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L'avvento degli
Ordini mendicanti
La
dominazione spagnola nel Regno di Napoli, iniziata agli albori del
Cinquecento (1503) e protrattasi per oltre due secoli
(1707),
segnò una pagina tra le più tormentate
dell’intera storia
meridionale.
Mentre nel resto
d’Italia
si
andavano consolidando un nuovo umanesimo e una diffusa
rinascenza, con esiti balsamici sullo spirito degli uomini e sul
genio delle arti,
nelle province del Regno imperversavano
i
cosiddetti
Viceré,
invisi
protagonisti di una stagione
amministrativa
lunga e a dire poco
disastrosa.
La
politica dissennata
della dinastia ispanica,
favorevole alle categorie sociali più agiate e penalizzante per le
plebi rurali,
accentuò la prostrazione morale e la crisi economica, sociale e
religiosa che
già
sotto i governi angioino e aragonese
aveva attanagliato
il
Mezzogiorno.
L’amaro
lamento
con cui
Gabriele
Barrio si espresse nel
De
planctu Calabriae,
nel 1571, costituisce il manifesto
di quel periodo e dei decenni successivi, quando la regione
appariva
«desolata e squallida, segnata dalla rapacità dei feudatari e dal
malgoverno»;
una regione
–
per dirla con Gustavo Valente
–
diventata «periferia lontana dell’impero madrileno».
A
Laurignano e nell'intera bagliva tessanese
l’asservimento dei
ceti meno abbienti
all’esosità del fisco regio, la
persecuzione religiosa
e la
schiacciante supremazia
della nobiltà cittadina
–
spietata nella
tutela e nell'accrescimento dei
propri interessi –
apparivano i segni più
concreti
della decadenza.
La
vita
di tutti
i giorni fluiva mestamente, senza slanci e con poche prospettive. In
seno al casale insicurezza e fame, ignoranza e soprusi regnavano
sovrani, e scandivano la vicenda esistenziale dei tanti poveri
cristi che vivacchiavano nelle campagne.
Questo
periodo
segnò la ripresa della Santa Inquisizione
e la penetrazione nelle nostre contrade degli Ordini mendicanti,
Minori Conventuali in particolare, i quali,
grazie alla riforma intrapresa e attuata con successo dal P. Filippo
Gesualdi da Castrovillari
e attraverso un'azione pastorale assai efficace,
nel torno di tempo compreso tra
il
1517 e il 1652
raggiunsero il loro
apogeo.
In questo
scenario
a tinte fosche va inquadrato
l'insediamento
nel
territorio di Laurignano dei frati Francescani, i quali, sul volgere
del XVI secolo, vi fondarono due monasteri extra moenia.
Animati da pie intenzioni, scopo precipuo della loro missione era
l’assistenza
da
offrire a
poveri e bisognosi, ridestare la pietà nelle masse
con una condotta di vita esemplare e attraverso gli exempla,
ristorare come fresca rugiada le anime timorate che vivevano nel
contado, predicare la parola di Dio. La Chiesa del tempo,
accanto all’opera repressiva, si adoperò
entro i
confini del mondo cristiano
per ritemprarsi
moralmente attraverso un rinnovato fervore spirituale e un’intensa
attività mirata all’educazione, alla carità, alle missioni,
alla diffusione del messaggio evangelico.
La
conferma della venuta dei fratres eredi di Francesco d'Assisi
a Laurignano ci è data da alcuni documenti notarili di straordinaria
valenza storica. Il 16 aprile 1591, presso il notaio Maugeri, previa
concessione della licentia da parte del Provinciale
dell'Ordine dei Minori Conventuali della Calabria, frate Del Ciro,
le autorità dell'epoca e
i Conventuali di Castrovillari
siglarono un accordo
per l’insediamento di questo Ordine nel territorio di Laurignano e
per fondare un
monasterium
nella località denominata
la Stozza.
Alla stipula del contratto risultano presenti Paolo De Florio, primo
eletto, Domenico De Ruggero, sindaco, Paolo De Florio e Prospero De
Moio, eletti, Mercurio De Ruggero, mastrogiurato della
baiulationis Tessani e altri cittadini di Laurignano. Tra questi
Pietro Paolo De Petrozza, Francesco, Goffredo e Nicola De Ruggero,
Teodoro Gallo, il magister Iacino De Orlando, Giovanni De
Petrozza, Ercolino Bruno ed un «numero copioso» di altri
rappresentanti del casale. Frate Francesco Croppella da
Castrovillari, monaco dell'Ordine dei Minori Conventuali di S.
Francesco d'Assisi, figura come rappresentante della controparte
ricevente.
Nell’atto,
inoltre,
è riportato che il sindaco, gli eletti e il
mastrogiurato,
«per lo credo de Idio et della gloriosa Vergine Marie Matre de Idio
et per lo amore che han portato et portano a detta Santa relegione
et essendo santa opera
benignamente
et gratiosamente in detto casale [Laurignano] fundano uno monasterio
di detto Ordine et percio assignano et donano a detta relegione et
per essa a detto frate Francisco [Croppella] presente la ecclesie de
Santa Marie de la Serra de mecto augusto posta in lo territorio di
detto casale loco ditto la Stocta in confine la possessione
del mag.co Domenico De Florio via publica et altri fini».
I
Francescani castrovillaresi ottennero dalle autorità locali benefici
come la riscossione di gabelle e altri censi, e vennero accolti dai
Laurignanesi con molta benevolenza.
I
frati,
dal canto loro, celebravano «misse et altri divini uffici ad honor
di Idio»
e, attraverso l'adozione di «vulgari sermoni» comprensibili a
tutti, soprattutto nelle campagne, insegnavano alla gente nuove
pratiche religiose. Con loro si diffuse la parola intesa come
sermone, arringa, discorso militante
.
Nel secondo documento,
rogato nel 1592 dal notaio De Luca di Cosenza, è riportato che lo
stesso frate Francesco, chiese ed ottenne dal nobile Francesco De
Ruggero un terreno nel casale di Laurignano per fondarvi ed
erigervi, con l'ausilio di Dio, un monasterium sotto il
titolo di S. Maria della Sanità. Il De Ruggero, spinto da
zelo e carità, concesse il terreno in una località detta S.
Basilio,
forse l'attuale località Turra 'e Santi, nella zona di
Granci.
I Conventuali vennero a Laurignano e chiesero la licenza di
«pigliare casa» per prendersi cura degli infermi e per compiere
«santa opera pia», secondo la rigida applicazione dei decreti
tridentini inaugurata da Pio V e proseguita dai suoi successori.
Un terzo
documento, rogato dal notaio Plantedi nel 1592, ci informa che il
dominus laurignanese dell'epoca, il ricco possidente Goffredo De
Ruggero, cedette al monastero di S. Maria della Sanità un
casalino scoperto in Laurignano, nella località detta Casa
sottana.
Nel documento è riportato testualmente: «Giuffrida de Rugerio de
Laurignano amore Dei donavit monastero S.ta Maria de la Sanità de
Laurignano domus cum casaleno scopertum in Laurignano loco ditto
Casa sottana iuxta domus Prudente de la Regina ortus Domenico De
Florio»
.
Nella zona di S. Maria Stozza e in località Turra 'e Santi,
le
vestigia di
questi
edifici
di culto
rappresentano una testimonianza tangibile del passaggio e della
fervente attività pastorale dei Francescani sul suolo laurignanese.
Sui muri perimetrali del monastero di Granci, ancora oggi,
s'intravedono alcune
effigi sacre
sbiadite dal tempo.
Secondo la tradizione orale
queste
effigi apparterrebbero a S. Antonio, il quale abbracciò l'ideale
francescano
animato
da
fervoroso e sincero slancio.
L'avarizia delle fonti a disposizione, purtroppo,
non ci
consente
di scandagliare puntualmente i tratti
peculiari dell'apostolato
francescano nel nostro casale.
Sappiamo
per certo,
tuttavia,
che la loro predicazione
scuoteva
profondamente l’animo delle
masse popolari,
parlando della passione e del giudizio finale. Pietro De Leo ha
scritto
in
proposito:
«furono gli ordini mendicanti – Minori Osservanti e Domenicani – a
rinverdire la speranza di una chiesa più consona agli ideali di
Cristo e a promuovere istanze di riforma (...), soprattutto
attraverso la predicazione e la confessione».
Le campagne laurignanesi erano
popolate
da contadini
illetterati
che vivevano nella
più
completa ignoranza,
una
umanità dagli orizzonti mentali fragili,
con l'indole
semplice
e
sentitamente
religiosa, distante dalla politica cittadina e da qualsivoglia
anelito culturale o interesse economico. Il messaggio evangelico
richiedeva pertanto un linguaggio facilmente comprensibile
e scevro da astruserie teologali,
denso comunque di contenuto dottrinale.
Su
questo terreno fertile i Francescani spargevano il seme dei loro
sermoni.
Il loro impegno religioso, basato sulla predicazione itinerante e
sulla povertà, appariva ai fedeli come una
splendida
novità, capace di sopperire ad un clero secolare che aveva smarrito
il rapporto con i
parrocchiani
a causa di una condotta di vita discutibile, all'ignoranza, al modo
di comunicare complicato, infarcito
talora
di latinismi e di citazioni bibliche.
Se i Francescani si
rivolgevano agli analfabeti, ai poveri e contadini dei centri rurali
intorno a Cosenza, i Domenicani, i «frati predicatori», operavano
soprattutto in città, indirizzando le loro prediche ad un pubblico
più istruito. Tuttavia, non disdegnavano il possesso di proprietà e
beni fondiari. Due documenti datati 1586
e 1612, ci danno notizia della presenza dei Domenicani del monastero
di S. Domenico di Cosenza nel territorio di Laurignano. Detti frati
risultano proprietari di un castagneto e di altre proprietà. Il
documento del 1612 ci informa che «i reverendi patri del monasterio
de Santo Dominico di Cosencta, il reverendo patre frate Honoratio di
Rossano subpriore di detto monasterio di Santo Dominico, il patre
maestro Vicenzo di Petrafita regente del monasterio, patre frate
Marco de Altomonte sindico, patre frate Petro de Montilione, patre
frate Francisco di Maguli bacilleri, patre frate Giovanni Battista
de Santa Severina, patre frate Petro de Francavilla monaci de detto
reverendo monasterio de Santo Dominico de Cosencta (…) asseriscino
tenere e possidere giusto titulo et bona fide come veri patroni uno
loro castagnito sito e posto nel territorio di Laurignano loco ditto
Lacritani confine la possessione di detto Scipione [De
Ruggero] lo quale castagnito asseriscino rendere annui ducati cinque
a detto monasterio di Santo Dominico di detta città di Cosencta».
Inizialmente i frati vivevano grazie alle elemosine dei fedeli; per
questo si dissero frati mendicanti. Successivamente cadde la
prescrizione della povertà, e pertanto furono autorizzati a
possedere beni in comune, anche se rimanevano, singolarmente, poveri.
Gli Ordini mendicanti,
come è noto, nacquero e si diffusero nel XIII secolo. La Chiesa se
ne servì per contrastare l'azione corrosiva e dilagante delle
eresie. La cultura monastica, infatti, legata ad una società
prettamente rurale, «non era più in grado di rispondere alle
esigenze dei cristiani, né ai grandi problemi della Chiesa, che
erano l'incompiutezza della riforma gregoriana e la rapida
diffusione delle eresie».
Gli ordini principali furono appunto i Predicatori, ovvero i
Domenicani, e i Minori, detti Francescani. Questi Ordini, dediti
alla predicazione missionaria, vivevano in comunità, da regolari, in
mezzo agli uomini. Contrariamente ai monaci non contemplavano il
«disprezzo del mondo», né si abbandonavano alla solitudine
collettiva del monastero a piangere i propri peccati. Abitavano
insieme, in povertà, nel convento, da dove uscivano liberamente
girovagando a elemosinare e a diffondere la parola di Dio.
Era, questa, una novità assoluta, che rispondeva a un'esigenza reale
della comunità dei fedeli.
La predicazione, la
pratica dell'umiltà e una vita povera e itinerante, elevate a scopo
principale di un preciso impegno religioso, appariva agli occhi dei
fedeli come una proposta completamente innovativa, quindi meritevole
di essere accettata favorevolmente e con entusiasmo.
In particolare gli exempla costituivano uno strumento di
comunicazione assai efficace, utili a diffondere tra la popolazione
i criteri di discernimento tra il bene e il male, a individuare il
peccato e indurre alla penitenza per incamminarsi sulla via della
salvezza. Nel delineare rapidamente la caratteristica principale che
accomunava i due ordini mendicanti e i monaci cistercensi, Kaspar
Elm ha scritto che essa «si può descrivere in poche parole: la
diretta osservanza del Vangelo ed il carattere personale
dell’imitazione di Cristo, (…) sentiti come anticipazione di quella
religiosità soggettiva e non prefissata dalle istituzioni che si è
venuta sostituendo in misura crescente alla tradizionale devozione
ecclesiastica».
Nel periodo di
transizione dal Medioevo all'Età Moderna lo spazio sociale e urbano
di Laurignano si andò via via strutturando attorno alla presenza
organizzata degli Ordini mendicanti e, probabilmente, come vedremo
più avanti, delle Confraternite laicali. Con il declino dei grandi
monasteri si affermò un modello umano contrassegnato dai valori di
umiltà, povertà ed ascetismo professati appunto dagli Ordini
mendicanti. Soprattutto in Calabria, dove la tradizione eremitica
affondava nell'esperienza monastica bizantina, l'egemonia
francescana consolidò non solo la prassi dell'eremitismo irregolare
suburbano, ma contribuì anche ad affermare una sorta di misticismo
anacoretico, la capacità di profezia che connotava la tradizione
niliana, gioachimita e di Francesco di Paola, come requisiti
essenziali di una vera «imitatio Crhisti».
L'intero contado
laurignanese, tra la fine del Medioevo e gli albori dell'Età
Moderna, era disseminato di luoghi di culto, romitori attigui a
minuscole chiesette periferiche nelle cui celle dimoravano religiosi
intenti a svolgere i divini uffici. Questi piccoli edifici erano
appartati ma non tanto lontano da impedire alla comunità di
osservare direttamente le virtù esemplari di questi santi uomini e
di diffonderne l'esempio. Dalle carte e dai ruderi superstiti si
evince che anche i monasteri fondati a Laurignano, sul finire del
XVI secolo, sorgevano lungo la «viam publicam». La fuga dal
mondo, ha scritto Bronislaw Geremek, «non significava in maniera
univoca la fuga dalla società: essa era, innanzitutto, un rifiuto
del modo di vivere che impediva la diffusione e la realizzazione
degli ideali cristiani. Gli eremiti conducevano spesso una vita
nomade, i loro romitori erano situati in luoghi ben visibili e
visitabili, lungo le strade o agli incroci, come predicatori
itineranti si fermavano laddove potevano insegnare il modello basato
sui comandamenti evangelici».
Il sito della
Stozza si prestava ad accogliere una piccola comunità di
religiosi: la presenza dell’acqua nei dintorni, la facilità nel
reperire pietre e calce sul versante dello Jassa, e, soprattutto, la
prossimità alla via Popilia dovettero risultare fattori
decisivi che spinsero i frati Francescani ad erigervi il
monasterium.
Se il santo della
Porziuncola e il castigliano Domenico Guzmàn fondarono gli Ordini
mendicanti più noti e diffusi – Francescani e Domenicani, precursori
nel mondo cristiano di una nuova forma di monachesimo che incarnava
un ideale ascetico di perfezione in povertà evangelica – il II
Concilio di Lione, nel 1274, riconobbe anche gli eremiti di sant'Agostino
e i Carmelitani.
Purtroppo, come notato in precedenza, le prime testimonianze
credibili riguardo agli Ordini mendicanti nel territorio di
Laurignano si riferiscono all'ultimo quarto del XVI secolo. Per i
secoli precedenti, le fonti tacciono completamente.
In epoca moderna, a
Laurignano, gli ordini mendicanti, oltre alla predicazione,
amministravano spesso i sacramenti, in particolare la confessione.
Svolgevano in pratica un compito fuori dalla portata del basso clero
con cura d’anime, che richiedeva una particolare preparazione,
rappresentando i due momenti chiave dell’istruzione religiosa dei
fedeli. Il Liber emortualium ci informa che, l’anno 1747,
Teresa Federico, prima di morire presso la sua abitazione di Granci,
si confessò ad un frate Riformato. Nel 1776, Agostino Ritacca e Vito
Leonardo Ciardullo, morti nella zona di Granci, ricevettero il
«sacro viatico» da un certo frate Pietro Asta, «economus»
dell’Ordine dei Riformati. Lo stesso anno, «frater Petrus Asta
ordinis Reformatorum sancti Francisci», compare nel Liber
baptizatorum in occasione del battesimo di una «puellam».
Nello stesso periodo,
altri Ordini religiosi si conformarono alla fisionomia dei
Francescani e dei Domenicani, pur non ottenendo il loro stesso
prestigio. Nel contado laurignanese, oltre alle citate proprietà
dei Domenicani, abbiamo testimonianza dell’assidua frequentazione di
altre comunità di religiosi, le quali risultano intestatarie di
proprietà terriere. I Registri della parrocchia di S. Oliverio, in
particolare il Liber emortualium del '700, ci ragguagliano
sulla presenza nella zona di Granci di alcune pertinenze dei
Carmelitani, i quali si erano insediati a Vadue di Carolei, sulla
sponda opposta del Busento, a partire dal 1530.
Nel 1726 è attestata la morte della ventenne Anna Mannarino «in domo
et pago carmelitanorum ubi dicitur li Granci». L'anno
successivo, in «pago carmelitanorum» mori il piccolo Tommaso
Trombino.
Tra i mendicanti,
l’Ordini che mostrò maggiore vitalità fu senz’altro quello dei
Minori Francescani. Nella seconda metà del XIV secolo, per merito
di Paoluccio da Foligno, si affermò la riforma francescana, detta
Osservanza, che si estese in tutta Italia. Papa Leone X nel 1517
sancì la loro separazione dai Conventuali. «Sul tronco Osservante –
scrive il Russo – s’innestò poi un altro movimento di Riforma, detto
della più Stretta Osservanza o dei Riformati, che, iniziatosi verso
la metà del sec. XVI, in breve si affermò splendidamente».
Ai Conventuali
Francescani della località Turra 'e Santi subentrarono
appunto i Riformati, i quali, non potendo passare dall’Osservanza
tra le fila dei Cappuccini, per il divieto della Santa Sede,
formarono delle case di ritiro. Per quanto concerne la presenza di
questi frati nel territorio di Laurignano le notizie sicure
rimontano alla seconda metà metà del XVIII secolo.
Il Liber emortualium ci dà notizia che
l’anno 1747 Teresa Federico, prima di morire presso la sua
abitazione di Granci, si confessò ad un frate Riformato. Nel
1776 Agostino Ritacca e Vito Leonardo Ciardullo, morti nella
stessa
zona, ricevettero il «sacro
viatico» da un certo frate Pietro Asta, «economus»
dell’Ordine dei Riformati.
Lo stesso anno, «frater Petrus Asta ordinis Reformatorum sancti
Francisci», compare nel Liber baptizatorum in occasione del
battesimo di una «puellam».
La
località denominata oggi Turra ‘e Santi, nella zona di
Granci, ampiamente citata nelle pagine precedenti,
dovette
risultare più che idonea all’attuazione del loro ideale ascetico.
Essi si proponevano la stretta osservanza della regola, in spirito
di povertà e d’umiltà, «ritirandosi dai conventi cittadini per
vivere nelle asprezze delle solitudini e degli eremi o dei
conventini rurali».
Questi
frati conducevano un vita austera, attratti da un anelito profondo
verso la penitenza e la santità. Si cibavano di pane, frutta, erbe.
Si nutrivano di cibi cotti solo due volte la settimana. Dormivano
sulla nuda terra o sul tavolato; di notte si alzavano per il coro e
calzavano sandali o zoccoli; avversavano il lusso e la mondanità, le
scienze profane e i grandi e fastosi monasteri della città.
Accanto
ai Riformati, nel Settecento,
a Laurignano, è attestata la presenza dei Padri
Teresiani, i quali detenevano diverse pertinenze. Il Catasto
Onciario di Tessano relativo al 1743 ci dà notizia di un certo
Andrea Maurello, il quale possedeva «una possessione luogo li
Chiatri giusta li beni di PP. Teresiani di Cosenza» con una
rendita di dieci ducati e mezzo.
Anche Domenico Naccarato, di professione bracciale, abitava in una
torre dei PP. Teresiani presso la località
Jassa
. Tra i beni della chiesa parrocchiale di S.
Oliverio,
nella stessa fonte, risultano
annotati
un «orticello in luogo detto sotto la Chiesa alborato di
celsi neri e poche fichi iuxta li beni de li PP. Teresiani», con una
rendita di 39 carlini,
e una «possessione in luogo detto il Vallone iuxta li beni de li PP.
Teresiani e via publica alborata di fichi, querce e tre aratorie».
Come si è visto, anche
nei secoli dell’Evo Moderno il territorio di Laurignano, al pari di
tante altre zone del circondario cosentino, è stato teatro
dell’intenso attivismo spirituale di ecclesiastici appartenenti ai
più disparati ordini. Attraverso un costante impegno essi hanno
contribuito a plasmare il paesaggio agrario ma anche, soprattutto,
ad imprimere nella coscienza dei Laurignanesi le stimmate di una
religiosità travagliata e inquieta, esprimentesi ancora oggi nelle
forme autenticamente genuine della devozione e del culto verso la
Vergine della Catena e Sant'Oliverio, il venerato patrono.
Francescani e poi
Riformati, Domenicani, Carmelitani e Teresiani, con ogni
probabilità, rimasero a Laurignano o frequentarono assiduamente il
territorio fino alla Rivoluzione Francese, la quale soppresse e
disperse quasi tutte le comunità monastiche incontrate sulla propria
strada, dilapidando anche un ingente patrimonio storico, artistico e
spirituale.
Tra la fine del XV e i
decenni centrali del XVI secolo, nella vicina Dipignano, furono
invece Osservanti e i Cappuccini a catalizzare l’attenzione delle
masse del circondario. Gli Osservanti fondarono un convento dedicato
all’Annunziata, mentre i Cappuccini, nel 1538, vi eressero il primo
convento della Provincia di Cosenza, intitolato a S. Maria degli
Angeli.
Dipignano, inoltre, tra i vari personaggi di rilievo annoverati tra
i Cappuccini, può vantare Francesco da Dipignano, che fu tra i primi
12 iniziatori della riforma, Agostino da Dipignano, morto nel 1572
e, soprattutto, Girolamo da Dipignano, che fondò la Provincia lucana
e fu Provinciale di Calabria nel 1539; Francesco da Dipignano,
Provinciale nel 1543, il quale fu anche uno dei fondatori della
Provincia di Napoli.
A
Laurignano,
in quel periodo, come già osservato, le
istanze di riforma prendevano sempre più corpo soprattutto per
merito degli Ordini mendicanti, «sulla scia di tradizioni eremitiche
mai sopite, di esperienze monastiche plurisecolari, di modelli
ascetici assai vivi nella pietà popolare».
Frate
Giacomo da Laurignano fu probabilmente attratto da questo messaggio
salvifico e da tali istanze, quando decise di indossare l’abito
regolare dei Cappuccini. Il suo nome lo troviamo annotato in un
elenco onomastico-toponomastico dei Cappuccini cosentini vissuti nel
periodo antecedente lo smembramento dell’unica Provincia monastica,
nel
1584.
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