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Offerte e
donazioni
«pro anima» in età medievale e moderna
A partire
dall’anno Mille, l'influenza religiosa e materiale esercitata dalla
Chiesa sulla società laica subì una sensibile impennata. Tale
influenza permise d'inculcare nei fedeli una morale religiosa
centrata sulla nozione di peccato e di penitenza, che culminò alla
fine del XII secolo nella «nascita del purgatorio».
Con la nascita del terzo luogo dell’Aldilà ogni cristiano poté
anelare alla salvezza eterna, a condizione però di sottoporsi dopo
la morte a castighi riparatori, la durata e l'intensità dei quali
dipendevano, da un lato, dai meriti personali del defunto (buone e
cattive azioni, e pentimento nel momento della morte) e, dall'altro,
dai suoi suffragi (messe, preghiere ed elemosine) ai quali congiunti
e amici provvedevano per la salvezza. In caso di inadempienza, il
morto poteva apparire a un parente o a un amico per reclamare i
suffragi di cui aveva bisogno e chiedergli di compiere per lui le
opere pie necessarie alla sua salvezza.
A rendersi garante del buon funzionamento di questo meccanismo era
ovviamente la Chiesa, la quale conferì notevole importanza
all'organizzazione della solidarietà tra vivi e morti.
A
Laurignano e nel resto del Mezzogiorno rurale, per tutto il Medioevo
e fino ai tempi recenti,
un diffuso sentimento di insicurezza
e
precarietà
dominava la sensibilità e la mentalità degli uomini,
e
influenzava gran parte dei
loro atteggiamenti. Soprattutto nei momenti di incertezza politica,
di grave irrequietezza religiosa e di recessione economica,
la mancanza di referenti istituzionali stabili, dovuta
all'alternanza al potere di varie dinastie, le crisi demografiche e
la fragilità degli orizzonti mentali, alimentavano profonde
inquietudini, suscitando in ogni ceto sociale quella che è stata
un'ossessione dell'Occidente medievale e moderno: approdare in
Paradiso. D'altronde, l'indigenza, l'oppressione, la sofferenza e i
tormenti delle anime semplici aumentavano la sete di miracoli e di
eventi prodigiosi, stimolando aspettative legate non soltanto al
raggiungimento di obiettivi materiali (protezione dalle calamità
naturali, buon raccolto, sana figliolanza, ecc.), ma anche e
soprattutto al conseguimento della salvezza eterna.
A Laurignano e in tutto il circondario regnavano
sovrane
inquietudine religiosa e prostrazione morale,
miseria e malessere sociale.
La
religione - e tutto il corollario di credenze (superstizioni, pietà
popolare, devozione) che ruotava attorno ad essa - occupava
uno
spazio
centrale
nella
vicenda
esistenziale
di ogni credente.
Salvare
l’anima
dalla dannazione eterna,
l'anelito all’incontro
e
alla
comunione con Dio costituivano gli obiettivi primari della stessa
esistenza, ed erano
altrettanto
importanti come il
nutrimento
quotidiano.
In questa temperie va inquadrata la «confirmationis et
offertionis pro anima»
con la quale Orso di Laurignano, nel 1142, «in lecto infirmitatis
iacens, sana mente et sincera voluntate»,
cedette a Stefano, abate di S. Maria della Matina, alcune terre di
sua proprietà.
I congiunti, presenti e consenzienti, confermarono la donazione.
In quel periodo era in voga il modello liturgico
cluniacense, attraverso il quale i monaci assicuravano con le
proprie preghiere la salvezza dei nobili benefattori in cambio di
pie donazioni di terre, previa approvazione della parentela del
defunto (laudatio parentum).
Alle sfere ecclesiastiche i possidenti laurignanesi non offrivano
soltanto beni immobili. In uno «scriptum concessionis»,
datato dicembre 1248,
rogato a Dipignano «in presentia Michaelis de Gemmitanis imperialis
iudicis Dipiniani»,
una certa Sibilla, vedova di Arnone di Laurignano, cedette a
Gualtiero da Cosenza i propri diritti su nove giumenti custoditi
presso il monastero di S. Angelo di Fringillo.
I ceti più poveri, segnati dalla paura e dall'indigenza, più che al
destino dell'anima nell'aldilà, rivolgevano le poprie attenzioni al
contingente, cioè al
problema della sopravvivenza quotidiana, ai pericoli che
minacciavano costantemente la loro vita.
La
pratica assai diffusa delle donazioni pone in risalto «il ruolo
deterrente che la paura della morte imminente e l’ansia di chiudere
i conti con Dio con un atto meritorio in extremis ebbero
nella società medioevale».
L'ardente desiderio con cui al letto di morte s'invocava
l'assoluzione sacerdotale, evidenzia il timore delle pene infernali
che investiva tutti gli strati della società, non di meno quegli
uomini la cui esistenza era stata contrassegnata dal successo e dal
potere.
D’altro canto, «i rischi di dannarsi, con l’aiuto del Diavolo, erano
così grandi e le prospettive di salvezza così deboli, che la paura
vinceva sulla speranza».
L’opera di Alessandro Pratesi (Carte latine di abbazie calabresi
provenienti dall’archivio Aldobrandini) è un continuo
susseguirsi di donazioni «pro anima». In essa emergono
nitidamente gli orizzonti mentali e spirituali dei fedeli, dove
prevalgono «il senso della caducità della vita, l’anelito alla
salvezza e l’esigenza di propiziarsi la felicità eterna con opere
pie, ma anche con l’osservanza delle tradizioni ecclesiastiche e
delle leggi canoniche».
A Laurignano e dappertutto, la costante preoccupazione di
una giustizia insensibile e corrotta, la miseria, il terrore
suscitato dall'inferno e dal diavolo tentatore, contribuivano ad
alimentare la sensazione di insicurezza e ad inasprire la cupezza
della vita. Da questi pericoli non erano immuni neppure i ceti
sociali più abbienti: i cambiamenti di fortuna erano all'epoca assai
repentini.
Se nel corso del Medioevo in seno all'università il sentimento
religioso caratterizzava fortemente la mentalità degli uomini, nei
secoli dell'Evo Moderno l’andazzo rimase invariato.
Il Purgatorio, le indulgenze, le serie di messe facevano parte
integrante della struttura economica che sosteneva la Chiesa.
Le donazioni che sul finire del Cinquecento la famiglia De Ruggero
elargì a piene mani ai Conventuali Francescani, e che abbiamo
notato nelle pagine precedenti,
sono al riguardo assai eloquenti.
Questi
ultimi, attraverso la predicazione e gli exempla, agitando lo
spettro della morte, del giudizio individuale del peccatore nel
momento del trapasso, le gioie o le tribolazioni dell'aldilà e, alla
fine, il Giudizio Universale e la resurrezione dei morti,
riscuotevano un grande successo, ottenendo dai possidenti laute
donazioni.
Ma la generosità della nobile famiglia laurignanese verso i frati
eredi di S. Francesco d’Assisi non si limitava soltanto ai beni
immobili. Il 16 aprile 1591, un atto del notaio Maugeri, ci dà
notizia che Francesco De Ruggero donò alla religione Conventuale
la
riscossione di alcune gabelle e
altri beni.
Per «amore Dei»,
e perché venissero assecondate le proprie istanze salvifiche, i
ricchi possidenti di Laurignano si dimostravano verso i Francescani
assai munifici. I monaci, dal canto loro, celebravano «misse et
altri divini uffici ad honor di Idio».
La munificenza e le donazioni a favore di enti ecclesiastici operate
dai De Ruggero, tra l'altro, rientravano nel quadro di
un'appariscente manifestazione di mecenatismo sacro, finalizzato al
consolidamento del potere locale. Erano anche l'espressione della
tradizionale devozione religiosa dei signori. Bronislaw Geremek, a
tale riguardo ha scritto che: «La misericordia espressa con
l’elemosina e le donazioni a favore delle istituzioni ecclesiali
doveva costituire una forma costante di redenzione dei peccati della
vita temporale».
Ed ancora: «La grande distribuzione delle elemosine alla porta dei
conventi, le fondazioni caritative e le donazioni individuali
avevano carattere di ostentazione, assumevano la forma di spettacolo
in cui la messa in mostra della propria pietà si associava
all’esteriorizzazione del proprio prestigio sociale».
Contrariamente al modello cluniacense, in epoca moderna, il defunto
lasciava individualmente, in un testamento autenticato da un notaio,
somme in denaro o altri beni destinati a «comprare» il maggior
numero possibile di messe in grado di affrettare la sua uscita
definitiva dal purgatorio. Da un lato la terra, la liturgia dei
monaci, la volontà collettiva della casata aristocratica. Dall'altro
la volontà dell'individuo, la funzione del denaro e della borghesia,
gli ordini mendicanti e la cosiddetta «contabilità dell'aldilà».
«Sarebbe interessante - scrive Pietro De Leo - approfondire le
componenti sociali e i meccanismi mentali che insieme con le
motivazioni religiose inducevano i fedeli appartenenti a ogni rango
sociale a portare le loro offerte più o meno cospicue ai monasteri
di cui si sentivano parte. Come anche la potente carica psicologica
che sollecitava gli anonimi fideles a iscrivere i loro nomi
accanto a quelli prestigiosi dei fondatori, di solito nobili,
potenti e sovrani».
Un fedele assai sensibile dovette essere un tale Antonio De Nicola,
il quale, a Laurignano, fu reso felice, da Maria SS.ma Assunta. La
base di un incensiere d’argento proveniente verosimilmente
dall’antica cappella dell’Assunta, attestata nel Libro delle Sacre
Visite del 1684 e segnalata da padre Spagnolo, reca la seguente
iscrizione: «C. di M. SS.ma Assunta in cielo di Laurignano f. f.
felix Antonius De Nicola».
Nelle chiese di campagna erano frequenti le raffigurazioni degli
offerenti, le iscrizioni commemorative e devozionali.
Nel 1590, il possidente laurignanese Marcantonio De Anselmo, nel suo
testamento lasciò un tarì per l’estrema unzione e fece due donazioni
di 200 e 500 ducati «in favore de la casa del Spirito Santo».
Ma gli aspetti più interessanti delle volontà testamentarie di
questo facoltoso esponente della società laurignanese del tardo
Cinquecento, di cui le fonti documentarie ci hanno tramandato una
spiccata (e non sempre disinteressata) sensibilità verso il
soprannaturale e le cose di chiesa, riguardano il suo funerale, per
lo svolgimento del quale chiese nel testamento un rituale assai poco
comune, per non dire venato di alcune bizzarre stravaganze. Nel
documento il notaio dovette scrivere le seguenti parole: «vole che
lo corpo suo sia sepellito nella ecclesie de lo Carmino de la
Nunciata di Cosenza nella sua cappella et vole che no se habia da
sonare altro di la campana grande del Carmino […] et lo corpo suo
s’habia a sepellire con lo sacco de la confraternita di S.to
Leonardo a una hora de notte senza tavuto, et l’habiano a compagnare
li preditti monaci de la Nunciata et confrati di S.to Leonardo et
tutti li confrati de detta confraternita di S.to Leonardo».
Gli atti rogati dai notai di Tessano tra il XVII e il XVIII secolo
sono zeppi di donazioni e lasciti a chiese, congregazioni, cappelle,
rappresentanti del clero. Una certa Isabella Garrapisso, il 5
settembre 1614, dubitando di morire raccomandò la sua anima
all’Onnipotente Iddio, alla Vergine Santissima ed a tutti i Santi.
Il 13 giugno 1611 Pietro Francesco La Valle nel testamento lasciò
alla Congregazione di Tessano 10 ducati; alla cappella dell SS.
Rosario 5 ducati; al Monastero delle Cappuccinelle 5 ducati; alla
chiesa di S. Giacomo 5 ducati; al reverendo Antonio Iaccino 300
ducati ed una vigna.
Nel gennaio del 1614 Aurelia Valentino di Tessano, ammalata di corpo
ma sana di mente, temendo di morire, per salvare la propria anima,
lasciò alla cappella posta dentro la chiesa di Tessano Serra 10
ducati perché vi si celebrassero due messe la settimana.
Vittoria Filosa, il 22 novembre del 1622, alla cappella del S.
Crocifisso di S. Mauro lasciò invece 15 carlini e la sua veste di
raso rosso.
A Laurignano, nel mese di settembre del 1607, Augusto Bonelli, «in
loco ditto Santo Liverio […] infirmum corpore sanum mentis […]
dubitans de morte» raccomandò l’anima sua a Dio, alla gloriosa
Vergine Maria e a tutti i santi. Lasciò 20 carlini per «tanti misse»
e raccomandò ai figli Clarice, Giuseppe e Martino di stare «insieme
in comune et indiviso in una medesima habitazione unitamente».
Inoltre, lasciò scritto che il suo corpo venisse seppellito nella
«ecclesie di Santo Liveri».
Il testatore divideva i propri beni tra la Chiesa e i suoi eredi,
supplicando questi ultimi di preoccuparsi della sua anima dopo la
morte e, per questo di non impugnare le sue donazioni devote. Gli
eredi erano spesso tentati di appropriarsi di tutti i beni e di
trascurare la memoria del parente defunto. La Chiesa e
soprattutto i monasteri ricevevano queste donazioni con l'incarico,
da un lato, di pregare per il morto e, dall'altro, di ridistribuire
ai poveri una parte dei beni lasciati in eredità.
I poveri beneficiano di una parte delle elemosine. Essi
erano considerati una sorta di sostituti terreni del morto in quanto
le elemosine, che venivano loro offerte, facevano parte dei
«suffragi» atti a favorire la salvezza dei defunti. Nutrire
materialmente i poveri corrispondeva a «nutrire» simbolicamente, con
preghiere, l'anima in pena del donatore che è morto.
La generosità con la quale Caterina Sersale,
nel 1569,
attraverso il suo testamento,
lasciò duecento ducati ai poveri di Laurignano e venti libbre di
cera alla chiesa di S. Oliverio,
reca indubbiamente i connotati qui appena descritti.
La pratica della carità a favore della Chiesa e degli
indigenti, le opere di misericordia e le donazioni, la restituzione
post mortem della ricchezza accumulata in malo lodo
assicuravano la salvezza, e il testamento divenne il passaporto per
il Cielo. Senza lo sforzo di cogliere nella salvezza dell'anima e
nella paura dell'Inferno le ossessioni che tormentavano gli uomini
medievali, non potremo mai capire la loro mentalità.
In epoca
moderna, le famiglie più agiate di Laurignano non mostravano la loro
munificenza soltanto nei riguardi degli ordini mendicanti che
gravitavano in loco o verso i tanti poveri cristi e indigenti
che vivacchiavano nel contado. Erano munifici anche verso la Santa
Sede.
Giovanni de Mentano di Napoli, commissario della Reverenda
Fabbrica di S. Pietro di Roma, nel 1584 ricevette il pagamento
di 40 ducati da Goffredo De Ruggero provenienti in parte dal legato
testamentario di Caterina Sersale, la quale fece quietanza al De
Ruggero. Pompeo De Matera pagò
nell'occasione
cinque ducati a Goffredo per il commissario della stessa Reverenda
Fabbrica.
Non è dato sapere, in questo caso, se la donazione fu una libera
scelta oppure un'odiosa imposizione calata dall'alto.
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