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Palagano,
luogo d’incanto e toponimo medievale?
Lungo la strada provinciale che da
Cosenza s’inerpica fino a Dipignano, poco prima dell’abitato
s’incontra Palagano, un luogo saldamente fissato nella mente
e nel cuore dei Dipignanesi e ben identificato nella toponomastica
locale. Racchiuso tra i fianchi di un angusto vallone Palagano
è uno scrigno d’incantesimi e di suggestioni, dove le ombre al
crepuscolo calano presto e l’armoniosa mescolanza degli elementi
naturali, in perfetta unione con il lento avvicendarsi delle
stagioni, connota un habitat vagamente misterioso, che sembra
nascondere qualcosa d’impalpabile, avvolto in un alone di magia.
Nella stagione fredda, a Palagano,
la “manchìa” (termine dialettale che designa un posto al
riparo dal sole) rende la neve e il ghiaccio più resistenti che
altrove, suscitando apprensione e paura. In autunno, i ricci marroni
dei castagni si staccano dai rami e rotolano sull’asfalto per finire
schiacciati sotto le ruote delle auto in transito. È una “mattanza”
che si ripete ciclicamente ogni anno. Sempre lì, nella zona di
Palagano, a primavera, la natura rigogliosa dà vita a
un’incantevole epifania di sfumature cromatiche cangianti, e tutt’intorno
un tripudio di polline e di aromi pervade l’aria. I rami
aggrovigliati degli alberi, con il fogliame, il vischio e i fiori
profumati trasformano la strada in una specie di portico naturale,
all’ombra del quale amano passeggiare i Dipignanesi, e dove,
d’estate, vi sostano i Cosentini in cerca di refrigerio.
Ma qual è l’origine del toponimo
Palagano? A quale periodo storico risale? In mancanza di prove
irrefutabili una risposta a questi interrogativi è quanto mai
problematica. Potrebbe trattarsi (il condizionale è d’obbligo) di un
antroponimo risalente al Medioevo, precisamente al periodo
normanno-svevo, quando le nostre contrade pullulavano di
ecclesiastici e funzionari regi – baiuli locorum o
procuratores, feudatari – fedeli alla Corona. Signori, questi,
che detenevano terre, ponti, mulini, strade, corsi d’acqua, cioè
l’insieme dei beni che formavano il patrimonio feudale o
parafeudale. Il possesso – o la semplice giurisdizione su questi
beni – era sinonimo di potere, segnava una certa distinzione
sociale, rimarcava l’appartenenza ad un ceto signorile.
Tra la seconda metà dell’XII e la
prima metà del XIII secolo, con i Normanni e poi gli Staufen alla
guida del Regnum, è probabile che la zona di Palagano
fosse appannaggio di qualche dominus stanziatosi in loco.
Che questa non sia un’ipotesi azzardata lo comprovano alcuni
documenti dell’epoca, dai quali si evince chiaramente l’assidua
frequentazione del territorio dipignanese da parte di feudatari e
funzionari regi gravitanti nell’entourage della Corte.
Con uno
scriptum concessionis datato dicembre 1248, rogato a Dipignano
in presenza di «Michaelis de Gemmitanis imperialis iudicis
Dipiniani», una certa Sibilla vedova di Arnone de Lauratiano
[Laurignano] cedette a Gualtiero da Cosenza i propri diritti su nove
giumenti che Arnone dette a custodire al monastero di S. Angelo de
Frigilo. Inoltre, un
documento pubblicato nel Codice
diplomatico della Calabria ci fornisce i nomi di alcuni
funzionari che in età sveva (XIII sec.) rappresentavano la Corona
nelle nostre contrade. Tra gli altri figurano attestati Riccardo,
Pagano e Tarsitano di Dipignano.
Ma l’attestazione più importante,
forse decisiva, ci è data da una pergamena di epoca federiciana
(1208) pubblicata dal Pratesi. Si tratta di un diploma emanato da
Palermo dall’imperatore Federico II, lo «stupor mundi», il
quale concesse «a Bernardo abate di S. Maria della Sambucina e ai
suoi successori un feudo in Cosenza, già di Palagano da Venosa,
rimasto del demanio regio, consistente nelle popolazioni rurali e in
alcune terre incamerate dal fisco, in un molino sul fiume Busento e
in un terreno da coltura nell’agro di Cosenza».
Se il Palagano qui
attestato è lo stesso Palagano che ha designato il toponimo
dipignanese e che in epoca normanna deteneva la giurisdizione su
feudi, popolazioni rurali, corsi d’acqua e mulini sparsi nelle
nostre contrade non possiamo dirlo con certezza; anzi, la cautela è
d’obbligo, in attesa che ulteriori indagini e nuove fonti confermino
o smentiscano questa ipotesi.
Tuttavia, se consideriamo che nei
secoli posteriori il nome Palagano non compare in nessuna
delle carte superstiti conosciute, l’indizio qui riportato potrebbe
assumere un valore probativo. Inoltre vi è da aggiungere che la
possibile derivazione da un prediale (come lascerebbe
supporre il suffisso finale in –ano/–anum) va quasi
sicuramente scartata in quanto le formazioni toponimiche prediali
ben difficilmente sono individuabili in zone montagnose al di sopra
della isoipsa dei 600 metri (i Romani trascuravano normalmente le
aree di alta quota).
Le rapide e scarne annotazioni qui
riportate, pur nella loro disomogeneità, ci auguriamo possano
costituire un punto di partenza e uno stimolo per uno studio più
approfondito (e qualificato) sulla origine e derivazione etimologica
non solo del toponimo Palagano, ma di tutta la miriade di
repertori e lemmi toponomastici disseminati sull’intero territorio
dipignanese.
Un’indagine
sistematica in questa direzione aprirebbe nuovi scenari sulla
conoscenza storica delle nostre contrade. Ci darebbe forse la
possibilità di comprendere quali eventi, talvolta naturali, altre
volte traumatici, siano intervenuti ad alterare nel tempo, anche in
maniera drastica, la fisionomia del territorio. Ci consentirebbe,
infine, di riscontrare come mondi diversi, popoli e culture diversi
si siano incontrati, incrociati e spesso amalgamati nel nostro
territorio, delineando nella lunga durata gli orizzonti
mentali entro i quali ancora oggi si muovono e agiscono le
generazioni contemporanee.
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