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I campioni dell’obsequium
pauperum: i Fatebenefratelli
Nel
periodo compreso tra
la fine del Medioevo e gli albori dell’Evo
Moderno,
lungo le
principali
arterie di
transito, una fitta e consolidata
rete di strutture ricettive assicurava
assistenza e protezione a pellegrini e viandanti,
oltre
che ai
diseredati
e
indigenti
del circondario in cui sorgevano.
Anche in
Calabria, lungo la via Popilia, vi erano
edifici
– ospedali, magioni, ospizi – adibiti a
tale funzione, soprattutto nei tratti più
impegnativi:
«le nuove realtà dei monasteri, urbani ed extraurbani, di tradizione
greco-basiliana o latino-benedettina
– scrive Marco Tangheroni –
avevano nell’apertura all’ospitalità dei pellegrini una delle loro
caratteristiche fondamentali e potevano perciò costituire
–
nei casi più importanti anche con appositi xenodochia
–
una buona alternativa per i viaggiatori».
Più tardi la definizione di xenodochium fu affiancata da
quelle di hospitale e hospitium, ed i termini
divennero intercambiabili.
Nella maggior parte dei casi questi luoghi di assistenza erano retti
dai grandi ordini Ospedalieri come quello di S. Giovanni di Dio,
detto Fatebenefratelli
(dall'intercalare dei questuanti),
o come quello del Santo Sepolcro.
Accanto a queste strutture tradizionali adibite all’ospitalità,
erano attive
anche le diaconie
monastiche, «edifici destinati ad accogliere poveri, pellegrini,
infermi...»,
la cui
opera
contribuiva ad alleviare le mortificazioni della
miseria
e i disagi
di
quanti
s'incamminavano
sull'impervia
strada della redenzione, verso le mete di culto di breve percorrenza
e in direzione delle cosiddette peregrinationes maiores
(Roma, per ammirare la famosa Veronica; Gerusalemme, per
visitare i luoghi della predicazione e della passione di Cristo;
Santiago di Compostela, per prostrarsi sulla tomba dell’apostolo
Giacomo).
Nella rigogliosa fioritura di Ordini religiosi che nel corso del XVI
secolo fecero la loro comparsa nella città di Cosenza e nei casali
viciniori, una menzione particolare spetta appunto ai
Fatebenefratelli, preposti alla cura degli ammalati e a dare
sollievo ai bisognosi di assistenza. Fondati nel 1537 dal portoghese
S. Giovanni di Dio, divennero presto un punto di riferimento
importantissimo per la società coeva, svolgendo una funzione sociale
di primo piano, attraverso le opere di carità e la gestione di
ospedali e ospizi attivi fuori e dentro la città.
Gli
Ospedalieri di S. Giovanni di Dio vennero a Cosenza nel 1593. In un
protocollo
è
riportata la notizia
del consenso alla venuta de «li fili de Giovan de Dio per far
hospitali et carità alli infermi».
Ad essi fu assegnato il vecchio monastero di S. Chiara, a
Portapiana, che divenne casa e ospedale e che prese il nome di S.
Maria della Sanità.
Con questo titolo liturgico venivano indicate strutture –
generalmente monasteri, chiese, diaconie monastiche, ecc. – adibite
alla cura degli infermi e all’accoglienza dei forestieri.
Nel
piccolo casale di
Laurignano, nella seconda metà del XVI secolo, i malati, gli
indigenti, i trovatelli, gli orfani, gli emarginati beneficiavano di
oboli, elemosine e della munificenza di qualche ricco benefattore.
In un atto del notaio Giordano, rogato
a
Cosenza
il 28 settembre 1569, è
riportata la notizia che la nobildonna Caterina Sersale lasciò 200
ducati ai poveri di Laurignano e 20 libbre di cera alla chiesa
parrocchiale di S. Oliverio.
Ma la grave e
diffusa
situazione di pauperismo
che colpiva ripetutamente la Calabria,
causata dalle carestie, epidemie, terremoti
e altre calamità,
non poteva risolversi attraverso slanci di generosità isolati.
Occorreva ben altro.
Ed è proprio in
un
contesto così
difficile che
s'innesta,
a cavallo tra il XVI e il XVII secolo, la presenza nel territorio di
Laurignano dei
Fatebenfratelli
e dei Francescani, la cui attività
era
mirata a
prestare assistenza a poveri,
infermi
e
bisognevoli di cure. Scopo fondamentale della loro missione era
l’impegno caritativo quotidiano, l’obsequium pauperum che
esercitavano principalmente nei confronti di viandanti e pellegrini
e
di tutta
quella vasta umanità
di sofferenti
– i pauperes Christi – che popolava la società del tempo.
Sul finire del XVI secolo,
come notato in precedenza,
un monasterium dedicato a S. Maria della Sanità venne
fondato nella
località S. Basilio, l'attuale Turra 'e Santi, nella
zona di Granci,
dai Conventuali Francescani. La struttura, con ogni probabilità,
oltre che luogo di culto,
fungeva anche da
struttura
di accoglienza per indigenti e bisognosi di cure.
Ed è
proprio in questo monasterium, verosimilmente, che i
Fatebenefratelli svolsero la loro attività a sostegno dei poveri.
Hans Conrad Peyer ha
scritto che «il ricovero per pellegrini, mercanti e poveri veniva
anche indicato con i termini di ecclesia, oratorium, e monasterio,
ma spesso non si capisce se queste definizioni si riferissero alla
non rara usanza di alloggiare gli ospiti nella chiesa stessa, o
invece nei dormitori ad essa connessi».
Il monastero della Stozza, fondato ex-novo o ampliato dai
Francescani nel 1591, con il titolo dedicato a S. Maria Assunta,
venne indicato successivamente con il termine «romitorio»,
mantenendo la stessa insegna liturgica. La struttura, trovandosi a
ridosso della via Popilia, svolse la funzione di luogo di
accoglienza per pellegrini, viandanti in genere e poveri del luogo.
Nei Registri parrocchiali di S. Oliverio Martire relativi a tutto il
Settecento la struttura è attestata come Romitorio della Stozza
o di S. Maria Assunta.
Gli ospizi monastici e le
case di accoglienza per malati e indigenti sorgevano spesso, come
abbiamo visto, grazie alla generosità di benefattori occasionali, ed
erano soggetti al diritto ecclesiastico e alla giurisdizione
episcopale.
Normalmente erano collegati ad una chiesa o ad un monastero e
affidati a religiosi di provata probità. I Conventuali vennero a
Laurignano e chiesero la licenza di «pigliare casa» per prendersi
cura degli infermi e per compiere «santa opera pia», secondo la
rigida applicazione dei decreti tridentini inaugurata da Pio V e
proseguita dai suoi successori.
Non bisogna dimenticare che gli uomini di chiesa avevano il dovere
dell’hospitalitas, in ragione di «precisi codici di
comportamento che facevano leva sull’imitatio Christi».
A cavallo tra il XVI e il XVII secolo, quando l’arcivescovo di
Cosenza Costanzo chiamò i Fatebenefratelli da Laurignano, per
favorire gli ordini regolari nella città,
le due strutture rimasero attive. Il monastero della Stozza
continuò la
sua
attività sotto il controllo di una piccola comunità di Eremiti.
Al confine tra i territori di Cosenza e Laurignano, nelle vicinanze
della via Popilia, sorgeva un ospedale che assicurava
la cura
agli infermi
e
assistenza ai
viandanti. Nel Liber
emortualium della parrocchia di S. Oliverio Martire ricorre
frequentemente un «hospedale» e lo «molendino
dell’ospedale».
La stessa fonte ci dà la conferma che la struttura esisteva ancora
nella prima metà del Settecento. Nicola Valentini, rector della
parrocchia, nel 1719, registrò la morte di una certa Perpetua Mauro
in «domo ubi dicitur lo molendino dell’Hospedale» e quella di Giulia
de Orangis avvenuta nel 1726 nello stesso luogo.
L’ospedale era la casa dei poveri – la domus pauperum
–luogo
dove accogliere e nutrire gli indigenti.
Lungo le principali vie di transito sorgevano anche ospizi,
che esplicavano normalmente le stesse mansioni degli ospedali.
In prossimità del fiume Busento, a ridosso della via Popilia,
nella zona denominata oggi Molino Irto, è probabile che vi
fosse un ospizio – o comunque una pertinenza di una struttura
ricettiva
–
adibito a luogo di accoglienza per viandanti e pellegrini, oltre che
per i diseredati delle zone limitrofe.
La
conferma
ci è data
dal Libro dei morti
della parrocchia di S. Oliverio, nel quale sono registrati due atti
assai significativi. Nel 1721, il parroco Valentini annotò la morte
del ventitreenne Costantino Aiello, avvenuta «in ospitio»,
mentre dieci anni più tardi, nel 1731, nel Liber è riportato
il decesso di Ursula Cubello «in feudo cujus Venerabile Hospitius»,
gestito «in emphjteusim in loco ditto il Ponte di Basento».
Fino a quasi tutto il Settecento, i Registri parrocchiali ci danno
la conferma che anche la struttura posta sul versante del Busento
era attiva, abitata e gestita dai monaci Riformati, al servizio di
quanti transitavano lungo la via pubblica che costeggiava il fiume.
Gli ospedali e gli ospizi del Medioevo
e
dell'Età
Moderna
erano
bettole di infima qualità, senza i comfort e le comodità di
oggi.
Le osservazioni del Russo
in proposito appaiono quanto mai significative: «quando si parla di
ospizi o ospedali o infermerie [...], bisogna allontanare l'idea che
se ne ha oggi. In quei tempi infatti si trattava di ben misera cosa:
due o tre stanzucce, generalmente addossate alla chiesa , maltenute,
con tre o quattro letti, custodite da un salariato, che non si
potrebbe nemmeno chiamare "infermiere". Vi venivano ricoverati i
poveri, i nullatenenti, i miserabili, che vi andavano malvolentieri,
preferendo morire a casa propria, quando l'avevano. L'attrezzatura
poi era poverissima e raramente apprestava rimedi alle malattie. Si
capisce perciò come fino ai tempi moderni la mentalità popolare
calabrese fosse quanto mai contraria al ricovero nei così detti
ospedali».
Il termine hospedale
indicava l’edificio ove venivano ospitati poveri e pellegrini in
transito. «L’ospedale – ha scritto Bronislaw Geremek – svolgeva la
funzione di alloggio temporaneo degli stessi mendicanti e di punto
di distribuzione delle elemosine».
Essi avevano il compito del ricovero: offrire un posto per dormire e
per la distribuzione periodica o giornaliera dei viveri. Oltre ai
poveri itineranti – in primo luogo i pellegrini – gli ospedali e i
ricoveri ospitavano i poveri che vi abitavano in pianta stabile.
Le rendite dell’ospedale
derivavano da fitti di piccole case, da vigneti, dalla vendita di
foglie di gelso. Nella “guida” più famosa di tutta la letteratura
odeporica del Medioevo, il cosiddetto Liber Sancti Jacobi o
Codex Calixtinus, si fa riferimento anche a pellegrini
calabresi che si recavano a Compostela, in Galizia, per pregare
dinnanzi alle reliquie di S. Giacomo.
In tale documento gli ospedali sono attestati come «luoghi santi,
case di Dio, riconforto dei santi pellegrini, riposo degli
indigenti, consolazione dei malati, salvezza dei morti e soccorso
dei vivi».
Edificare questi luoghi santi significava assicurarsi il regno di
Dio. Grazie ad essi, i viaggiatori morti di fatica lungo la strada o
uccisi dai briganti potevano godere di una sepoltura in terra
benedetta, desiderio ardente fino all’ossessione nelle generazioni
medioevali.
Non bisogna dimenticare che, nei secoli passati, le vie di
comunicazione erano insicure, irte di difficoltà e di pericoli,
popolate da malfattori che depredavano e razziavano quanti vi
transitavano.
Le strade percorse dai pellegrini per raggiungere i luoghi di culto,
per tutto il Medioevo, in Calabria, rimasero sostanzialmente gli
antichi tracciati romani, la Popilia e le litoranee tirrenica
e jonica. Nella Capua-Reggio si immettevano numerose strade
secondarie ed anche semplici diverticoli: insomma, un reticolo
viario di adduzione sia ai centri abitati sia ai luoghi di culto,
quindi funzionale alle pratiche votive e devozionali assai in voga
nella regione e nel territorio laurignanese.
Non a caso i monasteri
francescani della Stozza e di Granci vennero fondati a
ridosso della «via publica», indicata per lo più come linea
confinaria tra varie proprietà e attestata nelle fonti documentarie
del ‘500. La via Popilia, viceversa, non compare in nessuno
degli itineraria conosciuti, pur essendo tra gli assi viari
più transitati di tutto il Medioevo.
Il territorio di Laurignano, per il fatto di essere un passaggio
obbligato lungo l’importante arteria romana, non fu certo estraneo a
queste dinamiche cultuali e religiose.
Ma anche
su questo fronte,
purtroppo,
siamo costretti a registrare una carenza di fonti sconfortante, che
rende assai arduo il compito di collocare al posto giusto i tasselli
di un mosaico tanto suggestivo quanto difficile da comporre.
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