminile, detto delle Vergini, il quale
assorbì i due cenobi di S. Maria della Motta, delle benedettine, e
di S. Maria della Fontanella, di Mendicino, florense.
In un manoscritto conservato presso la Biblioteca Civica della città
bruzia è riportato testualmente: «Benché nella nostra città stati vi
fussero due monasteri di monache, l'uno di S. Maria della Motta,
chiamato di Suso, dove poi vi furono posti li PP. Capucini, e
l'altro di S. Maria Domini Egidii, questi per la pochezza delle
entrate poi furono incorporati, essendo ambidue Cisterciensis
ordinis, con quello di S. Maria delle Fontanelle dell'ordine di
S. Benedetto [era florense] sito nel territorio di Mendicino: e si
fondò in Cosenza un solo Cisterciensis ordinis, sotto il
titolo di S. Maria delle Vergini nell'anno 1515, sotto
dell'arcivescovo Ruffo».
I tre monasteri, in
epoche diverse e a vario titolo, hanno avuto legami con Laurignano.
Riguardo ai rapporti tra il monastero di Mendicino, come già
sottolineato, il ricorso al condizionale e alla cautela è d'obbligo,
mentre per quanto concerne gli altri due le fonti documentarie –
anche se esigue e disarticolate – ci forniscono notizie sicure e
assai preziose.
Da un documento del
notaio Plantedi del 1587 rileviamo il nome di alcune delle religiose
professe che vivevano nel monastero delle Vergini di Cosenza. Tra
queste figurano l’abbadessa Adriana Sersale (?), Jacoba Bombini,
Bernardina Ricca, Dorotea De Ruggero, Benedetta e Maria Telesio,
Antonia Dattilo, Diana De Matera, Lucrezia Passalacqua, Francesca
Greco, Maria Toscano, Costanza Cicala, rappresentanti delle famiglie
tra le più in vista dell'epoca.
La famiglia De Ruggero, insieme a quella dei De Florio, era la più
facoltosa e potente della Laurignano del XVI secolo. I nomi di
queste professe mettono in evidenza «il ruolo della velatio
come secondo battesimo con l'assunzione di un nome nuovo, ispiratore
di un modello di vita».
Benedetta, Margherita, Francesca, Maria, Bernardina sono nomi
familiari e richiamano alla mente figure ben note di sante e santi.
È probabile che la badessa Margherita, nell’acquisizione del nuovo
nome, si sia ispirata a Margherita di Antiochia, venerata in oriente
e in occidente tra i santi cosiddetti ausiliatori.
Dovendo provvedere ad
una gestione autarchica e di autosostentamento, i monasteri
possedevano tutta una serie di «officine»: dal forno al pollaio,
dalla stalla all'ovile, dal mulino al frantoio, dal palmento alla
sartoria, a cui erano assicurate forza e braccia adeguate e intorno
alle quali ruotava buona parte della giornata delle monache
laborantes.
Possedevano inoltre proprietà terriere, che concedevano in
enfiteusi. Le terre concesse a censo enfiteutico erano generalmente
lotti adibiti per lo più alla produzione cerealicola, della vite,
del gelso, delle olive. In genere, questo tipo di contratto era
stipulato tra un privato e un ente ecclesiastico. La censuazione
enfiteutica, nei secoli dell’Età Moderna, rappresentava il perno
centrale dell’economia delle nostre contrade.
Diverse attestazioni
notarili della seconda metà del Cinquecento, ci danno la conferma
dei rapporti esistenti tra i possidenti laurignanesi e il monastero
delle Vergini di Cosenza. In un atto del 26 agosto 1577 è riportata
la notizia di una contrattazione tra l'abbadessa di detto monastero
e il nobile Goffredo De Ruggero di Laurignano per il fitto o la
vendita di un coschino in località Deodato, nel territorio di
Donnici.
Dieci anni più tardi, nel 1587, risulta che il «m.co giò
Domenico [De Florio] haversi pigliato in censo perpetuo pezo di
terra di detto monasterio [delle Vergini] loco ditto la Stocta
e la terra di S.to Joane [località entrambe presenti
nell’attuale toponomastica di Laurignano]». Con il ricavato del
fitto detto monastero avrebbe riparato e comperato un mulino lungo
il fiume Busento, in comune con il monastero di Santa Chiara della
stessa città.
Un altro documento del 1589 ci dà la conferma che il monastero
possedeva un castagneto nel territorio di Donnici, confinante con la
proprietà del nobile laurignanese Goffredo De Ruggero, il dominus
loci dell’epoca.
In un altro atto notarile del 1592 Mercurio, Domenico e Goffredo De
Ruggero figurano a vario titolo come debitori dell’abbadessa del
monastero cosentino. Il debito consisteva nel pagamento di denaro,
per il censo di una proprietà di Donnici, detta la Scagliola,
e di «stuppelli di grano biancho», per lo sfruttamento de «la calci
di la carcara» sita nel territorio di Laurignano.
Non deve destare meraviglia il fatto che badesse e monache
gestissero feudi e proprietà alla stregua dei vari potentes
laici. Era, questo, un segno dei tempi, «che non va rapportato a
parametri ecclesiologici contemporanei, che esaltano il primato dei
consigli evangelici».
Ma chi erano i
soggetti destinati al chiostro? Le giovani donne appartenenti alle
famiglie più agiate e benestanti – quelle del patriziato e della
nobiltà in grado di pagare una dote – riempivano i pochi monasteri
femminili di Cosenza e del circondario. Le classi più elevate
potevano più facilmente reclamare il privilegio di un asilo umano e
utile per le loro figlie superflue. Collocare permanentemente le
ragazze nella comunità religiosa costituiva una strumento per
controllare la dispersione delle ricchezze di famiglia.
L’ombra protettiva del chiostro non sempre appagava i desideri delle
novizie. Non potendo godere degli stessi privilegi dei primogeniti
maschi la maggior parte di esse, abbandonato il secolo, indossavano
la tonaca più per costrizione che non per vocazione. I genitori le
relegavano al riparo dal mondo trascurandole e quasi
dimenticandosene: Gesù era il genero ideale.
Il monastero delle
Cappuccinelle della vicina Tessano, che fu aperto nel 1605
e designato quale sede di noviziato, tra la seconda metà del XVII e
la prima metà del XVIII secolo accolse numerose educande e novizie
delle famiglie più agiate della zona e del circondario. I documenti
studiati da Saverio Brich ci offrono puntuali ragguagli
sull’organizzazione del monastero. Da alcuni atti si evince che per
accedervi e prendere i voti bisognava versare una dote in denaro,
anche fino a 150 ducati, la quale veniva spesso utilizzata per la
concessione di prestiti e per lo svolgimento di numerose attività di
natura economica.
Come già osservato in
precedenza, al presente, nessuna testimonianza credibile ci dà
conferma della presenza di monasteri femminili nel contado
laurignanese. Risulta abbastanza documentata, al contrario, sul
finire del Cinquecento, la presenza degli Ordini mendicanti -
Conventuali Francescani in primis – i quali irruppero
prepotentemente sul proscenio della storia laurignanese con i loro
monasteri e con la loro predicazione itinerante. Gli eredi di
Francesco d'Assisi e, in misura minore, Carmelitani e Domenicani,
alleviarono con un soffio di aria nuova le vicende tormentate del
casale, rinfrancando lo spirito di quelle anime inquiete e semplici
che lo popolavano. Il loro passaggio sul suolo laurignanese, ancora
oggi, è testimoniato da segni tangibili come le antiche
vestigia dei monasteri della Stozza e della località Turra
' e Santi, i quali versano nel più totale
abbandono e che rappresentano una ferita insultante inferta al
territorio e alla storia, una chiamata di correo per le nostre
coscienze.
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