Gli Eremiti della Stozza

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Intorno alla metà del XVII secolo (1652), per ovviare alla inarrestabile proliferazione degli istituti religiosi e quindi ad una loro eccessiva frammentazione, papa Innocenzo X emanò la costituzione «Instaurandae disciplinae regularis», la quale sopprimeva le case non formate, incapaci cioè di ospitare una comunità regolare di almeno sei membri, accorpando uomini e beni di proprietà sotto il controllo delle sole case formate[1].

Il provvedimento restrittivo adottato dalla Santa Sede si rivelò salutare per gli istituti, ma costituì anche un segnale inequivocabile della crisi che a distanza di qualche decennio li avrebbe colpiti duramente, quando gli Ordini religiosi prima di allora propostisi come referenti privilegiati per il sostegno spirituale delle comunità – cominciarono a languire sotto i colpi dell’imperante laicismo propugnato dalla corrente illuministica, sfociato poi nella Rivoluzione Francese. Per quel che ci riguarda più da vicino, il Russo ha ben osservato che il XVIII secolo, dal punto di vista religioso, fu per Cosenza e per la Calabria tutta un periodo «di decadenza»[2]

Al presente non è dato sapere se la decisione pontificia sortì effetti sui monasteri attivi nel territorio di Laurignano. Le fonti documentarie, purtroppo, riguardo al periodo compreso tra la seconda metà del Seicento e la prima metà del Settecento sono avare di testimonianze. Ciò che possiamo affermare con una certa attendibilità è che nell'intero contado, segnato dalla miseria più abietta e dalla rapacità dei signori locali, popolato da contadini analfabeti e avulsi da qualsiasi anelito culturale o politico, l'Età dei Lumi e gli echi dei nuovi fermenti che in Europa andavano penetrando nei gangli vitali della società vi giunsero in maniera sfumata o non vi giunsero affatto, lasciando nella precarietà esistenziale quelle anime abbrutite dalla fame e rassegnate, il cui unico pensiero era rivolto al contingente quotidiano, ad una sopravvivenza perennemente sospesa tra clemenza della natura e intercessione dei santi.

Per quanto concerne la testimonianza di presenze religiose sul territorio, il Liber emortualium della parrocchia di S. Oliverio si è rivelato una fonte preziosissima, che però ci consente di cogliere soltanto alcuni dei molteplici aspetti riguardanti i rapporti tra uomini di Chiesa e la comunità laurignanese del Settecento. Da questa fonte rileviamo la notizia di una comunità di Eremiti attiva presso il Romitorio della Stozza, documentata almeno fino al 1765. Purtroppo non ci è dato sapere se questa comunità appartenesse a qualche particolare ceppo ecclesiastico o se fosse composta da semplici religiosi impegnati a condurre un'esistenza di ascesi spirituale, perseguendo la loro vocazione vivendo in comunità e proponendosi come un importante punto di riferimento per le popolazioni locali.

Il Liber ci informa della morte di Filippo Giuliano, eremita in «cellula S. Maria Assumptiones B.M.V.», avvenuta nel 1720. Nel 1728 il parroco Pietro Palazzo annotò la morte del giovane ventitreenne «Nicolaus heremita S. Marie de la Stozza». La località Stozza, o anche S. Maria Stozza, distante dal centro urbano e presente ancora oggi nella toponomastica laurignanese, appariva come un luogo ideale per assecondare il desiderio di vivere appartati dal mondo, ma nel contempo visibili agli occhi della gente. Gli Eremiti laurignanesi erano personaggi ben noti ai contadini del luogo, che spesso li cibavano e andavano loro a chiedere consiglio, benedizione, interventi miracolosi, di fare da padrino ai propri figli. Dal canto loro, gli Eremiti accoglievano viandanti smarriti e pellegrini che transitavano nelle vicinanze del romitorio, indicando loro la giusta strada.   

Il parroco Francesco De Bono, nel 1751, tenne a battesimo il piccolo Antonio Fedele Federico il cui «patrinus» fu frate Antonio Arturi, eremita di S. Maria Assunta. Il parroco Bartolomeo Oliveti, nel 1760, battezzò l’infante Caterina Mandarino, cui fece da «compater» frate «Bernardus Pellegrino heremita S. Maria». Negli anni successivi frate Bernardo si prestò a fare da «compare» ad altri cinque neonati[3].

Le conseguenze della Rivoluzione Francese furono esiziali per la Chiesa e per gli Ordini religiosi. Moltissimi conventi furono chiusi per non essere mai più riaperti. La comunità eremitica della Stozza si disperse definitivamente. Per quanto riguarda l'ultimo quarto del XVIII secolo, infatti, nelle fonti disponibili non vi sono riferimenti a questi Eremiti. Dobbiamo attendere la metà dell'Ottocento perché il Romitorio della Stozza torni a nuova vita, grazie alla intraprendenza del frate grimaldese Benedetto Falcone, giunto a Laurignano al seguito del fratello, che ne era stato designato parroco. Fra Benedetto fondò un istituto di Eremiti, riprendendo una tradizione rimasta in vita fino a pochi decenni prima.  

Padre Marcello Spagnolo scrive in proposito: «Fra Benedetto venne a Laurignano nel 1831. Prese alloggio nel piccolo abbandonato romitorio appartenente ai signori De Niccoli, consistente in una cappella, detta di Santa Maria, e due piccole stanze»[4].  Ed ancora: «Il piccolo romitorio, alquanto discosto dall’abitato, lo attrasse; gli parve adattissimo a menarvi vita devota ed eremitica»[5].

Nel 1854, in pieno accordo con l'arcivescovo dell'epoca, inoltrò formale richiesta al Governo regio per fondare una Congregazione di Eremiti nella struttura da egli stesso costruita poco tempo prima, dedicata alla Madonna della Catena, ma che nelle intenzioni iniziali intendeva forse intitolare a S. Gaetano da Thiene, fondatore dell’ordine dei Teatini. Lo stesso anno, infatti, ottenne dal Ministero e Real Segreteria di Stato degli Affari Ecclesiastici e della Pubblica Istruzione, il “sovrano” beneplacito «per la costruzione di una nuova chiesa con annesso fabbricato ad uso di eremitaggio sotto il titolo di S. Gaetano Tiene, avendo l’Ordinario fatto rilevare doversi eliminare dal Sovrano permesso già conceduto il nome di Clemente Vitari, perocchè il medesimo non fu che il venditore del fondo, su di cui si è fabbricato il locale del eremo e la chiesa, non già che foss’egli patrono o fondatore, ed essendosi altresì da esso Ordinario favorevolmente riferito circa il mutamento del titolo della chiesetta; S. M. nel Consiglio Ordinario di Stato del 19 corrente mese di maggio in Caserta si è degnata dichiarare, che non possa il cennato Clemente Vitari vantar patronato o altro diritto sulla Chiesa ed annesso eremitaggio costruito in Laurignano unito al comune di Dipignano, ed inoltre la M. S. permette che la Chiesa anzidetta porti il titolo di S.ta Maria della Catena. Nel Real Nome  lo partecipo a Lei, Sig. Intendente per l’uso corrispondente. Napoli 24 Maggio 1854. Il Direttore»[6].

L'istanza venne accolta favorevolmente. Alcuni stralci delle missive intercorse tra l'arcivescovo di Cosenza e la Segreteria di Stato napoletana, ci offrono puntuali ragguagli riguardo alle finalità della Congregazione per come la intendeva il frate grimaldese. La Congregazione aveva come scopo quello di «istruire gli abitanti delle campagne nei rudimenti della Dottrina Cristiana e nelle pratiche religiose»[7]. Egli chiese inoltre di «elevare il suo Eremitaggio a Comunità Religiosa sotto la denominazione di Eremiti delle Calabrie col quarto voto di percorrere le campagne e istruire i campagnuoli nella Dottrina Cristiana, nel leggere, scrivere, nei principi della aritmetica pratica e nel promuovere sempre più il Rosario della Vergine SS.ma»[8].  

Questa nuova Congregazione, nelle intenzioni del suo fondatore, avrebbe accolto laici e sacerdoti, i quali dovevano essere impegnati rispettivamente «negli uffici manuali della casa e nella questua» e nell'assistenza spirituale in giro per i paesi del circondario e nelle campagne, oltre che nei riguardi dei pellegrini in visita al Santuario[9]. Poco tempo dopo la fondazione dell'Istituto, Fra Benedetto presentò al Regio Governo di Napoli le Regole per la relativa approvazione, che puntualmente fu concessa dal re Ferdinando II il 28 maggio 1856[10].

Con la morte di Fra Benedetto, avvenuta il 17 aprile 1866, l'Eremitaggio e il Santuario conobbero una crisi acutissima, e l'intero Istituto cadde in rovina. Per gli Eremiti delle Calabrie fu il principio della fine. Dopo la sua morte la condotta dei frati superstiti si piegò agli atteggiamenti più insani, caratterizzandosi tutt’altro che per le vibrazioni dell’anima o per l’ardore evangelico. In mancanza di una guida sicura si smarrirono irrimediabilmente nella licenziosità e nel peccato. Una quarantina di anni più tardi, finalmente, l'arcivescovo di Cosenza, monsignor Camillo Sorgente, per porre freno al degrado che aveva ormai allignato nell’eremo di Laurignano chiamò i Chierici Regolari della Passione del Signore, meglio noti come Passionisti, affidando loro la gestione del Santuario. Per Laurignano fu l’inizio di una nuova esaltante stagione; anche lo spirito dei Laurignanesi tornò nel volgere di poco tempo a ritemprarsi sotto gli auspici di Maria SS.ma della Catena.

Dagli inizi del XX secolo (1906) questo ordine di stretta osservanza, noto per la sua austerità e per il rigore, ha rappresentato un punto di riferimento importante nella vita sociale e religiosa di Laurignano. Con l'esempio di una condotta irreprensibile essi hanno cercato d'inculcare nel cuore della comunità laurignanese «l'amore alla passione di Gesù e ai dolori di Maria»[11]. Ma sulla vicenda dei Passionisti a Laurignano, che è storia recente e del presente, più o meno nota e ampiamente documentata, in questa sede non è il caso di indugiare oltre.  

 

[1] F. Russo, Storia dell'Arcidiocesi...cit., p. 224

[2] Ibidem, p. 223

[3] ASCS, Liber emortualium

[4] M. Spagnolo, Il culto di Maria SS. ma della Catena in Laurignano, Cosenza 1978, p. 168

[5] Ibidem, p. 35

[6] ASCS, Affari Ecclesiastici, Restauri e costruzioni chiese, b. 47, f. 15

[7] Ibidem, p. 67

[8] Ibidem, p. 68

[9] Ibidem, p. 69

[10] Ibidem, p. 87

[11] F. Russo, Storia dell'Arcidiocesi...cit., p. 228