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Scritti e ricerche di Antonio Scarcello

 

Palagano, luogo d’incanto e toponimo medievale?

di

Antonio Scarcello  

Lungo la strada provinciale che da Cosenza s’inerpica fino a Dipignano, poco prima dell’abitato s’incontra Palagano, un luogo saldamente fissato nella mente e nel cuore dei Dipignanesi e ben identificato nella toponomastica locale. Racchiuso tra i fianchi di un angusto vallone Palagano è uno scrigno d’incantesimi e di suggestioni, dove le ombre al crepuscolo calano presto e l’armoniosa mescolanza degli elementi naturali, in perfetta unione con il lento avvicendarsi delle stagioni, connota un habitat vagamente misterioso, che sembra nascondere qualcosa d’impalpabile, avvolto in un alone di magia. 

Nella stagione fredda, a Palagano, la “manchìa” (termine dialettale che designa un posto al riparo dal sole) rende la neve e il ghiaccio più resistenti che altrove, suscitando apprensione e paura. In autunno, i ricci marroni dei castagni si staccano dai rami e rotolano sull’asfalto per finire schiacciati sotto le ruote delle auto in transito. È una “mattanza” che si ripete ciclicamente ogni anno. Sempre lì, nella zona di Palagano, a primavera, la natura rigogliosa dà vita a un’incantevole epifania di sfumature cromatiche cangianti, e tutt’intorno un tripudio di polline e di aromi pervade l’aria. I rami aggrovigliati degli alberi, con il fogliame, il vischio e i fiori profumati trasformano la strada in una specie di portico naturale, all’ombra del quale amano passeggiare i Dipignanesi, e dove, d’estate, vi sostano i Cosentini in cerca di refrigerio.

Ma qual è l’origine del toponimo Palagano? A quale periodo storico risale? In mancanza di prove irrefutabili una risposta a questi interrogativi è quanto mai problematica. Potrebbe trattarsi (il condizionale è d’obbligo) di un antroponimo risalente al Medioevo, precisamente al periodo normanno-svevo, quando le nostre contrade pullulavano di ecclesiastici e funzionari regi – baiuli locorum o procuratores, feudatari – fedeli alla Corona. Signori, questi, che detenevano terre, ponti, mulini, strade, corsi d’acqua, cioè l’insieme dei beni che formavano il patrimonio feudale o parafeudale. Il possesso – o la semplice giurisdizione su questi beni – era sinonimo di potere, segnava una certa distinzione sociale, rimarcava l’appartenenza ad un ceto signorile.

Tra la seconda metà dell’XII e la prima metà del XIII secolo, con i Normanni e poi gli Staufen alla guida del Regnum, è probabile che la zona di Palagano fosse appannaggio di qualche dominus stanziatosi in loco. Che questa non sia un’ipotesi azzardata lo comprovano alcuni documenti dell’epoca, dai quali si evince chiaramente l’assidua frequentazione del territorio dipignanese da parte di feudatari e funzionari regi gravitanti nell’entourage della Corte.

Con uno scriptum concessionis datato dicembre 1248, rogato a Dipignano in presenza di «Michaelis de Gemmitanis imperialis iudicis Dipiniani», una certa Sibilla vedova di Arnone de Lauratiano [Laurignano] cedette a Gualtiero da Cosenza i propri diritti su nove giumenti che Arnone dette a custodire al monastero di S. Angelo de Frigilo. Inoltre, un documento pubblicato nel Codice diplomatico della Calabria ci fornisce i nomi di alcuni funzionari che in età sveva (XIII sec.) rappresentavano la Corona nelle nostre contrade. Tra gli altri figurano attestati Riccardo,  Pagano e Tarsitano di Dipignano.

Ma l’attestazione più importante, forse decisiva, ci è data da una pergamena di epoca federiciana (1208) pubblicata dal Pratesi. Si tratta di un diploma emanato da Palermo dall’imperatore Federico II, lo «stupor mundi», il quale concesse «a Bernardo abate di S. Maria della Sambucina e ai suoi successori un feudo in Cosenza, già di Palagano da Venosa, rimasto del demanio regio, consistente nelle popolazioni rurali e in alcune terre incamerate dal fisco, in un molino sul fiume Busento e in un terreno da coltura nell’agro di Cosenza».

Se il Palagano qui attestato è lo stesso Palagano che ha designato il toponimo dipignanese e che in epoca normanna deteneva la giurisdizione su feudi, popolazioni rurali, corsi d’acqua e mulini sparsi nelle nostre contrade non possiamo dirlo con certezza; anzi, la cautela è d’obbligo, in attesa che ulteriori indagini e nuove fonti confermino o smentiscano questa ipotesi.

Tuttavia, se consideriamo che nei secoli posteriori il nome Palagano non compare in nessuna delle carte superstiti conosciute, l’indizio qui riportato potrebbe assumere un valore probativo. Inoltre vi è da aggiungere che la possibile derivazione da un prediale (come lascerebbe supporre il suffisso finale in –ano/–anum) va quasi sicuramente scartata in quanto le formazioni toponimiche prediali ben difficilmente sono individuabili in zone montagnose al di sopra della isoipsa dei 600 metri (i Romani trascuravano normalmente le aree di alta quota).

Le rapide e scarne annotazioni qui riportate, pur nella loro disomogeneità, ci auguriamo possano costituire un punto di partenza e uno stimolo per uno studio più approfondito (e qualificato) sulla origine e derivazione etimologica non solo del toponimo Palagano, ma di tutta la miriade di repertori e lemmi toponomastici disseminati sull’intero territorio dipignanese.

Un’indagine sistematica in questa direzione aprirebbe nuovi scenari sulla conoscenza storica delle nostre contrade. Ci darebbe forse la possibilità di comprendere quali eventi, talvolta naturali, altre volte traumatici, siano intervenuti ad alterare nel tempo, anche in maniera drastica, la fisionomia del territorio. Ci consentirebbe, infine, di riscontrare come mondi diversi, popoli e culture diversi si siano incontrati, incrociati e spesso amalgamati nel nostro territorio, delineando nella lunga durata gli orizzonti mentali entro i quali ancora oggi si muovono e agiscono le generazioni contemporanee.